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LO SPRITZ

LO SPRITZ

Ore 17:00. Finalmente al fresco. Sono abbandonato, con gli occhi chiusi, sulla poltroncina in finto vimini di questo bar. Braccia penzoloni e gambe distese, come se mi avessero appena sparato. In bocca sento il salato del mio sudore. Unico mio pensiero: Tè freddo.

Sembra che abbia fatto la doccia vestito. Il venticello sui vestiti madidi di sudore, mi provoca un leggero brivido di piacere. Adesso i raggi del sole, filtrati dall’ombrellone color panna, sembrano quasi una carezza. Sono cullato come un bambino dal vento. Mi sento chiamare:

-Gabriele sei tu?

Riapro piano gli occhi e ti vedo. Sei tu? Non riesco a crederci. Come nulla fosse, continui a parlare e, senza chiedere nulla, ti metti a sedere di fronte a me.

-Da quanto tempo non ci vediamo?

Non rispondo, ma so benissimo da quanto non ci vediamo. Sono quasi tre anni. Ricordo quella sera. Torno dall’ufficio e come apro la porta vedo i tuoi vestiti sparsi per casa, come a tracciare un percorso. Immagino si tratti di una caccia al tesoro, alla fine avrò il premio.  Raccolgo, uno ad uno, gli indumenti: prima il vestito, le calze, il reggiseno. Sulla maniglia della camera da letto le tue mutandine.

Già ti immaginavo sinuosa, distesa sul fianco ad aspettarmi, immaginavo di accarezzare i tuoi lunghi capelli neri, di perdermi nei tuoi occhi blu… immagino il tesoro. Quando apro la porta, c’è quel panzone, peloso a divertirsi col mio premio. I vestiti mi scivolano dalle braccia. Guardo a terra forse per non vedervi, ai piedi del letto la collinetta dei suoi indumenti, spicca sulla vetta un mutandone bianco degno di un lottatore di sumo.

Ancora a cavalcioni su di lui, ti fermi un attimo, mi guardi:

-Ormai siamo troppo distanti.

Effettivamente, lui ti stava molto più vicino di me. Il tuo sguardo sembra dirmi: “Qui abbiamo ancora tanto da fare”. Mi sento esplodere come un vulcano, ma non riesco a dire nulla, come telecomandato Indietreggio fino alla porta ed esco.

A vederti adesso, sembra ti sia mangiato un elefante, i tuoi occhi non sembrano così blu e i capelli non sono più tanto neri.

Il cameriere arriva al tavolo:

-Signori cosa vi porto?

Non faccio in tempo ad aprire bocca che tu:

-l’aperitivo speciale e due Spritz.

-Subito signori.

Mentre il ragazzo si allontana, tu facendomi l’occhiolino:

-Ricordo ancora che amavi lo Spritz.

-I gusti possono cambiare.

Guardo l’ingresso del bar. Attendo il cameriere come si attende il chirurgo fuori dalla sala operatoria. Voglio solo bere e andare via.

Tu invece parli: del tuo lavoro, della tua nuova vita, di quanto sei felice. La tua voce che ricordavo musicale come quella di una sirena, ora mi sembra quella di un ambulanza, stridente come il gesso sulla lavagna.

Spengo l’udito e ti vedo solo muovere la bocca. Sembra di guardare un vecchio film di Chaplin, sopra le labbra rosse, mi sembra quasi di notare l’ombra dei suoi baffetti.

Finalmente vedo il cameriere. Trascina un carrellino. Oltre agli Spritz, ci sono vassoi stracolmi di roba: panini, tartine, olive, patatine e mignon. Sembra debba mangiare un esercito.

Arrivato al nostro tavolo, incastra uno dopo l’altro i vassoi, sembra una partita a Tetris. Non c’è spazio nemmeno per respirare.

-Il vostro aperitivo. Buon appetito.

Poi va via. Non ho nemmeno il tempo di prendere una tartina che inizi a cacciarti in bocca panini, olive e patatine a catena di montaggio. Scoppio a ridere. Tu con la bocca ancora piena:

-Che ridi?

-No niente.

Come dirti che l’anno scorso, parlando di te ad un amico, dissi:

-Era sexy anche quando mangiava.

Il cameriere ti guarda con gli occhi sgranati, mentre spazzoli uno dopo l’altro i vassoi. Faccio cenno di portarli via. Finge di non vedermi, guarda per aria e fischietta.

Credo che abbia paura. Forse pensa che nell’allungare il braccio per prendere i vassoi, nella foga, tu possa addentarglielo. Indisturbata continui a mangiare. Ti avventi su quegli innocenti tartine come un leone sulla sua preda. Mentre vedo le tue mascelle lavorare come schiaccia sassi e il cibo quasi uscirti dalla bocca, penso: ”È proprio vero, I gusti possono cambiare”.

Giangiacomo Tedeschi, allievo della Scuola Omero

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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DUE PANINI PER FAVORE

DUE PANINI PER FAVORE

 

 

La bottega del fornaio sembra un supermercato passato nella morsa di una pressa compattatrice da autodemolizioni.

I prodotti si accavallano, si accumulano, si aggrappano l’un l’altro sugli scaffali tanto che in uno spazio in cui si potrebbe a stento giocare a scacchi trovano posto il reparto latticini e salumi, macelleria, saponi e detersivi, surgelati, giardinaggio e fai da te.

La commessa attacca una descrizione di tutte le tipologie di pane che ha in negozio.

-Due panini per favore-

Una prima suddivisione è su base geografica: francesini, arabi, pugliesi, parigini, greco, sardo, normanno, eschimese, keniano. Poi in base alla forma e dimensione: ciabatte, ciabattine e ciabattone, rosette. Poi per contenuto: grano duro e tenero, alla farina di patate, manitoba, senza glutine, zero, doppio zero, uno due tre stella, segalino, con olive, con uvetta, con cereali. Infine i pani con doppio senso: sfilatino, segalino.

L’elenco è lungo e prosegue nel retrobottega dove ha ricavato lo spazio per altri due scaffali tra due molecole di ossigeno.

-Quali vuoi?- mi chiede riprendendo fiato dopo due minuti di elenco.

-Panini vecchio stampo, farina, lievito e acqua ne hai?-.

Ho in risposta uno sguardo perplesso.

Mio cugino direbbe che se non sai cogliere l’ironia puoi provare con i pomodori, ma la fornaia con gli ortaggi non ha dimestichezza. Lo spazio per il reparto frutta e verdura, ancora, non l’ha trovato. E io, ora, ho una fame tremenda.

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli, 27 anni, è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il Master in scrittura presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e Fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo. "Nemmeno le galline" (in uscita a settembre) è il suo primo romanzo.

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LA VERA UTOPIA? ELIMINARE TUTTI GLI IMBECILLI

LA VERA UTOPIA? ELIMINARE TUTTI GLI IMBECILLI

 

È difficile definire un imbecille, perché ciascuno rischia di essere l’imbecille dell’altro. Tuttavia qualche parametro oggettivo esiste, ci sono categorie di imbecillità che sono universali.

Inoltre, siccome siamo dei primati sociali, la vita quotidiana è una continua repressione di istinti omicidi, mi chiedo per esempio cosa succederebbe se tutti gli automobilisti avessero il porto d’armi e la licenza di uccidere.

E io, quante volte ho desiderato uccidere quel tal impiegato delle poste che mi tratta come se fosse lì a farmi un favore forzato. E quella vicina che quando passo con il cane si allontana schifata, adducendo non so quale trauma infantile, quante volte ho pensato di infilarle in casa un rottweiler furioso. E quel burocrate amministrativo di una casa editrice che fa di tutto per complicarti la vita. E quella signora che ieri voleva farmi spegnere il sigaro all’aperto, perché lei non voleva andare dentro il locale. E quel critico letterario che mi ha stroncato il romanzo senza capirci niente. E Pierluigi Diaco, che mi telefonò cercando di convertirmi al cristianesimo. (Ovviamente Diaco avrebbe voluto uccidere me, e dirà che sono io l’imbecille).

Nella realtà poi nessuno uccide nessuno, ci mancherebbe, mica siamo l’Isis (con cui i soliti imbecilli vogliono dialogare) ma pensarci non è reato. Tantomeno scriverne. Ecco perché consiglio la lettura de La strage degli imbecilli del francese Carl Aderhold, appena pubblicato da Fazi Editore, cioè da Elido Fazi, non a caso un editore che ho pensato di eliminare fisicamente quando rifiutò uno dei miei capolavori (a dire il vero la lista sarebbe lunga, da Marco Cassini di minimumfax a Raffaello Avanzini di Newton Compton fino a quegli stronzetti snob dell’Adelphi).

È una lettura liberatoria, e una storia molto semplice: un uomo arriva a un certo punto della sua vita in cui non ne può più di tollerare gli altri, e comincia a assassinare gli imbecilli che gli capitano a tiro. A cominciare dalla portinaia: «Non ho mai capito la nostalgia che alcune persone provano per le portinaie. La loro nocività è ampiamente dimostrata dall’uso e abuso che fanno del loro piccolo potere sugli inquilini dei palazzi». Non è forse così? E poi un impiegato dell’ufficio delle imposte, un automobilista cafone, un mendicante appiccicoso, un intero pullman di anziani, assassinando in trecento pagine centoquaranta imbecilli, senza contare cani e gatti.

Quest’ultima strage farà arrabbiare gli animalisti ma io la trovo molto ugualitaria, chi ama tutti gli animali è in fondo razzista, come chi ama i gay e i negri come categorie astratte; io gli animali non umani li amo talmente da considerarli uguali alle persone, e quindi ci saranno imbecilli di razza anche tra cani e gatti. Per citarne uno, il chihuahua di una mia amica non l’ho mai sopportato, è supponente, spocchioso, petulante, fastidioso, mentirei se affermassi di non aver mai desiderato spiaccicarlo sul divano sedendomici sopra, facendo finta di non averlo visto.

D’altra parte non c’è neppure bisogno di uscire di casa per desiderare stragi di non innocenti, colpevoli di idiozia, basta aprire il computer e leggere i commenti dei tuoi cosiddetti amici di Facebook, oppure basta accendere la televisione, e non solo quella italiana. Anche in Francia «l’idiozia faceva bella mostra di sé, si compiaceva, si pavoneggiava. Si direbbe che più le persone sono idiote, di un’idiozia tale che anche il più abbrutito dei telespettatori può prendersi gioco di loro, più hanno la possibilità di essere scelte». In fondo è un dato di fatto: per quanto si parli di meritocrazia, in democrazia la mediocrità arriva sempre al potere prima, pressoché in ogni campo, e gli imbecilli cooptano altri imbecilli.

Infine, per il giustiziere inventato da Aderhold, c’è perfino una morale sociale, in quanto «contrariamente a un’idea molto diffusa, gli imbecilli non sono recuperabili; su di loro le campagne di prevenzione non hanno alcuna presa. Una sola cosa può indurli non dico a cambiare, ma quanto meno a restare tranquilli: la paura. Io voglio che sappiano che li sorveglio e che il tempo dell’impunità è finito».

Massimiliano Parente – Il Giornale (14/03/2015)

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INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

 

 

Antonio Pascale è autore di numerosi libri tra cui La manutenzione degli affetti, Passa la bellezza, S’è fatta ora, tutti caratterizzati da un tono delicato, ironico, spesso malinconico. Il suo ultimo romanzo, Le attenuanti sentimentali, mescola alla perfezione intelligenza e humour.

Cosa leggi in genere?

Molti saggi, pochi romanzi, e libri per ragazzi. Dai saggi imparo molto, dai romanzi meno (più che altro è una questione di forma narrativa, a volte la trovo usurata) e dai libri per ragazzi una dose piacevole di ingenuità.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Troppi. Ne scelgo una, Alice Munro.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Un racconto, La signora con il cagnolino, Cechov.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

Due intellettuali veri, Aristofane e Mark Twain, le donne in assemblea e il diario di Adamo ed Eva, quest’ultimo credo, il più bel trattato, (direi definitivo) sulla genesi dei nostri sentimenti, non chi siamo ma come siamo arrivati fin qua.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Ecco appunto, non scrivo (almeno non abbastanza narrativa) o perché ho troppo modelli e non riesco a farli confluire tutti in un libro, e al contrario, tutti quelli che  esamino, per accidente o per scelta, in un particolare momento della vita, non mi piacciono.

 

Che tipo di humour prediligi?

In verità mi piace la comicità, stile Paperissima, altrimenti quel tipo di humour usato come difesa dalla morte, quello mi piace, l’importante è che sia diretta principalmente verso te stesso o verso i membri del tuo stesso club, insomma scompagini invece di impaginare certezze.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Dunque, alcune sono di derivazione casertana, cioè nascono dall’abitudine al bar e allo sfottò, alte, la maggioranza le indovino (se le indovino) costruendo delle storie (quando riesco a costruirle). Comunque il metodo è sempre lo stesso, un difetto, un tic, diventa motivo di gioco e quindi, si spera, di conoscenza.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Sì, sempre. Gli scrittori che si documentano sono bravi ma non li capisco, cioè non capisco come fanno (ed è questa la loro bravura) a documentarsi.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Dipende dalla paura della morte.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Dipende se coltivi la paura della morte.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Uhm,  non saprei, in genere vince il sarcasmo contro gli altri, che è un modo per giudicare i buoni e i cattivi e salvarsi  l’anima.

 

Progetti futuri?

Appunto, ho 50 anni, vado verso i 60, e in un attimo compirò ’80 anni, quindi dato lo scarso tempo a disposizione, mi piacerebbe non mollare.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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LETTERA A PAPÀ

LETTERA A PAPÀ

Pubblichiamo un estratto de Lettera a papà di Francesco Muzzopappa, autore di Una posizione scomoda e Affari di famiglia, pubblicato nella collana Corsivi del Corriere della Sera, una confessione ruvida ed emozionante, una originale riflessione su una verità speciale, quella del rapporto tra padre e figlio, che mostra come anche attraverso la perdita, anche attraverso la sofferenza, ciascuno diventa ciò che è.

 

– Ieri sono venuti a trovarmi i miei compagni di classe, in blocco, con preside e professori inclusi. Mi chiedevano tutti del tuo aneurisma, come se avessi davvero voglia di parlarne. C’era pure Davide, il mio compagno di banco. Sicuramente te lo ricordi. È quel tizio che ci siamo portati in campeggio due estati fa: capelli rossi pettinati a schiaffo di lato, occhi melodrammatici e una specie di canotto al posto delle labbra. In coda a tutti gli altri, si è avvicinato con la testa bassa e mi ha stretto la mano dicendo condoglianze. Io l’ho ringraziato e gli ho chiesto se aveva voglia di tornare più tardi (senza tutto lo squadrone della morte di facce tristi) per fare una partita ad Halo e lui mi ha chiesto se ne ero sicuro e io gli ho detto sì.

E infatti è tornato.

All’inizio è stato facile, perché ho messo su il gioco e abbiamo cominciato a fare le solite cose, tipo smadonnare, lanciare le Vans contro la tele e bere l’aranciata, che Lamberto come sai è astemio e guai a tenere birra in casa. Abbiamo aiutato Sarah Palmer a superare alcune prove del programma di addestramento virtuale della UNSC Infinity e ci stavamo divertendo un casino, papà, e per un momento ti ho anche messo da parte.

Solo che poi Davide ha cominciato a diventare serio, a rimettersi le Vans, a sedersi dritto e composto come avesse ricevuto l’illuminazione divina. Ha iniziato a chiedermi come stavo “davvero” e io gli ho detto che, insomma, come vuoi che stia? Allora ha stoppato il gioco e mi ha guardato con la faccia da ‘Mi dispiace’, e io gli ho detto di piantarla, che tanto non serve a nulla. Ma lui niente. Vuoi che parliamo?, mi ha fatto, tutto solenne, come fossimo le amiche del cuore. Al che gli ho detto che non c’era niente di cui parlare. E invece ha insistito fissandomi con quegli occhioni da Pollyanna che si porta appresso. È sempre il solito. È un bambino travestito da quindicenne.

Te lo ricordi, no? Te lo ricordi quanto è idiota?

Te lo ricordi, in campeggio, due estati fa, che gli hai fatto la pasta col tonno, che ci hai messo tanto peperoncino (proprio come piace a noi) e lui annaspava, agitando le mani davanti alla bocca per sventolarsi?

Te lo ricordi che tutte le sere doveva per forza chiamare casa per dire che stava bene, come fosse in un lager nazista pieno di generali delle SS?

E quella volta che una medusa l’ha beccato in pieno sulla gamba e tu gli hai detto di pisciarsi addosso per calmare il bruciore e lui si vergognava e stava male e allora gli ho pisciato io, sulla gamba, mentre tu lo tenevi.

Te le ricordi le risate, papà? Te le ricordi?

Be’, sappi che ha pianto per te, quel cretino. Mi ha pianto davanti agli occhi, imbecille di uno scemo, che stava tirando dentro anche me, demente di un idiota.

E per uno che è cresciuto strappando le ali alle farfalle e tagliando le code delle lucertole, diventare l’incarnazione della persona sentimentale e vedermelo davanti in lacrime è stato pesante, papà.

Lì ho capito che la cosa era vera, papà, che eri morto sul serio.

 

Muzzo-02

 

Francesco Muzzopappa

Lettera a papà

1,99 €

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne, Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda è il suo primo romanzo.

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LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

 

Non so se quella notte le cose mi apparvero con un’evidenza che non avevano mai avuto fino ad allora o se, come avrebbe detto la veggente, avessi Nettuno quadrato al Sole: in ogni caso immaginai una soluzione che avrebbe permesso di rivelare al mondo intero la portata della mia lotta e di restare libero, al riparo dalle ricerche della polizia. Avrei scritto ai giornali! Decisi di mettere subito in pratica l’idea. Presi il grande quaderno rosso, quello in cui Christine credeva stessi scrivendo il romanzo, e scrissi in stampatello: «Progetto di lettera al caporedattore».

Serviva qualcosa di sensazionale, che attirasse l’attenzione.

Consapevole del poco tempo che potrà concedermi, andrò dritto al punto:

FERMI TUTTO!
FERMI la prossima edizione!
Sto per proporle la storia più sensazionale che un caporedattore possa sognare!

Era essenziale che l’altro mi prendesse sul serio. Dovevo dare l’impressione di aver pensato a tutto e previsto tutto.

Prima di entrare nel dettaglio, devo informarla che ho mandato la stessa missiva ai suoi principali concorrenti. Non c’è quindi bisogno di aggiungere che mai come in questo momento chi dorme non piglierà pesci.

L’importante era fargli prendere coscienza del valore di ciò che proponevo.

1) La natura dell’offerta

Se provo a mettermi per trenta secondi nei suoi panni, immagino che la reazione più naturale, leggendo queste righe, sarebbe chiedersi: «Ma chi è questo imbecille?».

Non si preoccupi, la cosa non mi disturba. Immagino che lei riceva ogni giorno molte sollecitazioni, alcune bislacche, altre più serie, e che abbia acquisito la capacità di valutare all’istante una proposta. Tuttavia, le capiteranno casi in cui il suo giudizio impiega un certo tempo prima di chiarirsi, come se una sorta di fiuto la spingesse a non buttare subito la lettera nel cestino.

Penso che in questo momento lei si trovi di fronte precisamente a questo dilemma. Scommetto che sta pensando: «È sicuramente l’ennesimo lunatico, per forza, è un lunatico…». Eppure qualcosa la trattiene dall’appallottolare il fo- glio di carta: «E se…».

Cerchiamo di far pendere la bilancia dalla parte giusta. Cosa abbiamo?
Un manifesto.
«Un altro, mi dirà lei. In ogni caso il mio giornale non pubblica questo genere di roba».

Ma stavolta è diverso.

«In cosa?», mi chiederà lei.
(La sento infastidita. Mi creda, avrei preferito spiegarle tutto a voce. Ma per ragioni di sicurezza che non tarderà a comprendere, non posso presentarmi in redazione. Così, per rispondere alla maggior parte delle sue eventuali domande, mi sono permesso di anticiparle meglio che ho potuto cercando di mettermi al suo posto).

Si tratta di un manifesto intitolato La strage degli imbecilli.

«Ambizioso».

Ambizioso, glielo concedo, ma per nulla utopistico se si sofferma seriamente sulla questione. Nelle righe che seguono, le esporrò il più chiaramente possibile a cosa sono arrivato. In poche parole, tutto quel che ho fatto dalla mia presa di coscienza fino alle attuali conseguenze della mia azione, compreso questo manifesto, allude a una VISIONE o, meglio ancora, a una LOTTA POLITICA.

Da oltre un anno conduco infatti da solo e senza aiuto una lotta globale su tutti i piani e a tutti i livelli, una lotta totale (vi dedico tutte le mie energie, la mia attenzione e il mio senso critico, nonché tutte le mie risorse, non lesino tempo né denaro), una lotta metodica, oserei dire scientifica, allo scopo di giungere a una teoria generale: una lotta quindi senza tregua, senza debolezze e senza pietà, contro l’imbecillità o, meglio, contro gli imbecilli (vedremo che la sfumatura non è secondaria).

Così riassunta, sono consapevole che la mia lotta può suscitare forse qualche sorriso.

Scommetterei anzi che, se lei accettasse di parlarne con me per qualche minuto, si troverebbe a dire:

«Ma l’imbecillità è solo una parola! Una comodità linguistica che usiamo senza riflettere!».

E di certo se lei spingesse un po’ oltre la riflessione, aggiungerebbe:

«In ogni caso, per qualcuno si è sempre imbecilli».

In un certo senso, non ha torto. Poche altre parole della nostra lingua offrono una tale varietà di impiego, di qui discende la difficoltà di afferrare e definire univocamente il significato. Forse capita anche a lei, quando qualcuno la fa ridere, di dirgli «Che imbecille che sei!»: e il suo interlocutore, lungi dall’offendersi, si sente lusingato come se avesse ricevuto un complimento.

Così, la parola può rivelarsi peggiorativa e offensiva («Brutto imbecille!») o edificante, se non amicale («Ah che imbecille che sei!»); e la differenza si fa spesso attraverso l’aggiunta di un qualificativo (oltre a brutto si trova spesso povero, grosso, vecchio…) e tramite l’intonazione che permette a chi ascolta di capire l’intenzione di chi sta parlando.

Erano le tre di notte passate. L’orizzonte non mi era mai parso così chiaro e sgombro di nubi. Stanco ma felice, chiusi il quaderno e andai a letto.

Redazione

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