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INTERVISTA AD ALESSIA GAZZOLA

INTERVISTA AD ALESSIA GAZZOLA

 

Alessia Gazzola è medico legale oltre che scrittrice. Autrice di romanzi in bilico tra il giallo e la commedia, è molto amata per la fortunata serie de L’allieva (edita da Longanesi) con protagonista l’anatomopatologa Alice Allevi, tradotta all’estero con grande successo e adattata per il piccolo schermo dalla RAI. Nel 2016 ha pubblicato per Feltrinelli Non è la fine del mondo, commedia più specificamente romantica su una stagista che lavora per una società di produzione cinematografica di Roma.

 

Cosa leggi in genere?

Amo le letture “vintage”, preferibilmente ambientate nella vecchia Inghilterra o nella Parigi del secolo scorso. Amo molto i libri che parlano di libri e di scrittori. Alterno le commedie contemporanee ai grandi classici.

 

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Lungo elenco! Si parte dalla Austen e si arriva alla Kinsella passando attraverso Virginia Woolf, Charlotte Brontë, Elizabeth Jane Howard, Alicia Gimenez Bartlett, Stefania Bertola, Marcela Serrano, Peter Cameron. Ma potrei ancora continuare!

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Quella sera dorata di Peter Cameron.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

MC Beaton. Puro spasso. Può considerarsi una scrittrice umoristica? Non saprei. Ma è la prima che mi è venuta in mente, qualcosa vorrà dire.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

A guidarmi è sempre il mio gusto come lettrice. Scrivo quello che mi piacerebbe trovare in libreria e cerco di mixare i generi che amo in qualcosa il più possibile originale.

 

Che tipo di humour prediligi?

Mi piace la bonaria ironia del narratore onnisciente che racconta il suo personaggio prendendolo anche un po’ in giro. Ma mi piace anche l’autoironia declinata in prima persona. Non ho bisogno di intere scene per sorridere e deliziarmi, per me l’humour si esprime anche solo attraverso l’utilizzo di un aggettivo ben scelto.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Decisamente nascono di getto. Solo così sono buone. Se ci penso troppo alla fine non funzionano e le cancello.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

È inevitabile attingere ad archetipi ben cristallizzati nell’immaginario collettivo; anche se non intenzionalmente è un’influenza imprescindibile che tuttavia mi sforzo di interpretare in maniera più personale, scegliendo la strada meno scontata.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Sostanziale. Prendermi in giro e low profile sono due regole di vita. Vero è altresì che il senso dell’umorismo è spontaneo ed è difficile acquisirlo. Sono molto costernata per chi ne è privo.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Come anticipato, per me è naturale e acquisirlo di sana pianta è impensabile; credo che sia un tratto anche d’intelligenza. E sì, credo pure che si possa coltivare attraverso la lettura oppure seguendo opere cinematografiche e teatrali di buona qualità.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Solo se complementare ad altri generi più in voga.

 

Progetti futuri?

Sto lavorando alla seconda stagione della serie tv tratta da L’allieva e sono in fase di scrittura del settimo libro della serie, che uscirà in novembre. Ma la mia mente è popolata da altri nuovi personaggi cui vorrei tanto dar voce… mi serve solo il tempo!

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INTERVISTA A ENRICA TESIO

INTERVISTA A ENRICA TESIO

 

 

Copywriter di professione, Enrica Tesio, torinese, è una delle blogger più conosciute in rete grazie al suo blog Tiasmo, aperto nel 2013. Dal blog è nato il fortunatissimo libro pubblicato due anni dopo per Mondadori, La verità, vi spiego, sull’amore, un romanzo in cui racconta la sua vita con due figli dopo la separazione dal marito. Il libro, da poco, è diventato un film con Ambra Angiolini e Carolina Crescentini.

 

 Cosa leggi in genere?

Sono figlia di un professore universitario di lettere moderne, sono cresciuta con Pavese, Calvino, Fenoglio, Levi, Mastronardi, ma il vero piacere della lettura è arrivato con gli americani (Auster, Roth, Bellow… ho una piccola passione per gli ebrei evidentemente). Oggi leggo quello che mi consigliano pochi fidati amici e librai, se ho voglia di ridere opto per cose davvero brutte rigorosamente decantate ad alta voce. Una per tutte: Angeli e Demoni  nel passaggio in cui il Papa dice al camerlengo di essere suo padre e che sua madre era una suora, ma che comunque l’avevano procreato senza atto sessuale, in provetta. Se ci penso mi sganascio ancora ora. Anche solo perché camerlengo è una parola davvero comica.

 

 Quali sono i tuoi autori preferiti?

Non ho autori preferiti ma libri, un po’ come per la musica. Uomini e topi, Pastorale Americana, Lolita… per dire i primi tre che mi vengono in mente.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Più che un libro, una novella imperfetta: Il corpo di King, contenuta in Stagioni diverse (per intenderci la novella da cui è stato tratto il film Stand by me, ricordo di un’estate).

Lo scrittore umoristico preferito?

Non so se si possono considerare scrittori umoristici ma direi Landsdale e Vonnegut.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Non ho modelli. Da lettrice forte ho cominciato tardi con la scrittura proprio perché mi pareva ci fossero meravigliosi e incomparabili libri in giro. Alla fine bisogna far tacere il modello e seguire la propria voce.

 

Che tipo di humour prediligi?

Mi piace che si parli di umorismo e non di ironia o peggio di autoironia che sono termini abusati. L’ironia è un modo per sembrare fighi dicendo male di se stessi. Il senso dell’umorismo è meno autoreferenziale, mi piace quello graffiante, paradossale. Amo ridere. Com’è che diceva quel tizio: io non faccio l’amore, io scopo forte. Ecco io non sorrido, io rido forte.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Non sono una battutista e mal tollero i battutisti. Sono una copywriter, so scrivere un claim anche un claim divertente ma quello è mestiere. Mi piace il divertimento che cresce nel racconto, portare le persone a immaginarsi una determinata situazione, riderne insieme.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Nel blog sì, nei romanzi non sempre.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Ho teorizzato che il senso dell’umorismo sia come il gruppo sanguigno. Esistono gruppi diversi e si può essere riceventi o donatori, tra i riceventi ci sono quelli che capiscono il senso dell’umorismo ma non sono “attivi”, non fanno ridere insomma (mio padre), poi ci sono quelli che lo capiscono e ne fanno anche uso, i donatori appunto. Quando trovi una coppia ricettore-donatore, due persone che sanno ridere e farsi ridere delle stesso cose, beh lì c’è la meraviglia e la felicità. Io ho avuto spesso e volentieri questa fortuna.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Credo sia un’inclinazione naturale. Si può coltivare il senso del grottesco, forse.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia? 

No, per un periodo in Italia è stato considerato il battutismo di occasione e il comico noto. Mi pare sia finita anche quella fase.

 

Progetti futuri?

A settembre uscirà il mio nuovo romanzo per Bompiani e non fa ridere manco un po’. Ma mi rifarò con il prossimo.

 

 

Redazione

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INTERVISTE SULLA NARRATIVA UMORISTICA IN ITALIA

INTERVISTE SULLA NARRATIVA UMORISTICA IN ITALIA

 

In questa pagina tutte le interviste raccolte finora sulla narrativa umoristica in Italia.

interviste umorismo narrativa Meraviglie Fazi Editore Ammaniti malvaldi Presta Benni Serra Bosco

Per la sezione Alice nelle Meraviglie (tuttora in fieri) sono intervenuti gli scrittori: Niccolò Ammaniti, Federico Baccomo Duchesne, Fabio Bartolomei, Stefano Benni, Stefania Bertola, Federica Bosco, Cristiano Cavina, Fabio Genovesi, Lorenzo Licalzi, Marco Malvaldi, Marco Marsullo, Chiara Moscardelli, Francesco Muzzopappa, Antonio Pascale, Stefano Piedimonte, Marco Presta, Michele Serra, Enrica Tesio, Giovanna Zucca.

Alice nelle Meraviglie è uno spazio di discussione dedicato espressamente alla narrativa umoristica. Attraverso le parole degli autori via via dedicatisi al genere, si vorrebbe creare un dialogo a distanza su questa specifica modalità narrativa, capace di spaziare dalla commedia alla satira, con leggerezza più o meno manifesta e l’uso di stili anche diversissimi. Le domande rivolte agli scrittori in questa serie di interviste sono state sempre le stesse, proprio a evidenziare eventuali differenze e rivelare il punto di vista di ognuno su un argomento troppo spesso considerato minore, specie in letteratura. I lettori con i loro commenti potranno arricchire quest’angolo di riflessione allargata in cui tutti sono invitati a intervenire con osservazioni e suggerimenti.

Qui la raccolta completa con tutte le interviste:

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INTERVISTA A CHIARA MOSCARDELLI

INTERVISTA A CHIARA MOSCARDELLI

Chiara Moscardelli, nata a Roma ma milanese da anni, ha esordito per Einaudi con Volevo essere una gatta morta. Dopo La vita non è un film (ma a volte ci somiglia) sempre per Einaudi, nel 2015 ha pubblicato con grande successo Quando meno te lo aspetti con Giunti. Per la stessa casa editrice, nel 2016, è uscito il suo ultimo esilarante romanzo, Volevo solo andare a letto presto.

Cosa leggi in genere?

Adoro la letteratura americana, da Steinbeck a Don Winslow. Sono una fan sfegatata di Raymond Chandler come scrittore ma soprattutto come sceneggiatore. Ne La fiamma del peccato di Billy Wilder c’è la donna che avrei voluto essere nella vita, la gatta morta per eccellenza, la femme fatale interpretata da Barbara Stanwyck. Quante volte avrei desiderato dire ad un uomo: “No, non ho mai amato, né te né nessuno. Sono guasta dentro”. Purtroppo potrei solo dire: “Ti ho amato troppo, al contrario di te” e poi scoppiare a piangere, che non è proprio una frase da donna fatale.
E poi quel film era tra i preferiti di Woody Allen, il mio mentore!

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Accidenti, mi sa che ho già risposto e ovviamente nel posto sbagliato. Ma ne ho molti altri! Lansdale, Nesbo, De Lillo. I grandi classici, che leggo e rileggo: Il conte di Montecristo (tra i miei preferiti), Delitto e castigo, I Demoni, Cime tempestose (ovviamente) e la mia amata Jane Austen. Agatha Christie e Shakespeare. Potrei continuare per ore, ma mi fermo qui…

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Nooo impossibile rispondere!!! Impossibile sceglierne uno! Sono decine e decine…
Forse, per amore di coerenza, Il Conte di Montecristo. C’è tutto: amore, vendetta, rinascita, tradimento, avventura, intrigo. Sono andata a Marsiglia solo per visitare lo Château d’If e la sua cella. La mia amica non faceva che ripetermi: “Chiara, lo sai vero che è finzione?” Ma io non le ho badato più di tanto. Per me il Conte di Montecristo è reale.

Lo scrittore umoristico preferito?

Adoro l’umorismo inglese. Quindi Alan Bennett. Ma il mio vero e assoluto padre spirituale non è uno scrittore. È Woody Allen. Lo trovo geniale. Provaci ancora Sam lo cito in continuazione, come quando Sam/Woody deve prepararsi a fare nuovi incontri dopo il divorzio : “Era meglio se mi vedeva prima. Non mi va di andare ad un appuntamento con un ragazza che mi vede per la prima volta, se rimane delusa e si mette a ridere o a strillare?! Una volta una studentessa del Brooklyn College si affacciò alla porta, mi vide e svenne… ma era debole per la dieta dimagrante”.
Una frase che avrei potuto dire io!

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Woody Allen (scusate, lo so, sono ripetitiva).
Ma anche le sceneggiature di Hitchcock, Caccia al ladro, su tutte. I dialoghi tra Cary Grant (John Robie) e Grace Kelly (Frances Stevens) sono incredibili, moderni, sensuali, ironici: “Siete in Europa a comprarvi un marito?” chiede John Robie a Frances. “L’uomo che io voglio non ha prezzo” risponde lei in modo suadente. “Beh, questo mi elimina…”.
In generale la maggior parte dei film con Cary Grant hanno una sceneggiatura d’eccezione.
Penso a Sciarada di Stanley Donen. Il personaggio femminile è interpretato dalla magnifica Audrey Hepburn (Regina Lambert). Nella scena iniziale i due si incontrano per la prima volta in un rifugio in montagna ed immediatamente il dialogo è scoppiettante:
“Esiste un signor Lampert?” Chiede Cary Grant/Peter a una Regina bellissima e apparentemente indifferente. “Sì!” Risponde lei. “Congratulazioni!”. “Non c’è di che, sto per divorziare!”. E lui: “La prego, se è per me non lo faccia!”
Ecco, se riuscissi a scrivere dialoghi del genere, sarei la donna, anzi no, la scrittrice più felice del mondo!

Che tipo di humour prediligi?

Quello inglese. Anche Agatha Christie, suo malgrado, è ironica. Shakespeare lo è!

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Che fatica! La trama, la stesura, sono una passeggiata a confronto. Strappare una risata, genuina, senza usare un gergo volgare è la cosa più difficile al mondo. Fare piangere è più semplice e infatti mi domando sempre chi me lo ha fatto fare! Diciamo che la battuta viene, quando viene, di getto. Poi la limo, la taglio, la allungo, spesso la riscrivo completamente. Ma nasce spontanea e all’improvviso.
Magari non ha alcun collegamento con quello che sto scrivendo ma devo cogliere l’attimo e allora la scrivo lo stesso. Poi la sposto dove fa più effetto.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

“Truth is stranger than fiction” scriveva Mark Twain. E io sono d’accordo con lui. Non ho mai dovuto inventare granché, a dir la verità. Trovo tutto nella vita reale. I miei personaggi li incontro tutti i giorni. Quelli principali sono i miei migliori amici, poveretti loro. Negano, ovviamente, di avere determinate caratteristiche, ma alla fine si devono arrendere alla dura realtà.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Il senso dell’umorismo è vita! Aiuta a vivere meglio anche se non mi fa trovare un uomo, un compagno (loro odiano le donne ironiche, checché ne dicano). Se hai senso dell’umorismo non ti prendi sul serio e riesci persino a prendere le distanze da cose difficili e quindi ad affrontarle meglio.
È pur vero che io stessa, un uomo che si guarda troppo l’ombelico proprio non lo vorrei. Quindi alla fine, per citare Furio/Verdone: “Allora vedi che la cosa è reciproca?”

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Sai che non lo so? Io ce l’ho sempre avuto. Anche quando da bambina le compagne di classe mi bullizzavano (quelle più carine, ovviamente), io ci trovavo sempre un lato comico (in loro e in me).
Penso però che una volta che ce l’hai, puoi senz’altro migliorarlo, affinarlo, ecco.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Assolutamente no! Se fai ridere non fai neanche letteratura! Non sono mai stata invitata ai festival, infatti. In più sono una donna. Fossi stata un uomo sarebbe stato diverso, almeno ai festival mi avrebbero invitata!

Progetti futuri?

Tanti. Ora sono alle prese con una trilogia gialla. Ma sempre ironica eh!

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A GIOVANNA ZUCCA

INTERVISTA A GIOVANNA ZUCCA

Giovanna Zucca vive a Treviso e lavora in ospedale. Nel 2011 ha esordito con Mani calde, vincendo il Premio Rhegium Julii Opera Prima 2012. Il suo secondo romanzo, Una carrozza per Winchester, ispirato alla vita di Jane Austen, ha ricevuto una menzione d’onore al Premio Merck Serono 2014. Laureata in filosofia, collabora con il Centro studi sull’etica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Con Assassinio all’Ikea, del 2015, ha inaugurato una fortunata serie di gialli tutti da ridere su fatti e misfatti della vita in provincia. Protagonista la coppia di investigatori formata dal commissario Loperfido e la sua giovane assistente Luana Esposito, al centro anche di Turno di notte. Lo strano caso del Fatebenesorelle, appena uscito in libreria.

 

Cosa leggi in genere?

In prevalenza gialli ma ho una vera passione per i romanzi d’amore ottocenteschi e i libri umoristici. La verità per essere afferrata va nascosta: in parabole oppure in testi ironici e umoristici. Platone disse di Socrate: Ascoltando i suoi discorsi all’inizio sembrano ridicoli perché non fa altro che parlare di asini e di fabbri. Ma, se li apri e ci guardi dentro, prima di tutto ti accorgi che hanno un senso profondo, e poi che sono addirittura divini. Ecco alcuni autori sono divini.

 

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Su tutti Jane Austen. Con una narrazione accurata e una felice scelta delle parole ella crea uno dopo l’altro i suoi buffoni e in tre righe ci mette davanti agli occhi la matrona supponente che altezzosa batte il bastone a terra per richiamare l’attenzione. E quando con maestria sublime le dà della sciocca questa senza sospettarlo alza il naso con sussiegosa condiscendenza. Penso alla signora Bennet di Orgoglio e pregiudizio. O mister Collins o ancora la signora Bertram che ipocondriaca e pigra si sente come colei da cui dipendono le sorti dell’intera famiglia. La Austen percepisce il mondo attraverso la consapevolezza delle sue contraddizioni e il suo umorismo coglie il lettore sorprendendolo per l’assenza di cattiveria.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Mansfield Park per la genialità con la quale la Austen ha creato la Signora Norris. è uno di quei romanzi in cui finisce la letteratura e inizia l’Arte.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

Nei confronti di Luciano De Crescenzo ho una forma di adorazione che sfiora la psicosi. La sua serie sulla filosofia greca mi ha folgorata e a dispetto di insegnanti tromboni che ho avuto la sventura di trovare sulla mia strada mi ha fatto innamorare dei sommi greci.

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Tanti, troppi. E siccome sono troppi forse infine cerco di non imitare nessuno.

 

Che tipo di humour prediligi?

Quello che si prende gioco della grande tragedia che ci tocca. Ci pensiamo esseri infiniti e immortali e non lo siamo. Nasciamo, viviamo, moriamo. Non necessariamente in quest’ ordine.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Nascono di getto.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Oh sì. Rubo ovunque. Agli amici, ai colleghi, un tic di un signore di passaggio che alza la spalla al momento di estrarre le chiavi dell’auto.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Un grande valore. Umorismo e ironia sono lame di bisturi di recidono il superfluo. In fondo siamo delle possibilità con l’illusione di essere certezze e l’umorismo ci permette di vedere orizzonti laddove la sua assenza evidenzia solo confini.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Credo fortemente si tratti di un’inclinazione naturale. E credo si tratti di una modalità dell’intelligenza. Peccato che non si possa usare con tutti. Ma…me ne darò requie.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Mi pare di no. Mi guardo intorno e vedo un sacco di gente che si prende molto sul serio mentre io sono convinta che apprezzare l’umorismo sia elevare la propria anima.

 

Progetti futuri?

Interrogarmi su me stessa e darmi un bel voto.

 

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A FABIO GENOVESI

INTERVISTA A FABIO GENOVESI

 

Fabio Genovesi è nato nel 1974 a Forte dei Marmi. Ha scritto i romanzi Versilia Rock City ed Esche vive (pubblicato nel 2011 e tradotto in dieci Paesi), il saggio cult Morte dei Marmi (per la collana Contromano di Laterza) e Tutti primi sul traguardo del mio cuore, diario on the road della sua avventura al Giro d’Italia.

Con l’ultimo romanzo, Chi manda le onde (Mondadori), già vincitore del Premio Strega Giovani e nella cinquina dei titoli finalisti, è in corsa per il Premio Strega di quest’anno.

Cosa leggi in genere?

Di tutto, quasi. Di solito leggo tanti libri insieme: un romanzo, racconti sparsi spesso dell’orrore o comunque di fantasmi, vecchi diari di viaggio, storie di esploratori, manuali assortiti che vanno dalla navigazione all’allevamento dei canarini. Ne comincio molti di libri, ne finisco pochi, perché se non mi piacciono li lascio per strada e tiro dritto, sperando che qualcun altro li raccolga e li apprezzi di più.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Mark Twain è il primo nome, primissimo. Poi Joseph Conrad, John Fante, Stephen King, Erskine Caldwell, Shirley Jackson, Flaiano, Landolfi, Bianciardi, Collodi… in genere gli autori che non hanno paura di lavorare a temperature altissime, che sanno far ridere e piangere e scaldarti la pelle.

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

La città dei ladri, di David Benioff.

Lo scrittore umoristico preferito?

Mark Twain, appunto. È insuperabile nella singola frase piantata lì, ed è gigantesco alla distanza. E ha vissuto una vita piena di tante cose diversissime e clamorose. Sì, decisamente Mark Twain.

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Quando scrivo, i miei modelli sono gli anziani del mio paese e di tutti i paesi che giro. Adoro mettermi lì ad ascoltarli, e farmi raccontare le loro storie stupende, piene di divagazioni e cambi di rotta spesso irredimibili, partono per dirti una cosa e finiscono da tutt’altra parte, però spesso quest’altra parte è ancora più preziosa. E poi aprono e chiudono parentesi che sono finestre su mondi sfolgoranti, e tu ti innamori di queste finestre ma poi le chiudono per sempre e tu poi ci ripenserai, domandandoti “chissà che fine ha fatto quello lì che si vedeva dalla finestra”, ma non lo saprai mai, e nemmeno loro lo sanno. Non sanno niente, sono solo grandissimi narratori. Sono i miei modelli.

Che tipo di humour prediligi?

Quello che ti fa ridere di cose e situazioni di cui non dovresti ridere per niente. Il colpo di riso per qualcosa di sbilenco, di stridente con una situazione seria o anche drammatica e cupa, il corpo e la mente che nonostante tutto sentono ancora la voglia e lo schizzo di ridere, perché la vita nei suoi momenti più veri è questa cosa qui: che ti fa ridere e piangere insieme.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le battute costruite sono come quegli uomini insopportabili che gli piace una e  le chiedono di uscire e passano una giornata a organizzare, pensano al locale giusto, al tavolino con l’illuminazione perfetta per l’aperitivo, al ristorante con l’atmosfera migliore e nel quartiere più suggestivo, alle parole da dire, al tono impostato della voce… poi ci finiscono a letto e non sanno che fare. Ecco, questo sono per me le battute costruite, una triste alternativa al calore della vita.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

A volte nascono dalla pura fantasia, più spesso da persone vere. Ma non persone che conosco, sono i volti che incrocio nelle stazioni, quelli che guidano nell’altra direzione in autostrada, a volta persone che stanno ai miei incontri e mentre parlo mi ci fisso: storie e vite che sfioro appena, che non conoscerò forse mai davvero, e allora per compensare questa mancanza mi invento le loro vite, butto su carta quello che fanno secondo me, come mai sono così, dove stanno, cosa fanno, cosa vogliono. Qualcuno non va oltre la carta, altri diventano i personaggi delle mie storie. E così, anche se in realtà non ci conosciamo e non ci vediamo, diventiamo più che amici, molto di più.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

L’umorismo è quasi tutto. Chi non ce l’ha, non posso frequentarlo per più di tre minuti. L’ironia è importante, ma ancor di più l’autoironia, se non sai ridere di te stesso non sai farlo nemmeno del resto, l’umorismo per funzionare ti chiede di stare sempre sulla soglia, sempre pronto a scappare dalla casa del buon senso e della pacatezza e del rispetto, per tuffarti nel mare dello sbilenco e dello strano e dello smisurato.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Si può coltivare, ma non si può piantare dal nulla. Ci nasci. È più facile nascere col senso dell’umorismo e poi farlo morire con una vita triste e senza slanci. È invece impossibile crearselo, ce l’hai o no.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

No. All’opposto. Abbiamo sempre avuto grandissimi autori, ma l’ambiente è così ingessato e anzi mummificato che gli dei a cui ci si rivolge sono la pacatezza, la raffinatezza, Sua Maestà la Noia. Come se il far stare bene fosse un peccato, o comunque una sciocchezza. Io non amo le storie che fanno solo ridere, e nemmeno quelle che fanno solo piangere. Cerco di fare entrambe le cose, perché la vita nei suoi momenti più intensi è così, ti fa ridere e piangere insieme, questo è quel che mi piace e che cerco di fare nei miei libri. Mi capita ogni tanto qualche lettore che mi dice “spero di non offenderla, ma in certi punti del suo libro ho riso tantissimo”. Come fosse una colpa, stare bene.

Progetti futuri?

Continuare per la mia strada, e continuare a non sapere qual è.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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