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INTERVISTA A NICCOLÒ AMMANITI

INTERVISTA A NICCOLÒ AMMANITI

 

Niccolò Ammaniti è in assoluto uno dei narratori italiani più amati. Vincitore del Premio Strega nel 2007 con Come Dio comanda, è autore di sei romanzi (tra cui Ti prendo e ti porto via e Io non ho paura) e di due significative raccolte di racconti. I suoi libri vantano numerose traduzioni all’estero e alcune importanti trasposizioni cinematografiche, tra cui quella di Io non ho paura per Gabriele Salvatores e quella di Io e te firmata da Bernardo Bertolucci.

    Cosa leggi in genere?

In questo periodo sto rileggendo i classici letti a 14 anni, riscoprendone i pregi o giudicandoli in maniera diversa per il solo fatto di rivederli in un’ottica nuova. Le anime morte, ad esempio, che ricordavo piacevole e a tratti divertente, ora trovo che sia un libro faticoso e quasi prolisso. Al contrario, ritengo il Maupassant di Bel ami di un’attualità straordinaria soprattutto per la spregiudicatezza nella descrizione dei rapporti amorosi. Giudizio immutato nei confronti dei racconti di Edgard Allan Poe, un autore che mi è sempre piaciuto moltissimo. Più spesso, leggo romanzi di genere, specie thriller, e cerco di tenermi aggiornato sugli autori italiani contemporanei. Nei periodi di letture intense (generalmente quando non scrivo), sono anche un vorace lettore di saggistica: dalle biografie (come quella di David Foster Wallace ad opera di D. T. Max) ai libri di viaggio, passando magari per volumi sulla montagna, scalate o avventura in genere.

    Quali sono i tuoi autori preferiti?

Tantissimi. Anche se vado a periodi, come per il cibo. L’ultimo, ad esempio, è Tom Wolfe che trovo lucidissimo e attuale, capace com’è di descrivere i movimenti legati alla società contemporanea nonostante i suoi 80 anni e di cui ho sempre apprezzato la vena umoristica. Vecchie passioni sono Ian McEwan ed Emmanuel Carrère, molto amati in passato così come Stephen King che però ora ritengo un po’ troppo espressivo con personaggi esageratamente calcati. Una scoperta degli ultimi tempi, invece, è John Williams.

    Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

American Psycho, di Bret Easton Ellis. Quando ero molto giovane mi aveva ispirato per quel misto di ironia e ferocia unito alla follia che esprimevano i suoi personaggi. La semplicità della scrittura, poi, lo rendeva particolarmente potente, dato soprattutto il panorama letterario del tempo. Ora forse non regge più all’esame del tempo ma è stato un testo forte che ha saputo fotografare alla perfezione un periodo preciso.

    Lo scrittore umoristico preferito?

Una volta mi faceva molto ridere Tom Sharpe. Anche David Lodge (autore di Scambi e de Il professore va al congresso) mi piaceva parecchio. Gli inglesi in generale hanno una tradizione umoristica molto sviluppata e ho trovato dell’ironia persino in Clayde Barker, nonostante non sia affatto uno scrittore umoristico e i suoi libri siano sempre pieni di sangue.

    Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

All’inizio è stato King che mi ha sempre colpito per l’abilità dimostrata nella costruzione dei personaggi e per la capacità di saper descrivere l’adolescenza. È un autore che in poche righe riesce a dar vita a un personaggio e per questo mi ha sempre trascinato con i suoi libri fin dalla prima pagina. In Cose preziose tra l’altro ho sempre ritrovato una spiccata vena di humour.

    Che tipo di humour prediligi?

Mi piace quando lo humour si mescola all’horror. Lansdale ne è un esempio: nei suoi libri, orrore, ignoranza e involontaria comicità sono strettamente legati. Amo quando i personaggi si comportano in maniera maldestra fino a creare loro malgrado situazioni umoristiche. Mi piace l’umorismo che scaturisce da sangue e paura o comunque da un misto di elementi contrastanti.

    Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Tutte e due. Ma essenzialmente io non sono un autore di battute. Quando ci sono, in genere scaturiscono dalla situazione.

    I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Non necessariamente. Un po’ sì, è ovvio ma ciò che non conosco mi attrae di più e mi stimola maggiormente perché mi incuriosisce.

    Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Sostanziale. In Io e te, citando il proprio padre, il protagonista a un certo punto dice: “Senza umorismo la vita è triste”. Per me, mantenere alto lo humour è l’unico modo per sopravvivere. Le persone prive di senso dell’umorismo sono le più infelici.

   Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

In certi casi si può coltivare e ora ci sono addirittura alcune condizioni che favoriscono questo esercizio. Sui social network, ad esempio, usa molto fare i brillanti ed è la rete stessa che richiede una certa dose di humour. Così la gente affina le proprie capacità ironiche. Il problema è che l’umorista sta per definizione ai margini della scena e osserva: è fermo, passivo. Allo stesso modo, tutti criticano e giudicano il prossimo e nessuno agisce mentre ci sarebbe bisogno che qualcuno facesse qualcosa e si desse concretamente da fare per dare magari l’esempio agli altri. Più in generale e al di là delle sperimentazioni linguistiche, quindi, forse ci vorrebbero pochi umoristi ma buoni invece di tanti battutisti mediocri.

 Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

In generale, è molto considerato. Al cinema e alla tv, ad esempio, è molto richiesto e le commedie vanno benissimo. In letteratura, invece, non è molto amato perché in Italia è convinzione diffusa che qualcosa di alto non debba essere umoristico.

   Progetti futuri?

Finire un nuovo libro, prima o poi.

 

a cura di Alice Di Stefano

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A STEFANO PIEDIMONTE

INTERVISTA A STEFANO PIEDIMONTE

 

Stefano Piedimonte è l’autore di due romanzi molto originali che affrontano su toni grotteschi e paradossali temi e situazioni appartenenti al mondo della camorra. In Nel nome dello zio e Voglio solo ammazzarti (entrambi editi per Guanda), i protagonisti, tutti malavitosi, vengono ritratti con i loro tic e negli aspetti più intimi con effetti narrativi a dir poco esplosivi.

    Cosa leggi in genere?

Romanzi, senza distinzioni di genere. Mi piacciono molto i noir, ma se amo l’autore e il suo modo di scrivere, sono capace di leggere anche un romanzo rosa. Oddio, no, dai. Un romanzo rosa no. Però credo di essermi spiegato.

    Quali sono i tuoi autori preferiti?

Fra i contemporanei Michel Houellebecq, Don Winslow, Philip Roth, Joe Lansdale, Elmore Leonard (che purtroppo è scomparso di recente), John Williams (lo metto fra i contemporanei perché in Italia i suoi romanzi sono arrivati soltanto adesso), George Pelecanos, ma ce ne sono anche tanti altri.

    Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

La trilogia della città di K, di Agota Kristof.

    Lo scrittore umoristico preferito?

In genere non leggo libri umoristici. In ogni caso, sono cresciuto leggendo i libri di Stefano Benni, e lo trovo uno scrittore magnifico.

    Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Cambiano di volta in volta. Scrivo un romanzo, poi leggo un nuovo autore e mi dico “cavolo! Se l’avessi letto prima di scrivere il mio ultimo romanzo, l’avrei scritto diversamente!” Quando trovo una voce che mi piace davvero, mi ci appassiono subito. Divento sanguigno, prepotente, cerco in tutti i modi di possederla. Comunque, per quel che ho già scritto, i miei modelli sono stati Don Winslow, Stefano Benni, Elmore Leonard, Roberto Saviano, Jonathan Safran Foer.

    Che tipo di humour prediligi?

Quello non suggerito, non voluto, non cercato. Mi pare che in alcune situazioni, quando si parla di alcuni personaggi, il paradosso, il grottesco, l’umorismo nero, vengano fuori da soli. Nei miei romanzi ho parlato di un boss con una passione patologica per il Grande Fratello. Uno dei boss arrestati a Scampia, l’hanno preso mentre guardava Beautiful. Ecco, io non riesco a non vedere un grosso contrasto, una grossa frizione, e quindi una grossa componente umoristica, in una faccenda del genere.

    Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Di solito non penso alle battute. Il mio commento, la mia intromissione come narratore, cerco di tenerla sempre entro certi limiti. Credo che la risata, se c’è, deve venir fuori da un insieme di cose, non solo dal linguaggio e dalle parole pronunciate. Le stesse parole, pronunciate in contesti diversi, da personaggi diversi, possono far ridere o anche piangere. Per questo non penso alle battute come a un elemento slegato dal contesto. Penso alle situazioni, più che altro.

    I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

A volte sì, altre volte no. Diciamo che spesso rimescolo elementi presi da persone vere e compongo dei “freak” che sono un po’ la somma di questi elementi. Personaggi nuovi, del tutto inventati, che hanno un pezzetto di qualche persona reale, un pezzetto di me, e un pezzetto inventato di sana pianta. Per quanto si possa inventare qualcosa, comunque.

    Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Per me è sempre stato una specie di rifugio, o meglio: un impianto di messa a terra per scaricare la corrente in eccesso. Sono sempre stato molto timido. Se non avessi l’umorismo come piano B per dirottare alcune discussioni, per stemperare e scaricare la tensione, credo che esploderei. Attribuisco all’umorismo lo stesso valore, e la stessa potenza, che attribuisco al dramma e alla tristezza. Sono praticamente la stessa cosa.

Nella letteratura, in ogni caso, l’ho adottato pur non ritenendo di volermelo cucire addosso per sempre. Questo, chi leggerà il mio prossimo romanzo, avrà già modo di constatarlo. Ora preferisco camminare su quella linea sottilissima che dovrebbe separare (ma non lo fa) l’umorismo dalla tenerezza e la risata dal pianto. Ho avuto bisogno dell’umorismo per raccontare di alcuni personaggi, e non escludo di servirmene ancora, ma per me la letteratura è ancora molto altro.

    Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

No, credo che non si possa coltivare. Meglio non conoscere l’umorismo che imparare a far ridere, a essere simpatici, a far battute. Dio mio, non ci voglio neanche pensare. Conosco persone che cercano di autoeducarsi all’umorismo, e sono assolutamente pietose, senza via di scampo. È gente persa. Dio abbia pietà delle loro anime, e le tenga con sé a distanza di sicurezza.

    Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Sì, credo di sì. Cioè, mi sembra che gli autori di letteratura umoristica più capaci (e non parlo di me, ovviamente) siano tenuti in grossa considerazione. L’umorismo che mi piace, quello che in qualche modo, e senza riuscirci, ho cercato di coltivare, è imparentato col dramma, col terrore e con l’inquietudine, e viene da Pirandello. Lui è indubbiamente una delle menti più geniali che siano mai esistite al mondo, ed è largamente (e malamente) studiato nelle scuole e nelle università.

    Progetti futuri?

L’anno prossimo, nel 2014, uscirà il mio terzo romanzo. Sarà ambientato in un paesino inventato della Toscana, e non parlerà di criminalità, di malavita o che. Certo, violenza ce ne sarà (sto prendendo atto di questa cosa: pare che la violenza sia per me un ingrediente indispensabile) ma riguarderà altre persone, altre dinamiche, lo sconvolgimento di un paesino quieto dove c’è “il salumiere”, “il fioraio”, “il tabaccaio”, che se si becca l’influenza tu non fumi per una settimana.

a cura di Alice Di Stefano

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A FEDERICA BOSCO

INTERVISTA A FEDERICA BOSCO

 

Federica Bosco, scrittrice e sceneggiatrice, ha scritto più di dieci romanzi (tra cui Mi piaci da morire, L’amore mi perseguita e S.O.S. amore, Premio Selezione Bancarella) due “manuali di sopravvivenza” e una trilogia per ragazze, libri tutti di grande successo. Autrice amatissima, propone ogni volta storie brillanti e godibilissime per qualsiasi tipo di pubblico. Ultimo nato: Non tutti gli uomini vengono per nuocere.

  • Cosa leggi in genere?

Leggo molta narrativa inglese mi piacciono le giovani scrittrici ironiche tipo Stella Newman, o quelle molto scorrette come Chelsea Handler.

  • Quali sono i tuoi autori preferiti?

Jojo Moyes, Nora Ephron, Shalom Auslander.

  • Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron.

  • Lo scrittore umoristico preferito?

David Sedaris.

  • Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Magari ce li avessi dei modelli! Sono un’autodidatta!

  • Che tipo di humour prediligi?

Quello anglosassone.

  • Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Devo dire che i dialoghi sono la parte che preferisco e mi vengono in maniera spontanea, se ci devi pensare troppo, una battuta non fa più ridere.

  • I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

È sempre un mix fra ciò che immagini e le persone che conosci.

  • Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

L’80%? No dai facciamo il 90!

  • Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Diciamo che se sei circondato da persone che ne hanno sei avvantaggiato! Ma in linea di massima è una parte del proprio carattere che si può coltivare.

  • Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

In Italia è sempre il dramma a farla da padrone, ma io credo che sia molto più facile far piangere che far ridere.

  • Progetti futuri?

Un altro libro e un altro e un altro ancora…finché non esaurisco la vena! Poi mi cerco un vero lavoro!

 a cura di Alice Di Stefano

 

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A LORENZO LICALZI

INTERVISTA A LORENZO LICALZI

 

Lorenzo Licalzi, genovese, è autore di diversi romanzi di successo, da Io no (pubblicato nel 2001 e oggetto dell’omonimo film) fino a Un lungo fortissimo abbraccio, del 2011, passando per 7 uomini d’oro (Premio Selezione Bancarella nel 2008) e soprattutto Il privilegio di essere un guru, romanzo irresistibile e amatissimo, considerato ormai un classico dell’umorismo. 

Cosa leggi in genere?

Tutto tranne i gialli, a meno che non siano atipici, avvocati e commissari alla ricerca dell’assassino non li reggo proprio. Anche i romanzi storico-archeologici li trovo insopportabili.

  • Quali sono i tuoi autori preferiti?

Murakami e De Carlo.

  • Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Due di Due.

  • Lo scrittore umoristico preferito?

Perché, esistono scrittori umoristici che vengano considerati tali, intendo dire “scrittori”? Non lo sapevo. In ogni caso ho riso molto su qualche pagina di Ammanniti, con Alta Fedeltà di Hornby, con il mio mito di sempre Alvaro D’Emilio che ha scritto il capolavoro assoluto Belli dentro, con il recente geniale  A volte ritorno di Niven. Anche Malvaldi non è male, umorismo inglese e toscano ben miscelati, però è un po’ troppo delicatino, io sono per quelli che affondano di più. Mi capita anche di ridere molto quando rileggo qualche brano dei miei romanzi cosiddetti umoristici.

  • Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Non ho modelli, e si capisce al volo leggendo i miei libri, se però proprio devo indicarne uno credo di aver subito, soprattutto all’inizio, l’influenza di De Carlo, ma non certo per quanto riguarda l’aspetto umoristico della mia scrittura.

  • Che tipo di humour prediligi?

Quello vero, diretto, senza protezioni, cinico, cattivo se occorre, non volgare,  almeno inteso nel senso più becero del termine (un po’ di volgarità mi piace),   che nasce più dalle situazioni che dalle battute.  Infatti l’esempio tipico di ciò che non mi piace sono i libri da “Varia” dei comici in genere. Non mi piace neanche l’umorismo finto, politicamente corretto, raffinato, a meno che non lo sia davvero, tipo l’inarrivabile umorismo ebraico alla Woody Allen o Philip Roth ma non solo, Così giovane e già ebreo ad esempio, un’antologia dell’umorismo yiddish curata da Moni Ovadia è un cult in questo senso.

  • Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Di getto, costruisco invece le situazioni, anche perché, come accennavo prima,  l’umorismo, quello che fa ridere veramente, nasce sempre da una battuta inserita nel contesto di una situazione narrativa esilarante e ben congeniata.

  • I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Quasi sempre, ma invento anche. Di solito parto da qualcosa (qualcuno) che conosco e poi lo faccio vivere di vita propria ed esagerare, ma tenendo sempre ben presente la credibilità che considero la base imprescindibile di ogni situazione umoristica, sono passati i tempi in cui si rideva quando Fantozzi veniva venduto nelle pescherie con il limone in bocca come se fosse una cernia. Anche se, a quei tempi, credo di non aver mai riso così tanto proprio leggendo Fantozzi.

  • Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

In un senso ancora più ampio e cioè inteso come anche autoironia e capacità di non prendersi mai troppo sul serio, moltissimo, subito sotto l’Amore, la Famiglia, la Serenità, e gli occhiali di Lapo Elkann.

  • Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Al 90% inclinazione naturale.

  • Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

In termini di vendite solo quello dei comici televisivi, nel senso letterario zero, a meno che sia un umorismo forbito radical chic e con la puzza sotto al naso, cioè che non fa ridere.

  • Progetti futuri?

Pescare un tonno da 250 chili, ma poi  rilasciarlo (anche perché se no ti legano).

 a cura di Alice Di Stefano

 

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A MARCO PRESTA

INTERVISTA A MARCO PRESTA

 

Marco Presta (attore e sceneggiatore teatrale e televisivo) è autore dell’esilarante e incantevole Un calcio in bocca fa miracoli (oltre che dei racconti ironico-surreali de Il paradosso terrestre e de Il piantagrane). Insieme ad Antonello Dose, è il conduttore della popolare e fortunatissima trasmissione radiofonica Il ruggito del coniglio

  • Cosa leggi in genere?

Oltre a tutti i quotidiani, la cui lettura rappresenta la mia tortura giornaliera, amo morbosamente la narrativa.

  • Quali sono i tuoi autori preferiti?

Dino Buzzati, Saul Bellow, Ennio Flaiano, Italo Calvino. Mi trattengo a stento dal fare altri 25 nomi.

  • Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

La trilogia I nostri antenati di Calvino.

  • Lo scrittore umoristico preferito?

Ho già citato Flaiano. Poi Mark Twain ed Enrico Vaime.

  • Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Non ne ho di predeterminati. Certe volte mi viene in mente Vaime, altre Chandler, altre ancora Vonnegut.

  • Che tipo di humour prediligi?

Quello che funge da uscita di sicurezza per la disperazione.

  • Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Credo che le migliori nascano di getto.

  • I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Sì. Rielaborandoli.

  • Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

È un atteggiamento globale nei confronti della vita. L’unico modo per limitare i danni.

  • Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

È un’inclinazione naturale, una forma innata di pietà verso se stessi e verso il mondo.

  • Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

No. Viene considerato serie B. Ma chi se ne frega, basta prenderla con umorismo.

  • Progetti futuri?

Scrivere un comico e straziante (sono due sinonimi) romanzo d’amore.

 

 a cura di Alice Di Stefano

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A STEFANIA BERTOLA

INTERVISTA A STEFANIA BERTOLA

 

Stefania Bertola ha scritto numerosi romanzi (tra cui Se mi lasci fa male, Ne parliamo a cena, Biscotti e sospetti e Romanzo rosa) che coniugano perfettamente sentimento, umorismo e dimensione surreale su toni sempre leggeri e senz’altro brillanti. È anche traduttrice dall’inglese, sceneggiatrice e autrice radiofonica.

  • Cosa leggi in genere?

Soprattutto narrativa, in italiano e in inglese. Leggo volentieri sia romanzi che racconti. Leggo autori inglesi, americani, italiani, a volte francesi, più raramente spagnoli e sudamericani. Mi piacciono molto alcuni autori indiani, ad esempio Vikram Seth mi aveva aperto un mondo nuovo. Leggo e rileggo alcuni classici, e in generale non sono mai così felice come quando scopro un testo o un autore del 7/800 inglese che ancora non ho letto. Trollope è uno di quelli che avevo sempre trascurato, e adesso me lo sto godendo libro a libro. Mi piacciono moltissimo i romanzi storici, anche di scarso valore letterario, ma che mi raccontano altre epoche in modo vivido. E sono un’accanitissima consumatrice di gialli.

  • Quali sono i tuoi autori preferiti?

Quelli che leggo e rileggo sempre sono Dickens, Austen, Dumas, Tolstoj, Agatha Christie, e in generale i classici anglo americani, come ho detto. Poi Thomas Mann, un autore che non finisce mai di intrigarmi e sorprendermi. Cambiando completamente genere, apprezzo molto alcuni autori italiani, Valeria Parrella, Aldo Nove sono i miei preferiti. Mi piace tanto Jonathan Safran Foer, e David Foster Wallace, e Dave Eggers. C’è uno scrittore irlandese, William Trevor, che trovo insuperabile nei racconti. Nick Hornby, invece, mi piaceva tanto, ma gli ultimi libri erano proprio brutti. Ah, Jonathan Coe, lo compro appena esce. Poi non so. Leggo anche un po’ a caso, con disordine. Potrei dire anche cosa assolutamente NON leggo, ma per fortuna questa domanda non c’è.

  • Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

La mia vita con Mozart di Eric Emmanuel Schmitt. Era esattamente il libro che avevo in mente di scrivere prima o poi, un racconto delle fasi e dei momenti di una vita scanditi dalla musica di Mozart, che mi ha accompagnata sempre, da quando ero bambina. L’ha fatto lui, accidenti, e non mi stupisce, perché è un autore che mi è sempre piaciuto tanto, soprattutto i suoi testi teatrali sono strepitosi.

  • Lo scrittore umoristico preferito?

Wodehouse sempre e per sempre, e David Sedaris. Ma poi alla fine un po’ tutti quelli che ho citato prima hanno una vena di divertimento, di lieve distacco, di non prendersi troppo sul serio. Perfino Thomas Mann, che uno dice… ah… Morte a Venezia.. invece a modo suo aveva sempre un sorriso sotto i baffi.

  • Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

E chi lo sa? Ad esempio, quando scrivevo i racconti, avevo in mente proprio Sedaris, per certi almeno. Poi un po’ Sterne, che sapeva entrare e uscire dalle sue pagine in modo così sorprendente. E poi credo molto anche i Beatles, nel senso che il massimo, per me, sarebbe ricreare nella scrittura quella meraviglia complicatamente semplice, totalmente accessibile e però misteriosa, luminosa ma tagliente, che sta nelle loro canzoni. Non ce la si può fare, però, se devo avere un modello, è quello.

  • Che tipo di humour prediligi?

Nella lettura, quello che non si dichiara tale. Non mi attira mai un libro che si autodefinisce “divertente”, e soffro sempre un po’ quando definiscono così i miei. L’umorismo ideale è quello inevitabile, che sgorga spontaneo, di cui l’autore quasi neanche si rende conto. L’umorismo cercato mi mette tristezza, butto subito via il libro. Mi piace di più trovare un libro divertente presentato senza sottolineare questa sua caratteristica, poi lo leggi e dici “Ehi, ma fa ridere!”

Invece per quanto riguarda l’umorismo nel cinema, nella televisione, a teatro, sono una devota dei Soliti Idioti. Sono la cosa che mi ha fatto più ridere in questi ultimi anni insieme a Mr. Bean.

  • Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Vedi sopra. Non so neanche cosa si possa definire “battuta” nei miei libri. I personaggi parlano, sono così, nessuno fa mai una battuta apposta, giuro.

  • I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Anche, ma non solo. Certo che come tutti gli scrittori ficco in quello che scrivo una quantità di gente che conosco, ma raramente pari pari. Di solito mischio, metto qualcosa di  tre o quattro persone diverse in un personaggio, e poi ancora aggiungo elementi completamente inventati. Altre volte invece il personaggio è del tutto immaginario però, nei miei pensieri, ha la faccia di qualcuno che conosco. Solo la faccia, e lo so soltanto io.

  • Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Non lo so. Mi pare che se ce l’hai vivi meglio, e soprattutto, vivono meglio quelli che ti stanno intorno. La mancanza di senso dell’umorismo negli altri è abbastanza faticosa da sopportare, mentre se manca a te, neanche te ne accorgi, no?

  • Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Ma no! Cosa vuoi coltivare! Sono caratteristiche che le hai o no. Ho di recente conosciuto una bambina che a tre mesi già si vede che ha senso dell’umorismo. Per quello che risulta a me, l’unica cosa che si può seriamente coltivare pur possedendone un capitale iniziale irrisorio è la pazienza.

  • Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Cosa vuol dire “considerato”? In Italia i libri da ridere vendono molto, soprattutto quelli dei comici televisivi, e mi pare che anche alcuni romanzi divertenti funzionino in libreria. Certo mai come una storia tristissima di gente che muore, si ammala e subisce disgrazie. Questi ultimi poi, sono nettamente favoriti presso critica e premi. Diciamo che la cultura generale e la tendenza letteraria italiana non è portata all’umorismo, diffida del divertimento, e si appassiona alle disgrazie. E però se ci pensate è una cosa ben strana, perché a modo suo il romanzo fondante della nostra letteratura, I Promessi Sposi, un suo umorismo fine fine ce l’ha. Non capisco perché poi siamo scivolati nel tormento.

  • Progetti futuri?

Ho appena consegnato un nuovo romanzo a Einaudi, che uscirà in autunno. Si intitola Ragazze Mancine. Spero che vi piacerà.

 a cura di Alice Di Stefano

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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