Pages Menu
Categories Menu
PANETTONE PER TRE PERSONE DAI CAPELLI LISCI

PANETTONE PER TRE PERSONE DAI CAPELLI LISCI

Per il primo impasto – che non si scorda mai:
270 gr di lievito madre- sempre certo è
780 gr di farina
210 gr di burro
210 gr di zucchero
6 tuorli d’uovo
500 gr d’acqua

Per il secondo impasto:
170 gr di farina
60 gr di burro fuso
60 gr di zucchero
30 gr di miele
6 tuorli d’uovo
8 gr di sale
500 gr di uvetta
250 gr di cedri
250 gr di arance
vaniglia

Lavorate il lievito e le uova per cinque minuti. Unite lo zucchero e 300 gr d’acqua, il burro e la farina. Quando la pasta sarà legata (e imbavagliata), aggiungete l’acqua rimasta. Mettete l’impasto in un recipiente e lasciatelo lievitare, per dodici ore, ricoprendolo con un telo. Fate una faccia a forma di punto di domanda e poi smettetela di interrogarvi su cosa accadrà mai sotto il velo di Maya. Arrendetevi al mistero. Non parlate al conducente.
Nel frattempo, vi restano dodici ore da trascorrere con la sottoscritta. Partiamo dalle vostre intenzioni gastronomiche. Punto primo: come avete osato fare un panettone con le vostre mani da comuni mortali? Anatema!
Il panettone, da che mondo è mondo, è confezionato nottetempo dalle scintillanti braccia dell’industria nei meandri della cripta del duomo di Milano, conficcato in succinte scatole anni Ottanta e collocato, poi, nelle ziggurat d’esposizione dei supermercati.
Punto secondo: a chi vorreste rifilare tale pseudo panettone preparato, ahimè, sempre da voi?
Il professionismo dei mangiatori natalizi non contempla l’assunzione di calorie inutili solo per farvi piacere.
Esistono masserizie metafisiche cui l’umano non può tendere senza peccare di hybris verso la grande madre-industria: la Nutella, i bastoncini Findus o il panettone Motta. Le vostre colpe si riverseranno sui vostri figli, e sui figli dei vostri figli, e sui figli dei figli dei vostri figli, mentre voi sarete scorticati vivi, trasformati in ragni, in sofficini o in lattine di Sprite. Infine, il vostro panettone grondante tracotanza sarà colpito da un fulmine, mentre un cataclisma devasterà il pianeta. Vi consiglio, serenamente, di cambiare ricetta.
Il panettone industriale, simbolo del Natale nell’era del capitalismo, non è trangugiato da nessuno perché –diciamocelo- a nessuno piace realmente (né il Natale, né il Capitalismo).
Differente da quello artigianale (che non significa fatto da voi giacché due puntate di masterchef non vi hanno trasformato in un pasticcere o in vostra nonna), il Nostro compare a fine pasto o nei momenti fiacchi delle feste unicamente per senso del dovere. E soprattutto, viene consumato (mai fino in fondo, ma sempre con sufficienza), perché rientra nella prassi burocratica. Perché Egli sa di tradizione e, purtroppo, anche di canditi. Che orrore.
Passi l’uva passa, ma i canditi! Perché? Quei cubetti di plastica giallastra che si infrangono sui denti. Erano proprio necessari?
“Che mangino pandori!”, tuonerà il commensale settecentesco per tagliare corto, ma il pandoro è una soluzione troppo facile: che gusto c’è a mangiare un dessert puerile che non conosce il dolce supplizio del candito?
“Dobbiamo mangiare il panettone!” ribatterà l’integralista col presepe stampato sulla t-shirt. Dura lex sed lex.
E allora eccolo che arriva a tavola, col suo incedere lento, sempre uguale nei secoli, sempre con la stessa espressione sul volto. Ecco le fette cubiste sul tovagliolo ed ecco noi tapini, con sperticata pazienza, a estrarre uno a uno i canditi dall’impasto, in silenzio, rassegnati, come in un estenuante m’ama-non-m’ama senza speranza, senza trepidazione, senza batticuore.
E ariecco il Nostro a colazione, immutato e un po’ tumefatto. Al bando i coltelli: è tempo di sventrarlo direttamente con le mani prima di rivederlo a pranzo, e poi a merenda, e poi ancora placidamente seduto in casa altrui. Sì, perché lui è ovunque, non risparmia nessuno e, soprattutto, non finisce mai.
Se, infatti, i dolci, come tutte le più belle cose, vivono solo un giorno come le rose, il sempiterno panettone invece è duro a morire. E più passa il tempo, più s’indurisce, più assume il destino di un soprammobile da cucina.
Eccolo mentre ci guarda imperterrito durante i giorni di festa, finché non torniamo al lavoro, finché, a primavera, non mettiamo via gli addobbi natalizi.
Ospite fisso al nostro tavolo, presenza rassicurante ma segretamente invisa, ci osserva lungamente e poi, d’improvviso, sparisce lasciandoci solo una carta marroncina piena di brandelli e una domanda: “Dove vanno d’estate i panettoni?”.

Bevanda consigliata: Grappa barricata da buttare giù tutta d’un fiato.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Post a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *