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INTERVISTA A FRANCESCO MUZZOPAPPA

INTERVISTA A FRANCESCO MUZZOPAPPA

 
 

Francesco Muzzopappa, pugliese, vive e lavora a Milano ed è un copywriter stimato, specie nel campo delle pubblicità radiofoniche. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha esordito nel 2013 con Una posizione scomoda, pubblicato con successo nelle Meraviglie.

Cosa leggi in genere?

Di tutto. Di recente anche fotoromanzi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Tanti. Troppi. In generale, prediligo gli americani caustici come i già noti Moore e Sedaris. E gli inglesi d’annata: Swift, Sharpe, ma anche i più recenti Nicholls e (ovvio) Alan Bennett. E poi Paasilinna e Haagrimur Helgason. Tra gli italiani Ammaniti, Culicchia, Flaiano, Marchesi, Campanile. Credo, però, che il più grande resti Pessoa.

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Forse Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon. Mi ha sempre incuriosito la ricerca della voce inaspettata. E la voce del piccolo Christopher è un piccolo capolavoro di verosimiglianza.

Lo scrittore umoristico preferito?

Forse Wodehouse.

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Non ho un modello ben definito. A seconda di ciò che scrivo, cerco dei punti di riferimento calzanti. Se per Una posizione scomoda ho utilizzato molto la tecnica americana (più sarcasmo, battute caustiche, grottesco), per Affari di famiglia sono andato di punta di fioretto, per cui tecnica inglese (frecciate, battute di taglio, nonsense).

Che tipo di humour prediligi?

Quello ebraico: Woody Allen e i fratelli Coen, ad esempio, nella scrittura cinematografica. In letteratura, Shalom Auslander. Usano la penna come una lama.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le mie commedie contengono sia comicità di battuta che di situazione. Quest’ultima, come è ovvio che sia, va costruita. Le battute, invece, vengono mentre scrivo. Tenendo però conto che leggo letteratura umoristica da sempre, ciò che a me può apparire spontaneo, probabilmente nasce da un retrocranio che ha già digerito tecniche. Quindi, boh, non lo so. Serve uno psichiatra.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Tendo a inventarne di nuovi, costruendoli attorno a stereotipi ben precisi. In Affari di Famiglia, ad esempio, per la contessa (il personaggio principale) ho pensato intensamente a una Virna Lisi stronza.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

L’umorismo per me è una faccenda molto seria. Nel mio caso, nasce come reazione a un momento di down piuttosto complesso dovuto a una serie di motivi che non sto qui a spiegare. Attraverso l’ironia (l’autoironia, anzitutto), tutto ha preso di colpo un’altra piega. Ho imparato a non prendermi troppo sul serio.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Si coltiva, eccome. Basta scendere dal piedistallo.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

L’umorismo è preso in seria considerazione solo se resta un genere televisivo o cinematografico. In letteratura è trattato, misteriosamente, come fosse l’anticristo, considerato alla stregua di un genere minore. Quando invece la storia della letteratura è zeppa, sin dal 1600, di esempi altissimi di satira sociale e pamphlet caustici come il Tristram Shandy di Sterne o il Modest Proposal di Swift. Ma vabbe’. Vaglielo a spiegare, a tutti.

Progetti futuri?

Bere una birra.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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