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DI VOCI, DI SUICIDI, DELLA PANNA

DI VOCI, DI SUICIDI, DELLA PANNA

Pubblichiamo il racconto di Monia Colianni nella sezione Ospiti del blog.

Il progetto intracranico che mi ha condotto su questo sgabello con un cappio al collo è abbastanza fantasioso. Banale, direte voi, perché nella mente dei sopravvissuti il suicidio degli altri si spiega col classico triangolo lavoro-amore-droghe. Vi fa stare meglio, lo so. Del resto, è dolcissimo vedervi proteggere con atavica ostinazione la bollicina dentro la quale state rinchiusi. Sarò onesto: a prima vista i cateti del vostro triangolo-del-giudizio ci sono tutti: non riesco a collocarmi con chiarezza nel mondo perché il mondo non è chiarissimo nemmeno a me, una Lei che poteva interessarmi preferisce una sottospecie di insurrezionalista alla mia ragguardevole condotta da genuino schizotipico, e gli effetti improbabili degli anti psicotici forse (dico forse) non mi hanno aiutato. Da qui a ridurla all’insulso intreccio lavoro-amore-droga ce ne passa comunque. Mi sminuisce e mi offende, se devo dirla tutta.

La vera lotta, che mi ha condotto sul punto di, è sempre stata con quella Vocina: sì dai, quella che sentiamo tutti quando siamo da soli. Quella con cui te la canti e te la suoni prima durante dopo aver fatto una qualunque cosa: una decisione, un colloquio, scrivere, attendere, attendere-invano, ascoltare-musica, una passeggiata meditabonda, il risveglio, il prima-di-dormire, le maledette-notti-insonni. L’hanno raffigurata in mille modi diversi, la Vocina, sequestrata in un intrico di allegorie di ogni tipo: l’anima, la coscienza, il subconscio, l’istinto, l’angelo-custode, l’io-interiore. La mia? La definirei più propriamente una vera Cagacazzo. La ricordo incalzante da che ho seria memoria, e all’età di quindici anni divenne fastidiosa quanto la melodia multifasica della risonanza magnetica, tanto che i miei avevano dovuto portarmi da un medico che dicesse loro che “forse” era il caso di andare da un medico più specializzato. Lui, in carne e ossa: lo psichiatra. Premetto subito che questa bella notizia generò un crollo psicologico di mamma, papà, e parenti tutti. Un effetto domino di pianti nevrotici del tipo – ommioddio abbiamo un matto in famiglia sarà genetico? E cose atroci del genere. La scelta dello psichiatra trasformò casa mia in un call center di apprensione, e il tatto molto uterino di mia madre aumentava di telefonata in telefonata la distanza chilometrica tra la nostra dimora e il medico giusto, onde evitare che qualche conoscente ci vedesse varcare la soglia di uno “strizzacervelli”, per poi deridermi. Mentre i miei si affaccendavano a trovare la cosa-giusta-da-fare, Vocina suggerì al sottoscritto di spaccare una bottiglia in testa a Mario Civelli, perché secondo la sua modesta opinione voleva fottermi il motorino. Alcune validissime sinapsi sapevano bene che Mario si poggiava sul primo motociclo utile per svamparsi la sigaretta dell’intervallo, ma con Vocina non c’era discussione: – guardati le spalle perché ha intenzione di fregarti, agisci con ogni mezzo e levagli quel sorrisetto inebetito dalla faccia. Bene: il primo mezzo utile fu una bottiglia di Orangina, di quelle piccole con forma panciuta e vetro bello spesso, e considerato il numero di punti applicati sulla calotta cranica del povero Civelli, direi che “bello spesso” è piuttosto riduttivo. Da quel fatto in avanti, che secondo lo psichiatria fu il vero e proprio esordio del disturbo, l’adolescenza e la prima età adulta sono state tempestate di quelle cosine tutte speciali e divertenti quali essere guardato a vista, test valutativi, colloqui, diagnosi e contro-diagnosi. Poi le cure, e per fortuna le cose andarono meglio: alterazioni del sonno, vertigini, eruzioni cutanee, controllo periodico del sangue, fughe, denunce varie, e le incomprensibili (a mio avviso spropositate) reazioni da parte delle persone che mi perseguitavano quando non avevo in corpo abbastanza benzodiazepine. Fino a qui e fino a oggi. Ora metto in pratica quello che viene definito dai grandi luminari ideazione suicidaria. Sto considerando seriamente tutti i pro e i contro, perché non ci si ammazza in modo sprovveduto, ecchediamine. I contro non coinvolgono per nulla cose tipo persone-che-mi-circondano-e-dolore-che-potrei-causare, e per questo li metto tutti indistintamente nella lista dei pro. Bene: ora che la lista dei contro è vuota e quella dei pro è costipata, mi resta da capire se Vocina ha qualcosa da aggiungere al lungo elenco di motivi per i quali mi sta tutto allegramente sul cazzo. Anche se oramai è difficile distinguerci davvero, perché – in effetti – lei è parte di me. Anzi, siamo una cosa sola, io e Vocina. Zittita sedata odiata e solo ora – mentre lo sgabello sotto ai piedi trema in modo antipatico e il mio corpo disegna sinuose curve che mi rendono abbastanza simile a un lombrico in imbarazzo col centro di gravità – realizzo quanto lei faccia parte di me, e quanto io l’abbia maltrattata.

– Ehi, cagacazzo, ma se in realtà siamo dei maritozzi e dopo il tuffo ci esce panna dalla bocca?

Sono Monia, e adesso ti darò due, tre punti di riferimento. Quello che ho pensato quando ho deciso di scrivere è che la scrittura mi viene addosso da sempre. Osservo. Se in quello che leggi pensi ci possano essere testa tra le nuvole, piedi non più a terra, e trovi qualcosa che si chiama esserci, allora mi hai trovata. Tutto il resto sarebbero solo coordinate biografiche o spazio temporali, non il mio centro gravitazionale.

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