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LO SPRITZ

LO SPRITZ

Ore 17:00. Finalmente al fresco. Sono abbandonato, con gli occhi chiusi, sulla poltroncina in finto vimini di questo bar. Braccia penzoloni e gambe distese, come se mi avessero appena sparato. In bocca sento il salato del mio sudore. Unico mio pensiero: Tè freddo.

Sembra che abbia fatto la doccia vestito. Il venticello sui vestiti madidi di sudore, mi provoca un leggero brivido di piacere. Adesso i raggi del sole, filtrati dall’ombrellone color panna, sembrano quasi una carezza. Sono cullato come un bambino dal vento. Mi sento chiamare:

-Gabriele sei tu?

Riapro piano gli occhi e ti vedo. Sei tu? Non riesco a crederci. Come nulla fosse, continui a parlare e, senza chiedere nulla, ti metti a sedere di fronte a me.

-Da quanto tempo non ci vediamo?

Non rispondo, ma so benissimo da quanto non ci vediamo. Sono quasi tre anni. Ricordo quella sera. Torno dall’ufficio e come apro la porta vedo i tuoi vestiti sparsi per casa, come a tracciare un percorso. Immagino si tratti di una caccia al tesoro, alla fine avrò il premio.  Raccolgo, uno ad uno, gli indumenti: prima il vestito, le calze, il reggiseno. Sulla maniglia della camera da letto le tue mutandine.

Già ti immaginavo sinuosa, distesa sul fianco ad aspettarmi, immaginavo di accarezzare i tuoi lunghi capelli neri, di perdermi nei tuoi occhi blu… immagino il tesoro. Quando apro la porta, c’è quel panzone, peloso a divertirsi col mio premio. I vestiti mi scivolano dalle braccia. Guardo a terra forse per non vedervi, ai piedi del letto la collinetta dei suoi indumenti, spicca sulla vetta un mutandone bianco degno di un lottatore di sumo.

Ancora a cavalcioni su di lui, ti fermi un attimo, mi guardi:

-Ormai siamo troppo distanti.

Effettivamente, lui ti stava molto più vicino di me. Il tuo sguardo sembra dirmi: “Qui abbiamo ancora tanto da fare”. Mi sento esplodere come un vulcano, ma non riesco a dire nulla, come telecomandato Indietreggio fino alla porta ed esco.

A vederti adesso, sembra ti sia mangiato un elefante, i tuoi occhi non sembrano così blu e i capelli non sono più tanto neri.

Il cameriere arriva al tavolo:

-Signori cosa vi porto?

Non faccio in tempo ad aprire bocca che tu:

-l’aperitivo speciale e due Spritz.

-Subito signori.

Mentre il ragazzo si allontana, tu facendomi l’occhiolino:

-Ricordo ancora che amavi lo Spritz.

-I gusti possono cambiare.

Guardo l’ingresso del bar. Attendo il cameriere come si attende il chirurgo fuori dalla sala operatoria. Voglio solo bere e andare via.

Tu invece parli: del tuo lavoro, della tua nuova vita, di quanto sei felice. La tua voce che ricordavo musicale come quella di una sirena, ora mi sembra quella di un ambulanza, stridente come il gesso sulla lavagna.

Spengo l’udito e ti vedo solo muovere la bocca. Sembra di guardare un vecchio film di Chaplin, sopra le labbra rosse, mi sembra quasi di notare l’ombra dei suoi baffetti.

Finalmente vedo il cameriere. Trascina un carrellino. Oltre agli Spritz, ci sono vassoi stracolmi di roba: panini, tartine, olive, patatine e mignon. Sembra debba mangiare un esercito.

Arrivato al nostro tavolo, incastra uno dopo l’altro i vassoi, sembra una partita a Tetris. Non c’è spazio nemmeno per respirare.

-Il vostro aperitivo. Buon appetito.

Poi va via. Non ho nemmeno il tempo di prendere una tartina che inizi a cacciarti in bocca panini, olive e patatine a catena di montaggio. Scoppio a ridere. Tu con la bocca ancora piena:

-Che ridi?

-No niente.

Come dirti che l’anno scorso, parlando di te ad un amico, dissi:

-Era sexy anche quando mangiava.

Il cameriere ti guarda con gli occhi sgranati, mentre spazzoli uno dopo l’altro i vassoi. Faccio cenno di portarli via. Finge di non vedermi, guarda per aria e fischietta.

Credo che abbia paura. Forse pensa che nell’allungare il braccio per prendere i vassoi, nella foga, tu possa addentarglielo. Indisturbata continui a mangiare. Ti avventi su quegli innocenti tartine come un leone sulla sua preda. Mentre vedo le tue mascelle lavorare come schiaccia sassi e il cibo quasi uscirti dalla bocca, penso: ”È proprio vero, I gusti possono cambiare”.

Giangiacomo Tedeschi, allievo della Scuola Omero

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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LIQUORE STREGA

LIQUORE STREGA

LIQUORE STREGA – QUASI UNA POSTFAZIONE
per 1 persona trepidante

erbe

magia

Ricetta arcana, occulta più di quella della Coca-Cola, imponderabile più degli archivi vaticani e dei servizi segreti. Pozione giallo-abbagliante, color zafferano, che splende in bottiglie d’antan e scorre, a fine pasto, in bicchierini minuscoli.

Filtro magico, netto e deciso, tutto d’un pezzo di vetro, fieramente d’epoca, indifferente alle mode del momento, solenne protagonista dei finali di partita; spavaldo e socievole, ma di una socialità del secolo scorso che rifugge la mondanità disordinata; animo in fondo schivo, legato a valori autentici, eppure grande animatore di gozzovigli e bisbocce.

Alleato dei dolci, partner ideale del pan di Spagna, dei caffè corretti, delle cioccolate calde, delle macedonie più audaci. Liquore del ritorno a casa, degli amici ritrovati che, nella foga dei brindisi importanti, trasborda dal calice, vola in aria, cade sugli astanti e li unisce in un fedele appiccichio di dita, mani e indumenti; protagonista indiscusso del Natale, con tutta la sua sterminata genia di torroni, torroncini, magie, creme e dessert d’ogni specie.

Invitato d’onore dell’eponimo e ambito premio letterario, linfa degli scrittori e degli amanti dei party, inchiostro giallo e carta canta.

Bevanda trasversale che, nella sua terra d’origine, non lascia indifferente nessuno e unisce il centenario al seienne, il fighetto al fricchettone, l’hipster al punkabbestia; liquido che, puntualmente, inchioda alla dogana i pacchi di vivande spediti dai genitori ai figli all’estero.

Ti riconosco, Strega. Finalmente.

Così recitava una vecchia réclame e così potrei andare avanti a canticchiare gingol del celebre digestivo che per chi, come me, è nato a Benevento raffigura un punto cardine della propria identità alcolica.

Se difatti lo Strega, fuori dall’aerea dei due fiumi (gialli anch’essi) che attraversano la città, il Tigri e l’Eufrate, costituisce un distillato da centellinare a timidi sorsi, a Benevento rappresenta invece un liquido da consumare necessariamente a fiumi. Appunto.

Sin da bambini, veniamo addestrati al consumo consapevole di Strega, che scorre in tutte le pietanze dolci, diventa torrone, penetra nella cioccolata, nelle mele, nei gelati, sicché nessuno può sottrarsi a un confronto diretto e cristallino con la pozione gialla.

E, se da piccola, con un piccolo morso rompevo i Goccioloni per sbarazzarmi del liquore e mangiare la cioccolata, adesso rifilo il cioccolatino a qualche passante e butto giù l’alcol tutto d’un fiato.

D’altro canto, la sbornia da Strega è un fenomeno sociologico che ha luogo unicamente nel contado magico e che spiega anche perché, dopo l’adolescenza, molti degli autoctoni non riescano più a bere il distillato. In questi casi, la normativa prevede dei programmi di rinserimento nella società, di recupero del cittadino, volti a superare la problematica Io-Strega e a conservare la residenza a Benevento.

A nessuno, infatti, è concesso storcere il muso davanti al cicchetto dorato, rifiutarne l’offerta, o peggio fare outing dichiarando alla tribù di non gradirne il sapore… Anatema! Scomunica! Immediata battaglia di Benevento, sconfitta storica, espulsione dal regno, ossa in co del ponte dove le bagna la pioggia e muove il vento. Grave mora economica per i parenti dell’eretico.

Per legge, ogni famiglia deve custodirne una bottiglia nel mobiletto dei cordiali, ogni bar, ristorante, pub, sala da thè, pompa di benzina ne deve essere lecitamente provvisto.

Sciagura a chi inaugura mostre senza le piccole ampolle prêt-à-porter o la cioccolata giallo-rossa; rovina per le pièce teatrali e i concerti senza una benedizione di acqua santa catarifrangente. Tutti i banchetti del reame, dai pranzi matrimoniali ai buffet dei convegni, devono invitare il totem liquoroso per scongiurare la nefandezza di una possibile risposta negativa alla richiesta di un goccio di Strega.

Ecco la catastrofe, l’onta incancellabile, il vituperio delle genti.

Per gli indigeni, lo Strega è infatti come la mostarda per i francesi, il ketchup per gli americani, la maionese per i nostalgici della democrazia cristiana: va su tutto. E questo andare omnicomprensivo non è solo legato al verbo bere, ma anche al verbo irrorare poiché sulla scena del fine pasto, tra le molliche e i gusci di noce, il liquore incontra il dolce e ci si fionda, pronto a innaffiarlo.

«Aggiungiamo un po’ di Strega?», è la domanda del goloso di turno a cui, il resto della tavolata, non può sottrarsi. La goccia di liquore rappresenta allora una sorta di firma dell’opera d’arte o di sottoscrizione alla pietanza.

Pertanto, si procede all’apertura della bottiglia che, da un angolo remoto della casa, ha assistito, intanto, al mutare delle stagioni e dei nostri umori.

Nel gesto primordiale dell’opening, l’attrito del tappo con lo zucchero depositato sul collo dell’ampolla produce un suono inconfondibile, una sorta di crr-crr che, come un richiamo ancestrale, farà accorrere alla vostra tavola tutti i beneventani presenti nel raggio di un chilometro (dunque pensateci bene!), insieme alle streghe in volo sulle scope Tonkita, alle nottole di Minerva, ai noci, ai pentoloni e ai barbagianni per dare inizio, finalmente,

al Sabba-to sera.

PIETANZA CONSIGLIATA: l’universo commestibile.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA
per 3 persone utopiche

2 pizzichi di sale

70 gr di maizena, ma proprio mai

 125 gr di farina più q.b. per sigillare la pasta

350 ml di acqua più q.b. per sigillare la pasta

150 gr di carne di suino

100 gr di germogli di soia

 2 cipollotti freschi

1 carota

90 gr di cavolo verza

1 cucchiaio di olio di semi di arachidi

1 costa di sedano

2 cucchiai di salsa di soia

È primavera: svegliatevi involtini. E tuffatevi nella splendida salsa di soia che, per legge, andrebbe consumata in ettolitri o dovrebbe piovere dal cielo.

Miei cari involtini, voi non gradite l’etichetta di amaro o di dolce, non vi trovate a vostro agio nel territorio dell’aspro o del salato. È una questione di gusto: voi rientrate nella categoria dell’umami. Sì, il sesto gusto. Che raffinatezza! Ho visto cose che voi umami.

Non lo sapeva quasi nessuno, nemmeno voi in persona, ma siete legati e avvolti a tale parola giapponese dal significato saporito. E il glutammato si espande a perdita d’occhio tra i prati in fiore.

La primavera ha un meraviglioso piglio prepotente capace, in un batter d’occhi, di spazzare via i malumori invernali. Non le importa della pioggia, del grigio, della vostra fiacca e dei vostri soliti cappotti scuri. Lei sboccia.

E tocca a noi tenere il passo.

In quest’improvvisa esplosione, messa per un momento tra parentesi la poesia, l’equinozio di primavera si rivela una giornata in cui dodici ore sono dedicate all’impazzare dei pollini, mimose, graminacee e polvere, e le restanti dodici al consumo smodato di antistaminici, fazzoletti di carta, collirio e ripetute elucubrazioni ai tavolini del bar: «Sono allergico? Ma non è che sono allergico? Sì, ne soffro da anni: sono allergico!».

Sono venticinque minuti che mi starnutisci sulla spalla, sono contenta che te ne sia accorto. Etciù. Siamo troppo sensibili.

Ma in questa serie di Scottex appallottolati che scandiscono le ore e nidificano su qualsiasi superficie piana, non sarà certo la fine dell’inverno a fermare la gioia di uno starnuto senza tregua.

Se non c’è rimedio all’allergia da equinozio – a cui l’iniquo pone fine col pensiero del giorno successivo – esistono però dei palliativi, un po’ blandi, che attutiscono il malessere di stagione: gli allergeni perenni.

Come le nevi, sono strane polveri sottili presenti costantemente nell’atmosfera, che procurano un forte prurito al naso e distraggono dagli acciacchi fisici.

Il primo, annebbiante come lo smog, è la schizofrenia da avverbio il cui sintomo più vistoso è l’uso indiscriminato e disgiuntivo del piuttosto. Queste vostre frasi piene di piuttosto che a mo’ di oppure mi disorientano. Resto in silenzio perché non riesco ad afferrare il significato e allora improvviso e rispondo con frasi in cui, al posto di ogni invece, piazzo un sempre. Pari e patta. Funziona così, no? Due avverbi deliranti prima dei pasti e si liberano le vie respiratorie.

Il secondo allergene senza via di scampo è lo strano caso dell’assolutamente cronico.

Domanda: Ti piace l’amatriciana? Risposta: Assolutamente! La frase finisce qui e io mi detesto un po’ perché lo prendo chiaramente per un sì.

Rimedio della nonna: aggiungere due gocce di biancospino e un qualcosa dopo l’avverbio. Restare a letto per due giorni.

Terza tra cotanto senno è la patologia delle patologie, la parola più alla moda come forse solo la sifilide poté essere nei suoi anni d’oro, il termine contagioso come il colera e bubbonico peggio della peste: know how.

Perché!? Dov’eravamo quando conoscenza, sapere, esperienza e i suoi fratelli si sono trasformati in know how? Mi ero distratta, ero sovrappensiero, meditavo sulla rinascita emotiva della bella stagione, ma giuro: non pensavo si arrivasse a tanto.

Per mettersi in salvo è necessaria una terapia di due settimane a base di scioglilingua, due aspirine a colazione e una bigliettino di scuse al Devoto Oli. Con la firma dei genitori.

BEVANDA CONSIGLIATA: Birra Tiger.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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PANETTONE PER TRE PERSONE DAI CAPELLI LISCI

PANETTONE PER TRE PERSONE DAI CAPELLI LISCI

Per il primo impasto – che non si scorda mai:
270 gr di lievito madre- sempre certo è
780 gr di farina
210 gr di burro
210 gr di zucchero
6 tuorli d’uovo
500 gr d’acqua

Per il secondo impasto:
170 gr di farina
60 gr di burro fuso
60 gr di zucchero
30 gr di miele
6 tuorli d’uovo
8 gr di sale
500 gr di uvetta
250 gr di cedri
250 gr di arance
vaniglia

Lavorate il lievito e le uova per cinque minuti. Unite lo zucchero e 300 gr d’acqua, il burro e la farina. Quando la pasta sarà legata (e imbavagliata), aggiungete l’acqua rimasta. Mettete l’impasto in un recipiente e lasciatelo lievitare, per dodici ore, ricoprendolo con un telo. Fate una faccia a forma di punto di domanda e poi smettetela di interrogarvi su cosa accadrà mai sotto il velo di Maya. Arrendetevi al mistero. Non parlate al conducente.
Nel frattempo, vi restano dodici ore da trascorrere con la sottoscritta. Partiamo dalle vostre intenzioni gastronomiche. Punto primo: come avete osato fare un panettone con le vostre mani da comuni mortali? Anatema!
Il panettone, da che mondo è mondo, è confezionato nottetempo dalle scintillanti braccia dell’industria nei meandri della cripta del duomo di Milano, conficcato in succinte scatole anni Ottanta e collocato, poi, nelle ziggurat d’esposizione dei supermercati.
Punto secondo: a chi vorreste rifilare tale pseudo panettone preparato, ahimè, sempre da voi?
Il professionismo dei mangiatori natalizi non contempla l’assunzione di calorie inutili solo per farvi piacere.
Esistono masserizie metafisiche cui l’umano non può tendere senza peccare di hybris verso la grande madre-industria: la Nutella, i bastoncini Findus o il panettone Motta. Le vostre colpe si riverseranno sui vostri figli, e sui figli dei vostri figli, e sui figli dei figli dei vostri figli, mentre voi sarete scorticati vivi, trasformati in ragni, in sofficini o in lattine di Sprite. Infine, il vostro panettone grondante tracotanza sarà colpito da un fulmine, mentre un cataclisma devasterà il pianeta. Vi consiglio, serenamente, di cambiare ricetta.
Il panettone industriale, simbolo del Natale nell’era del capitalismo, non è trangugiato da nessuno perché –diciamocelo- a nessuno piace realmente (né il Natale, né il Capitalismo).
Differente da quello artigianale (che non significa fatto da voi giacché due puntate di masterchef non vi hanno trasformato in un pasticcere o in vostra nonna), il Nostro compare a fine pasto o nei momenti fiacchi delle feste unicamente per senso del dovere. E soprattutto, viene consumato (mai fino in fondo, ma sempre con sufficienza), perché rientra nella prassi burocratica. Perché Egli sa di tradizione e, purtroppo, anche di canditi. Che orrore.
Passi l’uva passa, ma i canditi! Perché? Quei cubetti di plastica giallastra che si infrangono sui denti. Erano proprio necessari?
“Che mangino pandori!”, tuonerà il commensale settecentesco per tagliare corto, ma il pandoro è una soluzione troppo facile: che gusto c’è a mangiare un dessert puerile che non conosce il dolce supplizio del candito?
“Dobbiamo mangiare il panettone!” ribatterà l’integralista col presepe stampato sulla t-shirt. Dura lex sed lex.
E allora eccolo che arriva a tavola, col suo incedere lento, sempre uguale nei secoli, sempre con la stessa espressione sul volto. Ecco le fette cubiste sul tovagliolo ed ecco noi tapini, con sperticata pazienza, a estrarre uno a uno i canditi dall’impasto, in silenzio, rassegnati, come in un estenuante m’ama-non-m’ama senza speranza, senza trepidazione, senza batticuore.
E ariecco il Nostro a colazione, immutato e un po’ tumefatto. Al bando i coltelli: è tempo di sventrarlo direttamente con le mani prima di rivederlo a pranzo, e poi a merenda, e poi ancora placidamente seduto in casa altrui. Sì, perché lui è ovunque, non risparmia nessuno e, soprattutto, non finisce mai.
Se, infatti, i dolci, come tutte le più belle cose, vivono solo un giorno come le rose, il sempiterno panettone invece è duro a morire. E più passa il tempo, più s’indurisce, più assume il destino di un soprammobile da cucina.
Eccolo mentre ci guarda imperterrito durante i giorni di festa, finché non torniamo al lavoro, finché, a primavera, non mettiamo via gli addobbi natalizi.
Ospite fisso al nostro tavolo, presenza rassicurante ma segretamente invisa, ci osserva lungamente e poi, d’improvviso, sparisce lasciandoci solo una carta marroncina piena di brandelli e una domanda: “Dove vanno d’estate i panettoni?”.

Bevanda consigliata: Grappa barricata da buttare giù tutta d’un fiato.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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CROCCANTE ALL’AMARENA

CROCCANTE ALL’AMARENA

In occasione della presentazione di Ricette Umorali domani 12 luglio alle 18 (Centro storico – Castelvenere), ad “AmoTe”, il festival di teatro di Amorosi (in provincia di Benevento), l’autrice Isabella Pedicini ci regala una frizzante ricetta.

Ingredienti: latte scremato reidratato, zucchero, olio vegetale, sciroppo di glucosio-fruttosio, amarene (6,5%), nocciole, succo di limone da concentrato, cacao magro in polvere, lattosio e proteine del latte, amido di frumento, farina di grano tenero, amelline, sciroppo di glucosio, albume d’uovo, cacao in polvere, emulsionanti (mono e di gliceridi degli acidi grassi, fosfatici di ammonio, lecitina di girasole), latte scremato in polvere, addensanti (arginato di sodio, farina di semi di carrube), succo di barbabietole concentrato, aromi, amido di patata, sale, zucchero caramellato, proteine del latte, coloranti (antociani). Tracce di frutta secca a guscio e arachidi.

Mica avete letto gli ingredienti qui sopra? Saltati a piè pari, vero? Una noia mortale. Se malauguratamante vi fosse scappato di leggerli, per dovizia filologica o per nevrosi generica, vi prego di cancellarli immediatamente con una biro blu, altrimenti non possiamo andare avanti. Fatto? Bravi. Sentite già che leggerezza.
E la chiamano estate quest’estate senza te. Non si tratta di un gingol per deteinati, ma di un pezzo romantico che il croccante all’amarena cantò per anni al croccante al cioccolato dopo la sua prematura scomparsa. La variante nera del più poetico e fucsia degli interni infatti, morso e rimorso improvvisamente morse. Per anni il croccante al cioccolato fu allontanato in gran silenzio, tutte le prove insabbiate sotto la stessa sabbia con la quale sotterrate le stecche di gelato in spiaggia. Svanito nel nulla, forse rapito, risucchiato in un buco nero. Definitivamente escluso dall’unica cosa al pari degli indici della Borsa e delle graduatorie dei concorsi pubblici: il tabellone Algida. Cartina geografica dell’estate, atlante papillo e gustativo di una nazione intera, panacea di tutti i mali. Da un tabellone all’altro, il croccante al cioccolato con l’editto bulgaro fu fatto a pezzi e gettato in un sacco in un fiume per risorgere poi, a distanza di anni, secondo le tipiche modalità da Beautiful. Il consiglio d’amministrazione dell’Algida è infatti lo stello della Forrester Creations. Terrorizzata dalle sorti del fratello eterozigota del mio gelato preferito, per anni ho fatto mia la causa della sopravvivenza del croccante all’amarena con l’attivismo del consumatore consapevole, ovvero consumando il gelato in maniera smodata (leggi no-stop) per far salire le sue quotazioni nella Wall Street del famigerato tabellone. Notte e giorno ho comprato croccante per scongiurare l’estinzione definitiva della specie finché un giorno, coi capelli color amarena e la faccia piena di noccioline, alla mia ennesima richiesta, il barista ha risposto: «Non c’è!». Come non c’è!? Ho fondato la lega per la salvaguardia e la conservazione del croccante! Non può aver fatto la fine del gemello al cioccolato!?
«Non c’è!», ha ribattuto seccato l’uomo dietro il bancone. Ma non è possibile!
«Invece è possibile signorina, siamo a gennaio, non abbiamo tutti i gelati a gennaio!». Sarà. Ma mi faccia vedere le convocazioni Algida dell’anno prossimo.
Il croccante espone nel padiglione Italia?
Solo la successiva resurrezione del croccante al cioccolato ha fatto tirare un sospiro di sollievo a me e al mio fegato inondandoci di un’improvvisa speranza globale.
Il tabellone Algida ci accompagna da sempre. Siamo cresciuti con lui e davanti a lui, la nostra altezza nel tempo si è misurata sulla base della posizione dei gelati: come le linee sui muri che le mamme segnavano registrando l’altezza dei bambini, così prima arrivavamo al Fiordi fragola, poi più su al Cucciolone, poi ancora più su verso il Cornetto. Adesso sono alta quanto il Cookie snack. Rimango profondamente affascinata dalla geografia dell’Algida che studio come un’opera d’arte invitando anche gli altri a osservarne la magnificenza. Il tabellone è fantastico, permette tuffi nel passato, excursus nella storia e teoria del gelato, in quella personale e in quella d’Italia da Mazzini ai giorni nostri (ricordate l’Eldorado?). E insieme, come l’arte, la cartografia Algida è un ponte lanciato verso il futuro, dal colonialismo avanzante del Magnum alle timide sorti del Solero, dalla linea retrò dell’asse Cremino-Bomboniera al soft-porn dell’angolo del Calippo. Che mondo meraviglioso. Mi viene la sindrome di Stendhal davanti ai tabelloni! Ogni gelato meriterebbe un saggio che, tuttavia, non posso scrivere qui, a meno che non mi ingaggi l’Algida o Brooke Logan. Ah, che amarena.

Bevanda consigliata: acqua di fontana di giardinetto comunale (retrogusto ineguagliabile)

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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