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LIQUORE STREGA

LIQUORE STREGA

LIQUORE STREGA – QUASI UNA POSTFAZIONE
per 1 persona trepidante

erbe

magia

Ricetta arcana, occulta più di quella della Coca-Cola, imponderabile più degli archivi vaticani e dei servizi segreti. Pozione giallo-abbagliante, color zafferano, che splende in bottiglie d’antan e scorre, a fine pasto, in bicchierini minuscoli.

Filtro magico, netto e deciso, tutto d’un pezzo di vetro, fieramente d’epoca, indifferente alle mode del momento, solenne protagonista dei finali di partita; spavaldo e socievole, ma di una socialità del secolo scorso che rifugge la mondanità disordinata; animo in fondo schivo, legato a valori autentici, eppure grande animatore di gozzovigli e bisbocce.

Alleato dei dolci, partner ideale del pan di Spagna, dei caffè corretti, delle cioccolate calde, delle macedonie più audaci. Liquore del ritorno a casa, degli amici ritrovati che, nella foga dei brindisi importanti, trasborda dal calice, vola in aria, cade sugli astanti e li unisce in un fedele appiccichio di dita, mani e indumenti; protagonista indiscusso del Natale, con tutta la sua sterminata genia di torroni, torroncini, magie, creme e dessert d’ogni specie.

Invitato d’onore dell’eponimo e ambito premio letterario, linfa degli scrittori e degli amanti dei party, inchiostro giallo e carta canta.

Bevanda trasversale che, nella sua terra d’origine, non lascia indifferente nessuno e unisce il centenario al seienne, il fighetto al fricchettone, l’hipster al punkabbestia; liquido che, puntualmente, inchioda alla dogana i pacchi di vivande spediti dai genitori ai figli all’estero.

Ti riconosco, Strega. Finalmente.

Così recitava una vecchia réclame e così potrei andare avanti a canticchiare gingol del celebre digestivo che per chi, come me, è nato a Benevento raffigura un punto cardine della propria identità alcolica.

Se difatti lo Strega, fuori dall’aerea dei due fiumi (gialli anch’essi) che attraversano la città, il Tigri e l’Eufrate, costituisce un distillato da centellinare a timidi sorsi, a Benevento rappresenta invece un liquido da consumare necessariamente a fiumi. Appunto.

Sin da bambini, veniamo addestrati al consumo consapevole di Strega, che scorre in tutte le pietanze dolci, diventa torrone, penetra nella cioccolata, nelle mele, nei gelati, sicché nessuno può sottrarsi a un confronto diretto e cristallino con la pozione gialla.

E, se da piccola, con un piccolo morso rompevo i Goccioloni per sbarazzarmi del liquore e mangiare la cioccolata, adesso rifilo il cioccolatino a qualche passante e butto giù l’alcol tutto d’un fiato.

D’altro canto, la sbornia da Strega è un fenomeno sociologico che ha luogo unicamente nel contado magico e che spiega anche perché, dopo l’adolescenza, molti degli autoctoni non riescano più a bere il distillato. In questi casi, la normativa prevede dei programmi di rinserimento nella società, di recupero del cittadino, volti a superare la problematica Io-Strega e a conservare la residenza a Benevento.

A nessuno, infatti, è concesso storcere il muso davanti al cicchetto dorato, rifiutarne l’offerta, o peggio fare outing dichiarando alla tribù di non gradirne il sapore… Anatema! Scomunica! Immediata battaglia di Benevento, sconfitta storica, espulsione dal regno, ossa in co del ponte dove le bagna la pioggia e muove il vento. Grave mora economica per i parenti dell’eretico.

Per legge, ogni famiglia deve custodirne una bottiglia nel mobiletto dei cordiali, ogni bar, ristorante, pub, sala da thè, pompa di benzina ne deve essere lecitamente provvisto.

Sciagura a chi inaugura mostre senza le piccole ampolle prêt-à-porter o la cioccolata giallo-rossa; rovina per le pièce teatrali e i concerti senza una benedizione di acqua santa catarifrangente. Tutti i banchetti del reame, dai pranzi matrimoniali ai buffet dei convegni, devono invitare il totem liquoroso per scongiurare la nefandezza di una possibile risposta negativa alla richiesta di un goccio di Strega.

Ecco la catastrofe, l’onta incancellabile, il vituperio delle genti.

Per gli indigeni, lo Strega è infatti come la mostarda per i francesi, il ketchup per gli americani, la maionese per i nostalgici della democrazia cristiana: va su tutto. E questo andare omnicomprensivo non è solo legato al verbo bere, ma anche al verbo irrorare poiché sulla scena del fine pasto, tra le molliche e i gusci di noce, il liquore incontra il dolce e ci si fionda, pronto a innaffiarlo.

«Aggiungiamo un po’ di Strega?», è la domanda del goloso di turno a cui, il resto della tavolata, non può sottrarsi. La goccia di liquore rappresenta allora una sorta di firma dell’opera d’arte o di sottoscrizione alla pietanza.

Pertanto, si procede all’apertura della bottiglia che, da un angolo remoto della casa, ha assistito, intanto, al mutare delle stagioni e dei nostri umori.

Nel gesto primordiale dell’opening, l’attrito del tappo con lo zucchero depositato sul collo dell’ampolla produce un suono inconfondibile, una sorta di crr-crr che, come un richiamo ancestrale, farà accorrere alla vostra tavola tutti i beneventani presenti nel raggio di un chilometro (dunque pensateci bene!), insieme alle streghe in volo sulle scope Tonkita, alle nottole di Minerva, ai noci, ai pentoloni e ai barbagianni per dare inizio, finalmente,

al Sabba-to sera.

PIETANZA CONSIGLIATA: l’universo commestibile.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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