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AMOR , CH’A NULLO AMATO

AMOR , CH’A NULLO AMATO

 

Lui: <Pronto? Pronto! Finalmente trovo libero>.  (E’ ‘n ora che ce sto a prova’, me so consumato er pollice).

Lei: <Sì, ho ricevuto un po’ di telefonate di lavoro. Mi chiamavi per stasera?>. (Quelle idiote delle mie amiche che chiamano sempre in pausa pranzo e sempre per perdere tempo).

Lui: <Allora passo alle otto, va bene?>. (Così per le dieci, dieci e mezzo, avemo finito de cenà e poi ce po’ scappà quarcosa).

Lei: <Benissimo. Che ristorante pensavi?>. (Bisogna che fisso un appuntamento con l’estetista per la cera. Se non è oggi è domani:  mica je posso fa trova’ l’Orso Yogi,  che qua la concorrenza è spietata.  E mi devo comprare pure un paio di tanga neri e qualche completino di pizzo che non guastano mai).

Lui: <Il ristorante? Non so… tu hai qualche preferenza?>. (Chi c’ha penzato ar ristorante? Ce sarebbe Pommidoro a San Lorenzo, ma quello ormai fa le porzioni pe’ le creature. Speramo che nun me dica de ‘nna’ a magnà er pesce. E magara a Fiumicino… anche se poi, tutto sommato, pe’  ‘nna’ a camporella, vicino ar mare è pure più romantico, tanto la sabbia sur sedere se la pija lei, mica io… Mah, vedemo ‘n po’ che dice).

Lei: <Fai tu, a me va bene tutto. Non sono certo una gran mangiona. Magari senza andare al cinese o all’indiano>. (Ma io domando e dico: me lo chiede a me dove portamme. E la prima sera che usciamo insieme: qui la vedo dura. Speriamo solo che non sia uno di quei pidocchiosi che te portano a magnà la pizza all’Obitorio o in quei posti ‘vorrei ma non posso’ dove ti fanno cenare a lume di candela pe’ nun fatte vede’ che c’hai ner piatto).

Lui: <Non ti piace l’esotico? E il romanesco autentico?>. (Meno male che nun ha proposto er pesce. Però a penzacce bene er cinese nun era male: se magna parecchio e se spende poco. Ma se nun je piace… contentamose che nun vole er pesce, cioè nun vole magnà er pesce, che poi a volello lo vorrà… ah, ah, me vie’ da ride’ da solo, me vie’).

Lei: <Insomma. Magari una bella paella la gradisco, oppure al tirolese per la fondue bourguignonne, o un ristorante francese,  con una buona carta dei vini>. (Mi sa proprio che questo è uno tirato: ma per chi m’ha preso? per una pezzente da porta’ da Betto e Mary?).

Lui: <Ho due o tre nomi in mente, e tu?>. (E pe’ fortuna che nun è ‘na buongustaia, ‘na mangiona. Stai a vedè che me fa spenne’ ‘n patrimonio. Ma io faccio lo gnorri e je dico de pagà alla romana. Tanto questa è una che ce tiene a fa’ la superiore. Sì, però, poi, nun se sente de disobbligasse, se famo alla romana. No, la prima vorta me tocca proprio pagà a me, sinnò niente dopo cena).

Lei: <Prima uscivo più spesso e li conoscevo tutti, Antica Pesa, Escargot, Shangri-La, ma adesso…>. (Voglioproprio sentire chi mi propone di questi , sempre che non insista per qualche bujaccaro).

Lui: <E il sushi? Ti piace il sushi?>. (Io neanche l’ho mai sentiti nomina’ ‘sti posti che dice lei. Bisogna che m’nformo chi so’ e dove stanno. Mica pe’ gnente, ma pe’ nun fa’ la figura der  peraccottaro).

Lei: <Non l’ho mai voluto assaggiare. Pesce crudo: Dio ne scampi! Se non è fresco…  e anche se è fresco ci possono essere vibrioni e contaminazioni batteriche. No, lo escluderei, se non ti dispiace>. (Ma che me vole accoppà questo? Il shushi? Io lo odio il shushi. Mi fa schifo pure la parola. Quei rotoletti che non si capisce che c’è dentro. Mi sa che stasera andiamo a mangiare il panino colla sarsiccia ar chioschetto di Porta Maggiore).

Lui: <Giusto. Pesce crudo può essere pericoloso. Era solo una proposta. E poi neanche io ci vado matto>. (Ma quanto rompe!  Vedrai che ‘er pesce crudo alla fine te piacerà, te lo garantisco. Ma ndò la porto? Che me ‘nvento?).

Lei: <Potremmo decidere al momento se ancora non hai prenotato>. (Guarda ‘sto ‘mbecille: mi chiede di uscire, e non solo!, mi chiede no di andare al cinema o a un happy hour, no, di andare a cena da qualche parte,  e non sa dove portarmi:  da dasse ‘na chiodata ‘n fronte).

Lui:<Lascia fare a me. Voglio che sia una sorpresa. Che ne dici?>. (Quarcosa me ‘nvento. Guardo sur Trova Roma che mi’ sorella lo compra sempre.  Vor di’ che passerò ‘na mezz’ora a cercà un ristorante cheeck to cheeck invece de rifamme ‘a doccia. Mah, se me sbrigo me la posso sempre rifa’, tanto ce metto cinque minuti. Nun se sa mai, magari puro stasera vie’ fori quarcosa, anche se co’ tutte ‘ste storie nun ce spero più mica tanto).

Lei: <Mi fido ciecamente: non te l’ho già detto, forse? Io non sono una mangiona, andare al ristorante è solo un pretesto per conoscersi, per fare quattro chiacchiere. Spero solo non ci voglia l’abito lungo! Ah, ah, ah!>. (Voglio proprio vedere mo’ che mi propone).

Lui: <Ma che abito lungo, scherzi?>. (Sì, ce mancherebbe anche l’abito lungo. No, ormai c’ho perso le speranze co’ questa qui. Nun ce sta. Perlomeno stasera nun ce sta. E nun credo che ce sarà ‘n arta occasione viste le premesse. Io so’ ancora giovane, 35 da fa’, e nun posso mica sta’ a perde troppo tempo che poi. questa qui, chissà che se crede, e magari se vo’ pure accasa’).

Lei: <Certo che scherzo, ti immagini! Anzi, se ti accontentassi, ti farei una proposta io>. (Mi è venuta un’idea geniale: niente trattoria scampagnata, che già lo so dove mi porta questo: lo faccio venire a casa mia. Passo alla rosticceria, quella buona, e gli dico che ho cucinato io. Ceniamo, e poi gli presento mamma. Quella, col fatto che non si può muovere  dalla sedia a rotelle, sta sempre in camera sua e je farà piacere vedere qualcuno. Così lui si accorge che tipo di ragazza sono, che passa le serate con la madre disabile, e ci potrebbe fare un pensierino. C’ho 28 anni compiuti, è ora che mi sposo: sono rimasta io con la Bruttona a non averci l’omo fisso: è ora de butta’ er dado, è ora di affilare le armi e non avere remore).

Lui: <Che proposta?>. (Speriamo nun sia er pesce a Fiumicino sennò me suicido seduta stante).

Lei: <Stavolta vieni a cena da me, la prossima andiamo al ristorante. Ti va?>. ( Mille contro uno che dice di sì).

Lui:<Ma mi sembra brutto che t’ho invitato e invece ti tocca cucinare>. (Eureka! Ecco la quadratura del cerchio. Risparmio e gnente sedili della macchina: un vero letto co’ tutto il resto. E magari ce rimango anche la notte).

Lei: <Disturbo? Ma se te l’ho proposto io! Piuttosto porta il vino>. (Voglio proprio vedere che vino porta questo qui).

Lui: <Bianco o rosso?>. (Visto che pijo solo er vino posso pure spenne ‘na diecina de euri).

Lei: <Porta uno champagnino che si accompagna con tutto>. (Che cafone rifatto e tirchio! Ma t’insegno io, t’insegno).

Lui: <Certo, lo champagne va dappertutto. Dovevo pensarci da solo>. (E te pareva la signora marchesa: lo champagnino. Va be’ che offre lei la cena, e meno male. Lo pijo da Conad che c’ha sempre la Veuve Clicquot e risparmio quarcosa).

Lei: <Non preoccuparti, per così poco… allora a stasera. Facciamo alle 8 e mezzo, però>. (Così faccio prima mangiare mamma e poi c’ho il tempo per vestirmi e per truccarmi).

Lui: <Alle 8 e mezzo. Sarò puntualissimo. Ciao>. (E vai! Supermercato, doccia, cambio camicia e mutande, e se è ancora aperto je compro pure du’ fiori).

 

Caterina Renna, allieva del corso di scrittura satirica tenuto da Massimiliano Ciarrocca alla scuola Omero.

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