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ZAMPONE CON LENTICCHIE PER 8 PERSONE CINICHE

ZAMPONE CON LENTICCHIE PER 8 PERSONE CINICHE

 

• 1 zampone di 1 kg • 500 gr di lenticchie

• 2 cucchiai di pomodoro

• 2 dl di vino rosso corposo

• 1 cucchiaio di farina

• olio d’oliva

• 1 cipolla

• sale

• pepe

Lasciate lo zampone a bagno per cinque ore in una terrina contenente acqua fredda, in seguito toglietelo. Bucatelo in varie parti con una forchetta assumendo possibilmente un’espressione sadica in viso. Avvolgetelo in un canovaccio e dopo averlo legato (e imbavagliato) mettetelo in una casseruola con abbondante acqua fredda e fatelo cuocere a fuoco lento per circa tre ore.

Fategli anche delle foto e mandatele alla famiglia, nel caso mettetegli in mano un quotidiano così che si possa vedere la data.

Sappiate però che difficilmente qualcuno pagherà il riscatto (io non lo farei mai, piuttosto cinicamente esulterei del sequestro zampone).

Trascorso il tempo, spegnete il fuoco e fate riposare il prigioniero nel liquido di cottura per 30 minuti.

Lasciate, a questo punto, che lo zampone prenda la sua strada, abbandonatelo a se stesso e assumete un certo distacco emotivo. Dedicatevi piuttosto alle lenticchie.

Cuocetele separatamente evitando contaminazioni di sorta con il reietto, lasciando loro un’individuale e meritata autonomia. Concedetevi uno stato d’animo più entusiasta e meno rassegnato rispetto alle precedenti vicende con il sequestrato, animate solo dal peso della tradizione e dal disagio sociale.

Diciamocelo: lo zampone è passatista.

Nonostante la presenza del milite ignoto, la lenticchia mantiene un posto di primo piano di cui i contorni, per loro stessa ammissione, non godono spesso.

Forse perché caricato del valore scaramantico-propiziatorio (la lenticchia porta denaro), questo allegro legume vince il confronto con l’incamerato, esce da un ruolo di subordinazione e assume un posto scintillante sulle tavolate dei cenoni di capodanno.

Il maggiore esponente del partito avversario è messo all’angolo.

In tempi di crisi economica, il consumo di lenticchie ha avuto un boom pazzesco e i grandi esperti della finanza individuano nel consumo del legume una delle vie più sicure per rianimare il capitalismo e placare le turbolenze dei mercati.

Le banche, che già si fanno pubblicità in televisione per rassicurare famiglie e imprese, stanno preparando un megaspot insieme alla Cirio per la regia di Giulio Tremonti e musica del maestro Apicella.

I cittadini sono invitati a mangiare quotidianamente quantità mostruose di lenticchie per risanare il debito pubblico.

I sindacati si dividono, ma presto si troverà l’accordo sulle otto ore di abbuffata continuata. Per il povero zampone si prevedono dunque tempi bui, lo dice anche il «Financial Times».

Pure Ratzinger, dall’alto delle sue deliziose scarpette rosse, sta girando la nuova campagna pubblicitaria di Prada in cui invita a barattare primogeniture per piatti di lenticchie (è un remake di Giacobbe e Esaù: prevista fiction in tempi biblici).

«Se la tv è buona anche tu sei buono», non ricordo se è la pubblicità del canone Rai o il titolo dell’ultima enciclica papale. All’interno di un simile quadro, lo zampone non ha scampo e per il bene della nazione mette da parte aspirazioni personali, arrendendosi a un destino paradossale da contorno. A Wall Street si mormora che il sacrificato, ormai, stia meditando un atto avventato e disperato: si getterà giù dal balcone insieme alle cose vecchie che si defenestrano felicemente con l’anno nuovo.

Così come vuole la tradizione.

Vino consigliato: Barolo 2000, Serralunga d’Alba doc – Fontanafredda.

 

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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PANINO AL CRUDO PER QUATTRO RAGAZZE ALLA BIENNALE

PANINO AL CRUDO PER QUATTRO RAGAZZE ALLA BIENNALE

 

Venezia, una quadrupla

Sveglia alle 8

Campane e piccioni

3 turisti infingardi già in assetto di guerra

4 cornetti

4 cappuccini

1 acqua grande liscia

“Liscia?”

“Naturale”

“Minerale naturale?”

“Naturale, naturale…”

Camminare

“Andiamo prima a vedere Tapies a Palazzo Fortuny?”

Camminare

Padiglione del Kuwait

Molte scale

1 gondoliere

Padiglione dell’ Azerbaijan

Ore 12

Canal grande

Insolazione

Un ponte

Un altro ponte

Un altro ponte ancora

Padiglione della Palestina

7 giapponesi

“Cominciamo dai giardini!”

Andare, camminare

4 banane anti svenimento

Consultare la cartina

Padiglione Spagna

Macchine fotografiche

Belgio, Olanda

Camminare

“Hai un elastico pe i capelli?”

Palazzo Enciclopedico

Guardare le opere

Leggere tutte le didascalie fino alla fine

Un caffè? No, non perdiamo tempo

Padiglione della Russia

Padiglione del Giappone

Francia

Germania

Inghilterra

“Ci mancano solo l’Alsazia e la Lorena”

Leggere le brochure

Israele

Camminare

“Ma sono le due e mezzo, non mangiamo?”

“La fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia”

Ok, ma se non mangiamo qualcosa ci estinguiamo. E poi siamo già dentro.

Gaber ci perdonerà.

Pane al pane

Crudo al crudo

Tempo di masticazione: due minuti

Acqua

“Ricominciamo!”

Osservare

Brasile

Austria

Egitto

Grecia

Polvere

Contemplare

Felicità

Ore 16

Abbiamo saltato la Danimarca

“Torniamo indietro!”

Stati uniti

Guardare, guardare, guardare

“Ma un giro al bookshop ce lo dobbiamo fare!”

Sfogliare

Camminare

Ore 18

“Ce ne dobbiamo andare o ci chiudono dentro!”

Uscire

Camminare

Commentare

Discutere

Camminare

Un ponte

Un altro ponte

“Uno spritz?”

Un giro di spritz

Un altro giro

“Questa è la nostra cena”

Ore 21

Camminare

Camminare

“Possiamo andare a mangiare in un posto fighissimo che conosco!”

Camminare

Camminare

“Un altro spritz?”

Una gondola

Ore 23

Un tempo avevo i piedi

Camminare

Camminare

Thò un ponte!

Ore 24

“Qual è il piano per domani?”

“Fondazione Prada, eventi collaterali e tutto l’Arsenale”

Doccia

Litigare sul ruolo di curatore

Ore 2

Dormire

Sveglia ore 8

Campane e piccioni

 

Prendete una giornata così. Aggiungete 35 gradi, una grande dose di adrenalina e un cappello di paglia. Unite al composto un dolore ai piedi costante, ma ormai irrilevante.

Mischiate all’intingolo sentimenti di stupore, curiosità, emozione. Aggiustate di sale con la lista delle opere che non vi hanno convinto. In una terrina a parte, mettete le idee che vi sono venute. Moltiplicate il tutto per tre. Infornate per 15 minuti ed ecco a voi un weekend d’arte. Impiattate e servite in tavola ancora caldo. Fumante, come la vostra testa.

 

Bevanda consigliata: Acqua minerale naturale

 

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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OSTRICHE PER QUATTRO ITALIANI A PARIGI

OSTRICHE PER QUATTRO ITALIANI A PARIGI

 
12 ostriche

limone

pioggia, pioggia, pioggia e Francia

 

Prendete le ostriche. Guardatele negli occhi. Confessate a voi stessi che per aprirle necessitate di uno scalpello, di un cric, di un cavadenti del vecchio West e di una pinza da officina modello Metropolis di Fritz Lang.

Prendete il telefono e chiamate un killer. Aspettate che bussi al citofono e, nel frattempo, meditate su quanti arnesi abbia dovuto brevettare l’umanità nella sua storia per riuscire a farsi un aperitivo. Ringraziate lo Zeitgeist che non sia toccato a voi, discendenti dell’homo in-habilis, essere uno dei primi ominidi sulla terra, altrimenti col piffero che avremmo avuto un apriscatole. Risentitevi pure. Stizzitevi anche davanti al ritardo del killer –non esistono più i killer di una volta- e decidete di andare a mangiare ostriche al ristorante.

Ma cosa accade quando, sotto una pioggia testarda e i morsi della fame, si finisce nel primo ristorante di Montmartre? È palesemente una sòla. Strilla lo spirito gourmet che entro mi rugge. Tuttavia è troppo tardi e spinti dai camerieri – pessimo indizio sull’individuazione di un buon ristorante- siamo già tutti e quattro intorno a una tovaglia a scacchi bianca e rossa, abbiamo il basco in testa, la maglia a righe e la baguette sotto l’ascella.

Un pianista comincia languido a suonare.

“Per noi ostriche!”

Siete sicuri?

“Tu no?”

Non so. Questo posto non mi convince. Ci siamo solo noi, i poster della Torre Eiffel e quel tavolo di americani con la biondona triste che non mangia nulla sotto le avance del signore panzuto. Non posso non guardarli di nascosto: sono cresciuta vedendo serie TV degli Stati Uniti e non appena vedo americani vagamente telegenici devo guardarli. È più forte di me.

“Sarà. Ma per noi sempre ostriche! Tu?”

Oddio, non so. Mi perdo in quest’enigma chiamato menù e, sotto lo sguardo ansiogeno del cameriere, scelgo cozze con patatine fritte a dimostrare a me stessa, in uno sperimentalismo smodato, che a volte so anche stupirmi.

“Che cosa?! Cozze e patatine fritte!?”

Ebbene sì…Voi?

Noi ostriche! Noi escargot! Escargot…escargot…escargot???

Cala il silenzio. Pronunciata la fatidica parola qualcosa, stride, non combacia, lascia perplessi. Al tavolo accanto, la biondona rifatta piange sul suo dolce mentre il panzuto continua a ordinare portate. Per un momento tutto si congela finché gli ostricanti, sbalorditi, si guardano in faccia e urlano: “No! Ma le escargot sono le lumache!”.

Panico. Eccole impiattate. Arrivano in tavola. Coi gusci.

Ora voi potete chiamarle con nomi zuccherosi e affascinanti, legarle a storie nebbiose sulla Senna e bla bla bla, ma io in realtà le conosco bene, so da dove vengono, so che in realtà si chiamano ciammarruche, a tratti ciammarruchielli (conosco quel loro nome che già dal suono riporta all’attrito tra il corpo della lumaca e la terra su cui l’animale si trascina).

So che escono dal regno dell’invisibile dopo le piogge estive quando ti metti il maglione di filo sui vestiti di cotone. E so bene che gli anziani ne sono ghiotti: seduti ai tavoli delle sagre di paese, cavano il corpo lumacoso con uno stuzzicadenti oppure, con grande dedizione, succhiano i gusci, uno dopo l’altro, facendo quel tipico rumore che risuona, come una eco, nei secoli dei secoli amen. La mia infanzia, d’altra parte, è popolata da queste scene estive di rara inquietudine.

“Assaggiale!”

No, non ce la faccio.

Gli americani si alzano. Iniziano a ballare e sorridono al pianista. La bionda ha cominciato a parlare ad alta voce mentre il panzuto, rabbuiato in un angolo del tavolo, conta da solo un fascio di banconote.

“Assaggiale!”

No. Ho già preso cozze e patatine fritte. Ho una dignità gastronomica da difendere. Mica posso fare tutto io. E poi le lumache mi fanno venire i brividi, ma allo stesso tempo mi inteneriscono con quel grande amore per la lentezza e quella casa, come una grande valigia, sempre sulle spalle. Forse un po’ mi assomigliano…

“Allora assaggiale, non hai scuse!”

E invece ce l’ho: Cosimo Piovasco di Rondò, meglio noto come il barone rampate, a dodici anni si rifiuta di mangiare un piatto di lumache e, in contrasto col padre, decide di salire su un albero da cui non scenderà mai più.

Non sfidatemi. Sul cibo non scherzo.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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SOUPE À L’OIGNON PER QUATTRO PERSONE INFREDDOLITE

SOUPE À L’OIGNON PER QUATTRO PERSONE INFREDDOLITE

 
500 gr di cipolle dorate
50 gr di burro
4 cucchiai d’olio
20 gr di farina
1 litro di brodo di manzo
1 cucchiaio di zucchero
pepe nero q.b.
sale q.b.

1 baguette senza involucro da poggiare ignuda sul nastro della cassa del supermercato
100 grammi di Groviera o Emmenthal grattugiato

Mondate le cipolle e tagliatele ad anelli sottilissimi. Mettetele in un tegame con 50 gr di burro e 3/4 cucchiai d’olio. Fatele cuocere a fuoco basso per 10 minuti, aggiungete un cucchiaino di zucchero e continuate con la cottura a fuoco moderato in modo tale che le cipolle sudino senza perdere colore. E qui vi voglio. Sudare per credere. Messo da parte il nome altisonante, questa buonissima soupe à l’oignon altro non è che la nostra zuppa di cipolle. Già. Cipolla in persona, nota lacrimogena, colei che viene tirata in ballo quando chiedete a qualcuno un consiglio su come vestirvi: “Fa caldo all’interno… freddo fuori…vestiti a cipolla!”. Ma no! Immagino un trench fatto con quella pellicola rossastra della cipolla. Che orrore.
Ebbene, tale zuppa rientra a tutti gli effetti nell’olimpo delle specialità della gastronomia francese: sbandierata in tutti i ristoranti, esibita nei chioschi all’aperto, incisa nella sacra pietra della lavagna dei bistrot, la tradotta zuppa di cipolla si erge impettita nella top ten della cucina d’oltralpe. Non fate ora quella faccia di chi trasalisce davanti all’idea di una pietanza tanto semplice considerata nobile e trattenetevi dall’urlare subito al mondo la solita storia della superiorità della nostra tradizione culinaria e bla bla bla. Semplicemente rendetevi conto che, sotto nomi fighissimi, i francesi convocano in nazionale nient’altro che una frittata, una crespella, un’ostrica cruda e il fegato grasso di un’oca rimpilzata fino a scoppiare.
Suvvia, non c’è partita. Di che vogliamo parlare? E’ tutto marketing. Basta chiamare il pane e pomodoro con un nome immaginifico ed è fatta.
Tuttavia, la soupe à l’oignon mi ha profondamente inquietato e così sono andata su Google per scoprire la sua storia mal celando una certa e visibile ammirazione nei suoi confronti: una zuppa di cipolla eletta a simbolo della cucina nazionale è, d’altra parte, allegoria del riscatto sociale, immagine del sogno americano del self-made-onion, nonché personificazione (vestita a cipolla perché non si sa mai che tempo farà) dei princìpi della Rivoluzione. Ommiodio: la soupe à l’oignon è lo spirito liquido del quarto stato! E invece no.
Una prima lettura del suo curriculum basta a far crollare la mia già pronta apologia della cipolla brodosa. Nel XVI secolo, è infatti Caterina de’ Medici a portarla dalla Toscana – thò, tutte le strade portano allo sciovinismo- a Parigi dove, riveduta e corretta, Soupe diventa presto pietanza di corte, intingolo aristocratico pronto al parruccone bianco, bustino e neo vicino alle labbra. Ma mentre immagino la zuppa procedere pallida verso la ghigliottina, scopro un retroscena sconvolgente sulla nostra eroina: tradizione vuole che la zuppa fosse consumata, nei bistrot della zona dei mercati di Les Halles, all’alba dopo le notti di baldoria. Ma come?! No, Wikipedia, non puoi farmi questo, non puoi rovinarmi un immaginario ultrasecolare di nottambuli parigini, non puoi far crollare, in un sol colpo, anni di fantasie sugli artisti per le vie di Parigi. Già li vedo, soli e infelici, dopo la zuppa a trasudare cipolla nelle loro soffitte bohémien. Ma no, dai. Viaggio al termine della soupe à l’oignon, no.

Bevanda consigliata: Bordeaux 2010

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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SALSICCE ALLA BRACE PER DIECI PERSONE INQUIETE

SALSICCE ALLA BRACE PER DIECI PERSONE INQUIETE

 

un barbecue

una bella giornata

un gruppo di amici famelici

carboni ardenti

ricordi di torture medievali

salsicce no stop

pane a perdita d’occhio

sale q.b.

Leggete Le braci di Sandor Marai. Montate il barbecue. Allestite il set e poi toglietevi di torno. Non scherzate col fuoco e predisponete il casting per cercare lui, il protagonista della vostra 48 ore senza sosta di cottura libera della carne-è-debole.

Sì, proprio lui, personaggio mitologico che si intravede, avvolto nei fumi, come Vulcano, tra i lapilli a forgiare salsicce. Figura nebbiosa e impalpabile, forse un miraggio, appare come Tritone, tra litri di Levissima e di birra, con il forcone in mano. Archetipo del rapporto ancestrale tra l’umanità e il fuoco, eroe della classe operaia, Prometeo incatenato alla brace poiché egli (poffare! ho scritto ‘egli’) non può mai allontanarsi dai fuochi primordiali, ma soprattutto non vuole: il barbecue è la sua missione, la sua speranza e ostinazione, la fiamma esistenziale da tenere accesa con dedizione e caparbietà, il braciere olimpico, il torcione che dà inizio al decathlon di spanzate.

 AAA cercasi disperatamente bracista.  Soventemente segno di fuoco, no perditempo, avvezzo ai piaceri della carne, è al novanta percento individuo di sesso maschile. Sì ore pasti, animo calmo, niente ansia, padre di famiglia o padre spirituale, sicuramente abile a montare mobili Ikea, il bracista è un personaggio che appartiene al mito. E’ uno di quelli che, come l’auriga e Giuliano l’Apostata, si incontrano solo nelle versioni di latino. Inscritto perfettamente nei ritmi armoniosi della natura, va il letargo in inverno e con i primi caldi appare miracolosamente, già sudato, con la sua busta di carbonella in mano.

Non è facile essere bracisti. Non ci sono corsi, non valgono raccomandazioni: bisogna avere una vera e propria vocazione, una pazienza che viene dal centro del pianeta terra, piedi saldi sul terreno, postura dritta, in alto il diaframma, giù le spalle, sveglia kundalini, fiducia negli eventi (prima o poi questo spiedino cuocerà) e il sorriso serafico nel distribuire carne sapientemente grigliata al popolo bue che, intorno a lui, attende la sorte con la fetta di pane in mano.

I suoi adepti più fedeli, d’altronde, non lasciano mai solo questo individuo carismatico e, forchetta alla mano, seguono passo dopo posso tutto il processo di trasformazione dal crudo al cotto, ascoltando attentamente le disquisizioni sulla necessità o meno di bucherellare la salsiccia per far fuoriuscire il grasso. Che cola.  No, non potete fare uno di quei master tutto fumo e niente arrosto per diventare bracisti né seguire pedissequamente tutoral su You tube: la brace dovete averla dentro.

Animi ardenti, neroniani, piromani redenti, fuochi di paglia, fuoco cammina con me, fiamme tricolori, battete il ferro finché è caldo e mandate un curriculum alla Federbracisti riunita. Fatelo subito! Assecondate la vostra indole e coltivate, parallelamente alla vostra principale occupazione, un sapere pratico che vi renda felici. Torneremo tutti ai mestieri antichi che nessuno vuole più fare. Prepariamoci. E sarà progresso. Dai sarti ai muratori, dai calzolai ai pastori, dai fornai agli arrotini e agli ombrellai, c’è un lavoro per ogni tipo di inclinazione e di carattere, adatto anche a quei  temperamenti che, provati dalla vita d’ufficio, preferiscono di gran lunga parlare con una pianta di pomodoro piuttosto che con i propri sempreverdi colleghi.

Bevanda consigliata: birra Peroni ghiacciata (una sola?)

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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FENOMENOLOGIA DELLA CUCINA NELL’EPOCA DEL PRECARIATO

FENOMENOLOGIA DELLA CUCINA NELL’EPOCA DEL PRECARIATO

 

Fusilli in salsa d’asparagi

per 4 persone pre-occupate

320 gr di fusilli

150 gr di asparagi selvatici (diffidate di quelli pettinati del supermercato: sono la quintessenza del nulla)

un pomodoro maturo (piccoli pomodori crescono)

1 scalogno è per sempre

prezzemolo tritato

olio extravergine d’oliva

sale e pepe q.b.

 

Lavate gli asparagi. Che arguzia. Eliminate la parte inferiore, bassa e meschina. Tritate lo scalogno e stufatelo con due cucchiai d’olio. Aggiungete gli asparagi tritati. Anch’essi.

Se siete superstiziosi, eliminate dalla ricetta il suddetto scalogno, losco individuo, marito della scalogna, figlio della scarogna, pronipote della sfiga e fate un gesto apotropaico di quelli intensi che sapete fare voi. Bravi. Allontanate le energie negative dal vostro piatto. Entrate in comunione con le forze positive del cosmo. Sorridete. A questo punto però, svaniti gli ortaggi da stufare, stufate voi stessi. Stufi abbastanza? Perfetto. Accendete la radio.

Un lavoro io l’ho/nananananà/una casa io l’ho/nananananà/la mattina c’è chi/ mi prepara il caffè cantava Lucio Battisti nel 1970 ignorando quel cataclisma che si sarebbe abbattuto su tutti noi nati dal 1971 in poi: il precariato. Nananananà. Ovvero, la sublime arte di avere un lavoro a singhiozzi, una casa di qualcun altro e un caffè che puntualmente arriva freddo.

Non hai mai visto un uomo piangere? Beh, andiamo avanti.

Tormentone da hit parade, il brano rivela il divario tra la società degli anni Settanta e il nostro tempo: oggi nessun essere umano di ventisette anni – questa l’età di Battisti nel 1970 – in Italia ha una casa, un lavoro e vuole Anna (Anna che, dal canto suo, comunque una casa l’aveva, un lavoro lo aveva insieme a una fornitura decennale di Lavazza).Cosa voglio di più?

Il buon Mogol – che all’epoca aveva solo trentaquattro anni – non avrebbe mai potuto prevedere il funambolismo delle vite dei precari, così come non avrebbe mai potuto immaginare che il contratto a tempo determinato, dall’ambito del lavoro, si sarebbe esteso a quello della casa, dell’amore, delle amicizie, toccando gran parte delle relazioni per arrivare, infine, a coinvolgere quel famoso caffè che, nel frattempo, è diventato sempre più ristretto.

Al tempo, nemmeno i discografici più illuminati avrebbero potuto divinare l’immensa fioritura, in tutte le zolle della società italiana, delle modalità del contratto a progetto cresciute, come il granturco, giusto all’altezza della fronte di quelli nati dopo il 1971. Tac!

Pannocchie a parte, l’unico progetto di vita resta quello legato alla parola contratto.

Hai ragione anche tu. Sì, lo so. Se prima era paese, ora tutto il mondo è precario e il lavoro, da maledizione biblica è diventato Eden. Bizzarro. Nel bel mezzo del paradosso, in un asse esistenziale completamente rovesciato, anche la lingua italiana, che non resta mai indietro, si è adattata alla situazione storica: dai sussidiari e dalle grammatiche stampate dopo il 1971 è scomparso il futuro semplice a favore di un altro tempo, forse il presente un po’ più in là, abbastanza difficile da coniugare. Che scalogno!

 Vino consigliato: Gewurztraminer bianco DOC

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

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