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ALANOGORDO (IL SIGNOR MARCHETTI)

ALANOGORDO (IL SIGNOR MARCHETTI)

 

Tutto era iniziato un paio d’ore prima, quella stessa mattina. Il signor Marchetti era stato l’ultimo della famiglia ad uscire di casa. Come da regola familiare, all’ultimo che usciva spettava il compito di rendere innocuo Alan.

Al signor Marchetti, Alan non piaceva, forse perché da quando era entrato in casa, quel cucciolo di alano arlecchino da 30 chili era diventato il maggior contribuente di “cosa grossa” della famiglia, destituendo così il signor Marchetti dal primato di cui andava particolarmente fiero.

Al contrario, Alan adorava il signor Marchetti.

Appena la signora Marchetti era uscita di casa, il cane aveva iniziato a insidiare il signor Marchetti.

– Buono Alan, buono. Lascia stare. Devo uscire, ho fretta…

Alan rispose saltandogli addosso. I due formarono un corpo unico octopede che rotolava sul tappeto del tinello. Per fortuna del signor Marchetti, ogni oggetto capace di rompersi si era già rotto nel corso delle settimane precedenti. E saggiamente non era stato rimpiazzato. Le ultime suppellettili frangibili galleggiavano a due metri e mezzo di altezza su una serie di mensole appositamente allestite.

Staccatosi dal padrone, Alan si era messo davanti alla porta. Fissandolo negli occhi, era deciso ad impedirgli di uscire di casa.

In quel momento, il Signor Marchetti si era rammaricato di non avere il porto d’armi. Poi, ricordatosi di essere stato una giovane promessa della squadra di rugby dell’oratorio delle Sante Piaghe del nostro Signore Gesù Cristo, con una doppia finta di corpo, era riuscito a placcare il canide, e rotolando rotolando, a contenerlo nella stanza insonorizzata, all’uopo allestita dalla signora Marchetti. Gli ululati delusi dell’alano giungevano attutiti nel tinello di casa.

“Non rompere le palle” pensò chiudendosi il portone di casa alle spalle.

In mezzo al traffico, il signor Marchetti si rese conto che, nella fretta di liberarsi dal mostro, non aveva provveduto a riempire le ciotole del cane con le crocchette vegetariane, prodotte appositamente per la signora Marchetti da una azienda biologica della Sabina.

Un bestemmione pauroso riempì l’abitacolo, seguito da alcuni epiteti auto lesionisti, per poi spostare l’attenzione verbale sul bestione quadrupede chiuso in casa.

– Tutto colpa di quel cazzo di cane! – urlò al traffico. – Stronzo di un cane stronzo!

Doveva tornare a casa. La faccenda rischiava di rovinargli l’intero week end. Tanto più che l’ultima volta che era successo qualcosa di simile, il canide aveva distrutto a capocciate la porta della stanza insonorizzata e i pompieri, allarmati dai vicini, lo avevano trovato incastrato nel telaio di legno massello.

Parcheggiato sul vialetto, si avvicinò al portone, cercando le chiavi nella giacca e poi nei pantaloni. Niente. Stessa cosa in macchina. Nella fretta di uscire, aveva richiuso il portone blindato dietro le spalle, e lasciato le chiavi sul tavolino in soggiorno.

Bestemmione ecumenico a suffragio del Signore dei Cani, seguito senza soluzione di continuità da insulti all’albero genealogico in linea femminile della signora Marchetti.

Doveva entrare in casa. E per sua fortuna, sapeva come fare. Aveva dimenticato di inserire l’allarme. Questo giocava a suo favore perché una delle finestre dello studio non chiudeva bene. Sarebbe entrato da lì.

Si era arrampicato sopra il roseto, ma al terzo appoggio la suola liscia delle scarpe lo aveva tradito. Il naso del signor Marchetti si era così infilato a forza in una fessura del rivestimento a cortina, iniziando a sanguinare e ravvivando i mattoncini sbiaditi dal sole. Era riuscito a non cadere, arpionandosi alle ultime propaggini del roseto. Ripresa la scalata, si era accorto che i pantaloni erano rimasti impigliati nelle rose, bloccandone di fatto la salita. Si era così slacciato la cinta, tolte le scarpe e fatto scivolare i pantaloni, in modo da poter riprendere la salita.

– Ma quello non è il signor Marchetti?

Quattro metri più in basso, la signora Pina era entrata nel cortile. Con lei la signora Rossana, colf della famiglia Marchetti.

– Dove?

– Lì, sul cornicione al primo piano!

– Sì, è lui…Ma che sta facendo?

– Boh…

– Certo che è strano eh? Dico il signor Marchetti…

Alle due signore in cortile non era potuto sfuggire il fatto che il suddetto signor Marchetti se ne stava, quattro metri sopra le loro teste, attaccato alla finestra in mutande grigio perla e calzini color avion.  Sulla gamba sinistra, una striscia di sangue scendeva fino alla caviglia, raccogliendosi sul calzino color avion, cambiandone inesorabilmente il colore. “Se esco vivo da questa faccenda, giuro che lo caccio di casa!” brontolava tra sé, mentre con le unghie cercava di aprire il grande finestrone dello studio. Lo scatto nel telaio lo distrasse dal pensiero. La finestra iniziò a scorrere sul binario.

– … No, dico … Il signor Marchetti … è proprio strano eh. Pensi che… quando va in bagno a fare la cosa grossa … beh, non la fa nel water…

– La cosa grossa…?

– Sì, dai … la cosa grossa … la cacca… – aggiunse la signora Rossana sussurrando.

– LA CACCA?!? – urlò l’altra

– Shh, abbassi la voce… quella cosa la, si…

– Cioè?

– Cioè … la fa nel vasino…

– Nel vasino? Pure la signora Marchetti?

– Sì, sì! La signora Marchetti, i figli e pure il cane! Tutti dico!

– Ma perché?

– Una volta fatta, la prendono e la mettono in un bidone sul balcone. Lì dentro ci sono dei vermi particolari, cacofagi del sud America mi pare, che mangiano la cosa grossa, la digeriscono e poi la rifanno. La usano come concime per i fiori.

– Beh, in effetti i fiori della signora Marchetti sono proprio belli – osservò la signora Pina.

– Infatti.  Dice però che hanno un problema.

– Chi? I fiori?

– No, no. I vermi!

– I vermi? E che problema?

– Sono talmente cresciuti che non gli basta più la cosa grossa dei Marchetti… Pensi che la signora Adele, la moglie del portiere, dice che un periodo l’hanno chiesta pure a loro.

– LA CACCA?!?

– Shhh, abbassi la voce. Si, si la cosa grossa… Però dopo qualche tempo hanno detto che non gli serviva più. Dice perché i vermi con la cosa grossa del portiere diventavano lenti, pigri, sempre stanchi… La signora Adele ci è rimasta molto male.

– Ci credo. E adesso come fanno?

– La prendono direttamente su internet. Se la fanno spedire ogni settimana da una comunità di vegani della provincia di Terni.

Il signor Marchetti iniziò a scavalcare il finestrone.

–  Signor Marchetti!! Signor Marchetti! TUTTO A POSTO?

– Ah, signora Rossana, è lei… Si si, non si preoccupi… tutto a posto…

La signora Rossana cercò invano di ottenere maggiori dettagli dal suo datore di lavoro. Ma l’uomo non poteva darle retta, perché nell’entrare in casa aveva messo il piede su una punta da disegno e, in preda ai dolori, era caduto a faccia avanti sul pavimento, lasciando un pezzo di labbro inferiore ed un incisivo sul parquet.

– Ha sentito? Un urlo. Mi è sembrato di sentire il signor Marchetti urlare. Venga, signora Pina, andiamo a vedere.

Dopo qualche minuto passato a piangere sul pavimento, il signor Marchetti si era faticosamente rimesso in piedi. Dalla parete i guaiti imbottiti di Alan.

– Zitto!

Il cane inizio ad abbaiare di gioia ed a galoppare impazzito per tutta la stanza.

– Porcaccia troia, t’ho detto di stare zitto, cristo!

Alan raddoppiò le manifestazioni di giubilo. I soprammobili, a due metri e mezzo di altezza, iniziarono a tremare.

A quel punto, il signor Marchetti aprì la porta della stanza imbottita e tirò ad Alan un grosso portagioie di peltro. Il cane, senza scomporsi, prese al volo l’oggetto e fece per riportarlo al suo compagno di giochi.

Non fece in tempo, perché quest’ultimo si era chiuso la porta alle spalle, sbattendola rumorosamente.

Se si fosse girato, avrebbe potuto verificare come la porta alle sue spalle era rimbalzata sui cardini, restando socchiusa.

– Fottiti! – gridò il signor Marchetti cercando di coprire le urla di Alan. – Col cazzo che ti dò i croccantini!

E avvicinandosi alla porta, iniziò a scuoterne la scatola.

– Li senti, merda? Li senti?

Alan si avventò sulla porta ringhiando e sbavando.

– Uhm che odorino… Gnam… Gnam…

Incurante del dolore, il signor Marchetti masticava platealmente la boccata di crocchette vegetariane davanti alla porta chiusa.

– Bau bau bau?… che buoni!

Alan prese a dare capocciate sulla porta, che rimbalzando sui cardini, aprì uno spiraglio.

Il signor Marchetti ballava in mutande girando tra una stanza e l’altra. Tirando in aria manciate di croccantini, cercava poi di mangiarli al volo. Con scarsi risultati, ma enorme soddisfazione.

Alan lo prese alle spalle. Il signor Marchetti fece appena in tempo a vedere con la coda dell’occhio gli enormi denti bianchi, prima di franare a terra sommerso da trenta chili di frustrazione.

Questa volta a saltare fu un premolare inferiore. L’occhio sinistro centrò in pieno la palla di plastica preferita dal cane.

Non riusciva a muoversi. La faccia pesta di sangue. Un formicolio lungo tutto il corpo. Doveva essere svenuto. Non sapeva quanto tempo era passato, ma il cane era sopra di lui. Ne sentiva sulla nuca l’ansimare caldo e ritmico.

Aveva freddo alle gambe. Si ricordò che era senza pantaloni.

Aveva freddo anche sul sedere. Un lampo di panico si accese nell’unico occhio che poteva aprire.

Il tempo di pensarlo e qualcosa  di duro e tremendamente grosso si fece strada tra le natiche pelose del signor Marchetti.

– Aiutoooo… – urlò in silenzio.

Vistosi perduto, con un ultimo immenso sforzo il signor Marchetti si rovesciò sul dorso. Alan volò all’indietro, sbattendo la testa contro il frigorifero, e finì tramortito sul pavimento, le cinque zampe all’aria.

L’uomo approfittò del momento e si gettò sul cane. I due iniziarono a rotolare per tutta la stanza. Qualcosa schizzò dal pavimento abbattendo il pesante lampadario a otto luci. Le suppellettili frangibili relegate sulle mensole a due metri e mezzo da terra iniziarono a cadere una ad una, discretamente, senza troppo clamore.

Ad un certo punto il signor Marchetti azzannò Alan al collo. Lo aveva visto in televisione. Non mollò la presa finquando non sentì Alan rilassare la muscolatura e svenire. Usò il guinzaglio per legarlo al termosifone. Con delle corde da traino unì tra loro le zampe posteriori. In ultimo, bloccò il muso usando uno scolapasta a mo’ di museruola.

– E adesso vediamo se ti muovi!

Alan sussultò ed aprì gli occhi. Alzò la testa lentamente, il guinzaglio e le corde gli impedivano di muoversi. Guaì verso il signor Marchetti, non riconoscendo ancora come suo carceriere. Poi, resosi conto, iniziò a sbavare rabbioso attraverso lo scolapasta.

– Puoi abbaiare e sbavare quanto ti pare, tanto non ti muovi da li! È finita per te! Pezzo di merda! Cosa dici? La signora Marchetti? Cazzo mi frega della signora Marchetti! D’ora in poi qui comando io! La musica è cambiata, bello mio! Vedrai chi c’ha più palle in questa casa! Alanuccio mio… Alanuccio bello… quanto sei bravo… quanto sei  bello… Fottiti!

Il termosifone iniziò a cigolare, scosso dalla rabbia del cane.

– Hai visto caro? Alan ne fa più di te! Ed è anche più buona… guarda i vermucci come sono contenti… Ti ci butto vivo tra i vermi! Poi vediamo quanta ne fai! Anzi … sai che ti dico?

Mantenendo una certa distanza dallo scolapasta, si girò di spalle e si accucciò. Sarà stata la paura o la tensione di quelle ore, ma il signor Marchetti fece tanta di quella cosa grossa che non si era mai vista. Persino Alan tacque ammirato.

– Ecco chi ne fa di più, stronzo! Volevi fottermi il posto, eh? Beccati questa!

Il portone di casa si aprì cigolando sui cardini.

– Venga signora Pina, mi segua

La signora Rossana entrò in casa con in mano le scarpe ed i pantaloni del signor Marchetti.

– Signor Marchetti? Le ho recuperato le scarpe e i pantaloni. Certo che sono ridotti male eh, tutti strappati. Che cosa le è…

Entrando nel tinello, non riuscì a finire la frase. In mezzo alla stanza, il signor Marchetti era accucciato sulle ginocchia in giacca, cravatta e calzini color avion. Le mutande grigio perla spuntavano a brandelli sotto le cosce. Dietro, il cane Alan incatenato al termosifone annusava con deferenza e sottomissione la montagna di cacca che lo sfintere anale del signor Marchetti continuava ad espellere.

– Signora Rossana … beh sa… quelli da internet non consegnano la prossima settimana… abbiamo bisogno di scorte per i vermi…

Fu l’unica cosa che riuscì a dire prima di crollare svenuto sul pavimento, perdendo l’ennesimo incisivo.

Pietro Turco, allievo del corso di scrittura satirica della scuola Omero.

1 Comment

  1. Bellissima!!! Complimenti all’Autore. Molto scorrevole e divertente.

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