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INTERVISTA A FEDERICO BACCOMO DUCHESNE

INTERVISTA A FEDERICO BACCOMO DUCHESNE

 

 

Federico Baccomo Duchesne ha brillantemente esordito nel 2009 con Studio Illegale (Marsilio), storia esilarante di un giovane avvocato e delle sue vicissitudini lavorative, all’origine del film con protagonista Fabio Volo. Con La gente che sta bene, nel 2011, è tornato all’ambientazione degli studi legali internazionali con un romanzo da cui è stato tratto un altro lungometraggio con attori del calibro di Claudio Bisio, Margherita Buy e Diego Abatantuono. Di pochi mesi fa è Peep Show, l’ultimo lavoro, “sulla fama, la solitudine e l’ossessione di apparire”.

Cosa leggi in genere?

Spiace esordire con un luogo comune: ma leggo un po’ di tutto. Probabilmente i romanzi si prendono la fetta più grande, romanzi di ogni genere, ma amo molto anche saggi, racconti, poesie, fino ai pezzi di letteratura brevissima, come battute e aforismi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Cambiano con gli anni e con gli umori, anche se ci sono autori cui torno sempre, da quando li ho incrociati per la prima volta, penso a Dostoevskij e King, Buzzati e Borges, per citare solo alcuni dei cosiddetti numi tutelari. Una delle scoperte relativamente recenti, che ha finito per scalare in fretta il mio personale olimpo, è Richard Powers, la cui intelligenza e ambizione fanno un po’ da esempio.

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Il mago di John Fowles. L’autore dice che è un romanzo di adolescenza scritto da un adolescente tardivo, e, per quanto la definizione mi sembri un po’ fuorviante, soprattutto oggi che la categoria dei romanzi per adolescenti finisce per collezionare libri che con questo hanno poco in comune, dicevo, per quanto la definizione possa essere fuorviante, mi sembra racconti bene la meraviglia che un libro così può dare a chi lo legge e ha dato a chi l’ha scritto: la meraviglia adolescenziale delle scoperte e delle prime volte.

Lo scrittore umoristico preferito?

Ce ne sono di tantissimi, ma probabilmente quello che, più di altri, mi ha fatto scoprire quanto può essere grande il potere comico delle parole è Jack Handey. Provo a fare un esempio del suo tipo di umorismo: “Ai bambini piacciono molto gli scherzi. Per esempio, qualche tempo fa stavo portando mio nipote a Disneyland, ma a un certo punto ho svoltato verso un vecchio magazzino incenerito. «Oh no», ho urlato, «Disneyland è andato a fuoco». Lui ha pianto e ha pianto, ma penso che, in fondo, pensasse dentro di sé che fosse davvero un bello scherzo. Poi ho cominciato a guidare verso il vero Disneyland, ma ormai si era fatto un po’ tardi.”

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Cerco di trattenermi dal prendere qualcuno a modello di scrittura, anche se poi, lo si voglia o meno, gli autori più amati restano sempre presenti in testa. La cosa buona è che, in ogni caso, anche impegnandosi, la copia o l’imitazione (non parlo di plagio, cerco di intenderle in senso positivo) si rivelano impossibili. Di un quadro si possono anche riprendere i tratti, i colori, un certo stile, ma dietro la costruzione non solo di una frase, ma di un intero romanzo, c’è un meccanismo di pensiero dell’autore talmente lungo, complesso e contaminato, che riprodurlo mi sembra comunque un’impresa impossibile.

Che tipo di humour prediligi?

Mi piace l’umorismo che coglie impreparati, che riesce a far ridere di qualcosa cui, di solito, non si associa una risata. C’è chi lo chiama umorismo nero, ma mi sembra il colore sbagliato per quello che, in fondo, è l’umorismo che più alleggerisce il peso di certi argomenti.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le battute che nascono di getto, quando non sono scontate, sono spesso le più belle, prendono alla sprovvista anche chi le inventa, che si trova così a creare in un attimo connessioni che, a pensarci su molto, probabilmente non troverebbe nemmeno. Però, le battute di getto sono come l’ispirazione: ogni tanto arriva ma non ci puoi fare troppo affidamento. Da qui nasce la necessità di costruirle. È la parte più difficile ma anche quella che dà maggiori soddisfazioni. Ogni volta è una scoperta, un continuo esercizio a guardare il mondo da prospettive storte, inedite.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Per quel che vale un’autocertificazione, la tendenza che noto nella mia scrittura è quella di allontanamento da ciò che conosco, che cerco di far sì che non sia un andare a casaccio tra storie che non stanno in piedi, ma un modo per cercare occhi nuovi attraverso cui guardare. È uno degli aspetti che mi diverte di più come lettore, e, lo sto scoprendo ora, come autore. Naturalmente, trattandosi di occhi in cui mi piacerebbe guardare, probabilmente sintetizzano passioni e sentimenti che sono anche miei: in questo senso si può dire che ci sia in loro qualcosa di fondamentale che conosco e a cui mi rifaccio.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

C’è una definizione di Dave Barry, scrittore umoristico e premio Pulitzer, che dice il senso dell’umorismo è la misura della nostra consapevolezza di vivere in un mondo senza senso, e la risata è il rilascio dell’ansia che nasce da questa consapevolezza. Non so se sia davvero la definizione migliore, ma trovo che riesca a centrare quello che è per me l’umorismo e il peso che ha nella mia vita: un ottimo compagno per la sopravvivenza.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Un po’ e un po’. Il talento comico innato, quel modo di trovare l’imprevisto dentro al cliché, porta a risultati umoristici difficilmente raggiungibili da chi non ce l’ha in dote. Ma penso sia come nel disegno: magari non si raggiunge l’inventiva di Picasso, ma un buon ritratto, con l’esercizio, sono tutti in grado di farlo.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Forse l’umorismo, a livello letterario, viene ancora visto come qualcosa di poco degno, ma per coerenza con la leggerezza che porta con sé credo ci si possa ridere sopra.

Progetti futuri?

Scrivere un nuovo romanzo in cui, sempre per quel capovolgimento che ogni battuta porta con sé, provo a mettere da parte, per un attimo, proprio l’umorismo.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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