Pages Menu
Categories Menu

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

PIZZA À LA BOLOGNAISE PER UN CASO CLINICO

PIZZA À LA BOLOGNAISE PER UN CASO CLINICO

 

Una pizza

Del ragù (ebbene sì, insieme)

 

Andate all’estero, diventate flâneur tra le corsie di un supermercato cercando di afferrare l’indole della Francia studiando la fisionomia dei suoi scaffali. Fate una promenade nel reparto surgelati, scattate qualche foto ricordo, e poi agghiacciatevi al cospetto di cotanta eresia messa in scatola: la pizza à la Bolognaise.

Rigorosamente surgela perché prodotta in un remoto angolo del pianeta, direttamente importata dall’ultimo girone dell’inferno, la pizza col ragù, come recita la scatola, è la vera pizza italiana.

Segue un minuto di silenzio.

Carlo Petrini, perché mi hai abbandonato?

Nell’analisi storica e sociologica del fenomeno epocale dei cervelli in fuga, erroneamente non è stato mai approfondito il primo dato che direttamente ne deriva: la problematica dei palati in fuga. Il vero dramma contemporaneo.

Nella diaspora, i palati in fuga, più dei cervelli, soffrono il distacco dalla madre patria in un’esistenza che oscilla tra un caffè annacquato e il tentativo, da parte di amici autoctoni, di rifilarti un piatto di pasta scotta con la speranza di farti sentire a casa.

Molto gentile da parte vostra, ragazzi, ma ecco, a casa mia, se uno cucina una cosa del genere, viene radiato dall’albero genealogico senza possibilità d’appello: la cottura al dente è la base su cui poggiano, da generazioni, tutte le relazioni tra parenti e la condicio sine qua non per essere ammessi nel clan. “Questa non è pasta, è pappina!” avrebbe tuonato mio nonno.

Ma il palato in fuga conosce bene la situazione e quindi rinuncia, in terra straniera, alla gastronomia natia, cedendo forse nostalgicamente, di tanto in tanto, a qualche arancino di passaggio che, però, immediatamente gli ricorda come mai si era ripromesso di non mangiare più nulla di vagamente italiano di là dalle Alpi. È in questi casi che avviene un altro fenomeno struggente, l’Unheimlich, in altre parole il familiare perturbante: questo che azzanno da fuori sembra un tortellino, lo riconosco, poi mordo e non capisco che diamine è. Aiuto!

Eppure, prima di fare la valigia, il palato in fuga, usando un po’ di cervello, aveva certo immaginato come è duro calle lo scendere e il salir per l’altrui scale, e si era anche più volte soffermato, con l’espressione un po’ accigliata, sul quanto sa di sale lo pane altrui.

Tuttavia, il palatin fuggiasco non aveva certo intuito che oltre al danno, nell’esilio, avrebbe dovuto scontare anche la beffa che, stavolta, ha l’aria surgelata e la faccia della pizza con sopra il ragù. Il ragù?!

Ma perché? Come vi è venuta in mente quest’accoppiata assassina? Dove l’avete presa?

Nella traduzione del celebre saggio dal titolo “Tu-vuliv-a-pizz-ca-pummarol-ncopp” deve esservi evidentemente sfuggito qualcosa. Chi ve l’ha suggerita? Chi? Chi è stato?

È una bufala! Eh, magari.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

MUFFIN DI PANETTONE PER UN PO’ DI PERSONE ANTIPATICHE

MUFFIN DI PANETTONE PER UN PO’ DI PERSONE ANTIPATICHE

 

150 gr di panettone

400 gr di farina 00

200 ml di latte

190 gr di burro

200 gr di zucchero

3 uova medie

1 bustina di lievito in polvere

una scorza d’arancia

mezzo cucchiaino (cucch-) di bicarbonato

un pizzico di sale

Sfilacciate il panettone in piccoli pezzi.  Morte al Natale! Saltate ripetutamente su tutti gli addobbi. Liberate il capitone e buttatelo dalla finestra. Fate air guitar nel salotto lustrato a festa.  Scassate la chitarra (che non avete) su quel diamine di puntale dell’albero che non sta mai dritto. Sputate sul pupazzo di neve e correte nudi urlando per la casa.

Successivamente, in una ciotola, setacciate la farina insieme al lievito, al bicarbonato e al sale. Lavorate il burro, con una planetaria (cercate su Google che significa) o con uno sbattitore elettrico, fino a ridurlo in crema. Tiè.  Burro, crepa pure tu.

Ritornate al panettone ridotto in brandelli e mettetevi a contemplarlo in disparte. Rattristatevi. Un giorno tutto questo panettone vi sarà utile.  Ma non potevamo rifilarlo allo zio della sorella del trisavolo numero 3942?

Il riciclo è un must natalizio: Lavoisier brevettò la celebre “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” mentre tentava goffamente di rimpacchettare un paio di orribili babucce da notte regalategli dalla zia austriaca. Oh buon Natale, cugino più piccolo di Lavoisier. Abbiamo un pensierino per te…

Lo stesso discorso vale per gli avanzi della tregiorni a più alto impatto calorico dell’anno solare: la zuppa di baccalà non è un animale in via di estinzione e il torrone, per quanto si sposti abilmente di tavolo in tavolo, non riesce a scrollarsi di dosso la propria natura sempiterna.

È noto, inoltre, come la nozione dell’eterno ritorno dell’uguale sia stata maturata da Friedrich Nietzsche, la sera di Santo Stefano, davanti al quindicesimo piatto di gulash riscaldato.

Tuttavia, nell’era della crisi e della decrescita felice, Serge Latouche e – in tempi non sospetti- mio padre, ci hanno insegnato che non si butta via niente. E così gli spaghetti diventano frittate di maccheroni, le rosette rafferme pangrattato, mentre la zuppa di baccalà, modello night and day, continua la propria corsa inarrestabile verso la fine del mondo.

Tuttavia papà e Latouche, seppure storicamente attenti agli effetti nefasti del capitalismo, hanno sottovalutato l’aspetto primario e più insidioso dell’imperialismo culturale occidentale: il cake design.

Nel folle tentativo di emulare le più scenografiche bakery newyorkesi, le nostre crostate colonizzate diventano palazzine a tre piani, blu elettrico, verde acido e a pois rossi e neri. Laccate e lucidate, soventemente portano in cima un umanoide di marzapane dalla gonna gialla, la faccia da Biancaneve e la maglia dell’Inter, sdraiato su una borsa Louis Vuitton e a bordo di un taxi fatto di cupcake.

Ebbene, con tutta la mia curiosità e l’apertura verso l’altro e verso la sperimentazione, perché mai io dovrei azzannare un tale ufo? Chi glielo dice al mio palato?

Preferisco dare un morso a una scultura di Jeff Koons. Mi sembra molto più appetitosa.

Grazie, ma lascio ai vostri colon di ferro le scarpette da danza, la reflex, il faccione di Peppa Pig. Posso avere un boccone della mia abat-jour? E un assaggio del telecomando del decoder?

Ormai non riesco a finire il pasto senza un pezzettino delle mie décollétes di vernice rossa.

No, non ci siamo. Umanità, smettila di darti tante arie: non c’è nulla di più elegante di un babà!

Eppure il buon vecchio panettone, indiscusso reduce dei cenoni, con piglio gattopardiano, si trasforma in muffin dimostrandosi feroce e indigesta metafora dei nostri tempi. Una fitta al cuore e una allo stomaco. Roba da rivoltarsi nella tombola.

Bevanda consigliata: Veuve Clicquot

 

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

ZAMPONE CON LENTICCHIE PER 8 PERSONE CINICHE

ZAMPONE CON LENTICCHIE PER 8 PERSONE CINICHE

 

• 1 zampone di 1 kg • 500 gr di lenticchie

• 2 cucchiai di pomodoro

• 2 dl di vino rosso corposo

• 1 cucchiaio di farina

• olio d’oliva

• 1 cipolla

• sale

• pepe

Lasciate lo zampone a bagno per cinque ore in una terrina contenente acqua fredda, in seguito toglietelo. Bucatelo in varie parti con una forchetta assumendo possibilmente un’espressione sadica in viso. Avvolgetelo in un canovaccio e dopo averlo legato (e imbavagliato) mettetelo in una casseruola con abbondante acqua fredda e fatelo cuocere a fuoco lento per circa tre ore.

Fategli anche delle foto e mandatele alla famiglia, nel caso mettetegli in mano un quotidiano così che si possa vedere la data.

Sappiate però che difficilmente qualcuno pagherà il riscatto (io non lo farei mai, piuttosto cinicamente esulterei del sequestro zampone).

Trascorso il tempo, spegnete il fuoco e fate riposare il prigioniero nel liquido di cottura per 30 minuti.

Lasciate, a questo punto, che lo zampone prenda la sua strada, abbandonatelo a se stesso e assumete un certo distacco emotivo. Dedicatevi piuttosto alle lenticchie.

Cuocetele separatamente evitando contaminazioni di sorta con il reietto, lasciando loro un’individuale e meritata autonomia. Concedetevi uno stato d’animo più entusiasta e meno rassegnato rispetto alle precedenti vicende con il sequestrato, animate solo dal peso della tradizione e dal disagio sociale.

Diciamocelo: lo zampone è passatista.

Nonostante la presenza del milite ignoto, la lenticchia mantiene un posto di primo piano di cui i contorni, per loro stessa ammissione, non godono spesso.

Forse perché caricato del valore scaramantico-propiziatorio (la lenticchia porta denaro), questo allegro legume vince il confronto con l’incamerato, esce da un ruolo di subordinazione e assume un posto scintillante sulle tavolate dei cenoni di capodanno.

Il maggiore esponente del partito avversario è messo all’angolo.

In tempi di crisi economica, il consumo di lenticchie ha avuto un boom pazzesco e i grandi esperti della finanza individuano nel consumo del legume una delle vie più sicure per rianimare il capitalismo e placare le turbolenze dei mercati.

Le banche, che già si fanno pubblicità in televisione per rassicurare famiglie e imprese, stanno preparando un megaspot insieme alla Cirio per la regia di Giulio Tremonti e musica del maestro Apicella.

I cittadini sono invitati a mangiare quotidianamente quantità mostruose di lenticchie per risanare il debito pubblico.

I sindacati si dividono, ma presto si troverà l’accordo sulle otto ore di abbuffata continuata. Per il povero zampone si prevedono dunque tempi bui, lo dice anche il «Financial Times».

Pure Ratzinger, dall’alto delle sue deliziose scarpette rosse, sta girando la nuova campagna pubblicitaria di Prada in cui invita a barattare primogeniture per piatti di lenticchie (è un remake di Giacobbe e Esaù: prevista fiction in tempi biblici).

«Se la tv è buona anche tu sei buono», non ricordo se è la pubblicità del canone Rai o il titolo dell’ultima enciclica papale. All’interno di un simile quadro, lo zampone non ha scampo e per il bene della nazione mette da parte aspirazioni personali, arrendendosi a un destino paradossale da contorno. A Wall Street si mormora che il sacrificato, ormai, stia meditando un atto avventato e disperato: si getterà giù dal balcone insieme alle cose vecchie che si defenestrano felicemente con l’anno nuovo.

Così come vuole la tradizione.

Vino consigliato: Barolo 2000, Serralunga d’Alba doc – Fontanafredda.

 

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

PANINO AL CRUDO PER QUATTRO RAGAZZE ALLA BIENNALE

PANINO AL CRUDO PER QUATTRO RAGAZZE ALLA BIENNALE

 

Venezia, una quadrupla

Sveglia alle 8

Campane e piccioni

3 turisti infingardi già in assetto di guerra

4 cornetti

4 cappuccini

1 acqua grande liscia

“Liscia?”

“Naturale”

“Minerale naturale?”

“Naturale, naturale…”

Camminare

“Andiamo prima a vedere Tapies a Palazzo Fortuny?”

Camminare

Padiglione del Kuwait

Molte scale

1 gondoliere

Padiglione dell’ Azerbaijan

Ore 12

Canal grande

Insolazione

Un ponte

Un altro ponte

Un altro ponte ancora

Padiglione della Palestina

7 giapponesi

“Cominciamo dai giardini!”

Andare, camminare

4 banane anti svenimento

Consultare la cartina

Padiglione Spagna

Macchine fotografiche

Belgio, Olanda

Camminare

“Hai un elastico pe i capelli?”

Palazzo Enciclopedico

Guardare le opere

Leggere tutte le didascalie fino alla fine

Un caffè? No, non perdiamo tempo

Padiglione della Russia

Padiglione del Giappone

Francia

Germania

Inghilterra

“Ci mancano solo l’Alsazia e la Lorena”

Leggere le brochure

Israele

Camminare

“Ma sono le due e mezzo, non mangiamo?”

“La fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia”

Ok, ma se non mangiamo qualcosa ci estinguiamo. E poi siamo già dentro.

Gaber ci perdonerà.

Pane al pane

Crudo al crudo

Tempo di masticazione: due minuti

Acqua

“Ricominciamo!”

Osservare

Brasile

Austria

Egitto

Grecia

Polvere

Contemplare

Felicità

Ore 16

Abbiamo saltato la Danimarca

“Torniamo indietro!”

Stati uniti

Guardare, guardare, guardare

“Ma un giro al bookshop ce lo dobbiamo fare!”

Sfogliare

Camminare

Ore 18

“Ce ne dobbiamo andare o ci chiudono dentro!”

Uscire

Camminare

Commentare

Discutere

Camminare

Un ponte

Un altro ponte

“Uno spritz?”

Un giro di spritz

Un altro giro

“Questa è la nostra cena”

Ore 21

Camminare

Camminare

“Possiamo andare a mangiare in un posto fighissimo che conosco!”

Camminare

Camminare

“Un altro spritz?”

Una gondola

Ore 23

Un tempo avevo i piedi

Camminare

Camminare

Thò un ponte!

Ore 24

“Qual è il piano per domani?”

“Fondazione Prada, eventi collaterali e tutto l’Arsenale”

Doccia

Litigare sul ruolo di curatore

Ore 2

Dormire

Sveglia ore 8

Campane e piccioni

 

Prendete una giornata così. Aggiungete 35 gradi, una grande dose di adrenalina e un cappello di paglia. Unite al composto un dolore ai piedi costante, ma ormai irrilevante.

Mischiate all’intingolo sentimenti di stupore, curiosità, emozione. Aggiustate di sale con la lista delle opere che non vi hanno convinto. In una terrina a parte, mettete le idee che vi sono venute. Moltiplicate il tutto per tre. Infornate per 15 minuti ed ecco a voi un weekend d’arte. Impiattate e servite in tavola ancora caldo. Fumante, come la vostra testa.

 

Bevanda consigliata: Acqua minerale naturale

 

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

OSTRICHE PER QUATTRO ITALIANI A PARIGI

OSTRICHE PER QUATTRO ITALIANI A PARIGI

 
12 ostriche

limone

pioggia, pioggia, pioggia e Francia

 

Prendete le ostriche. Guardatele negli occhi. Confessate a voi stessi che per aprirle necessitate di uno scalpello, di un cric, di un cavadenti del vecchio West e di una pinza da officina modello Metropolis di Fritz Lang.

Prendete il telefono e chiamate un killer. Aspettate che bussi al citofono e, nel frattempo, meditate su quanti arnesi abbia dovuto brevettare l’umanità nella sua storia per riuscire a farsi un aperitivo. Ringraziate lo Zeitgeist che non sia toccato a voi, discendenti dell’homo in-habilis, essere uno dei primi ominidi sulla terra, altrimenti col piffero che avremmo avuto un apriscatole. Risentitevi pure. Stizzitevi anche davanti al ritardo del killer –non esistono più i killer di una volta- e decidete di andare a mangiare ostriche al ristorante.

Ma cosa accade quando, sotto una pioggia testarda e i morsi della fame, si finisce nel primo ristorante di Montmartre? È palesemente una sòla. Strilla lo spirito gourmet che entro mi rugge. Tuttavia è troppo tardi e spinti dai camerieri – pessimo indizio sull’individuazione di un buon ristorante- siamo già tutti e quattro intorno a una tovaglia a scacchi bianca e rossa, abbiamo il basco in testa, la maglia a righe e la baguette sotto l’ascella.

Un pianista comincia languido a suonare.

“Per noi ostriche!”

Siete sicuri?

“Tu no?”

Non so. Questo posto non mi convince. Ci siamo solo noi, i poster della Torre Eiffel e quel tavolo di americani con la biondona triste che non mangia nulla sotto le avance del signore panzuto. Non posso non guardarli di nascosto: sono cresciuta vedendo serie TV degli Stati Uniti e non appena vedo americani vagamente telegenici devo guardarli. È più forte di me.

“Sarà. Ma per noi sempre ostriche! Tu?”

Oddio, non so. Mi perdo in quest’enigma chiamato menù e, sotto lo sguardo ansiogeno del cameriere, scelgo cozze con patatine fritte a dimostrare a me stessa, in uno sperimentalismo smodato, che a volte so anche stupirmi.

“Che cosa?! Cozze e patatine fritte!?”

Ebbene sì…Voi?

Noi ostriche! Noi escargot! Escargot…escargot…escargot???

Cala il silenzio. Pronunciata la fatidica parola qualcosa, stride, non combacia, lascia perplessi. Al tavolo accanto, la biondona rifatta piange sul suo dolce mentre il panzuto continua a ordinare portate. Per un momento tutto si congela finché gli ostricanti, sbalorditi, si guardano in faccia e urlano: “No! Ma le escargot sono le lumache!”.

Panico. Eccole impiattate. Arrivano in tavola. Coi gusci.

Ora voi potete chiamarle con nomi zuccherosi e affascinanti, legarle a storie nebbiose sulla Senna e bla bla bla, ma io in realtà le conosco bene, so da dove vengono, so che in realtà si chiamano ciammarruche, a tratti ciammarruchielli (conosco quel loro nome che già dal suono riporta all’attrito tra il corpo della lumaca e la terra su cui l’animale si trascina).

So che escono dal regno dell’invisibile dopo le piogge estive quando ti metti il maglione di filo sui vestiti di cotone. E so bene che gli anziani ne sono ghiotti: seduti ai tavoli delle sagre di paese, cavano il corpo lumacoso con uno stuzzicadenti oppure, con grande dedizione, succhiano i gusci, uno dopo l’altro, facendo quel tipico rumore che risuona, come una eco, nei secoli dei secoli amen. La mia infanzia, d’altra parte, è popolata da queste scene estive di rara inquietudine.

“Assaggiale!”

No, non ce la faccio.

Gli americani si alzano. Iniziano a ballare e sorridono al pianista. La bionda ha cominciato a parlare ad alta voce mentre il panzuto, rabbuiato in un angolo del tavolo, conta da solo un fascio di banconote.

“Assaggiale!”

No. Ho già preso cozze e patatine fritte. Ho una dignità gastronomica da difendere. Mica posso fare tutto io. E poi le lumache mi fanno venire i brividi, ma allo stesso tempo mi inteneriscono con quel grande amore per la lentezza e quella casa, come una grande valigia, sempre sulle spalle. Forse un po’ mi assomigliano…

“Allora assaggiale, non hai scuse!”

E invece ce l’ho: Cosimo Piovasco di Rondò, meglio noto come il barone rampate, a dodici anni si rifiuta di mangiare un piatto di lumache e, in contrasto col padre, decide di salire su un albero da cui non scenderà mai più.

Non sfidatemi. Sul cibo non scherzo.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More