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INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

 

 

Antonio Pascale è autore di numerosi libri tra cui La manutenzione degli affetti, Passa la bellezza, S’è fatta ora, tutti caratterizzati da un tono delicato, ironico, spesso malinconico. Il suo ultimo romanzo, Le attenuanti sentimentali, mescola alla perfezione intelligenza e humour.

Cosa leggi in genere?

Molti saggi, pochi romanzi, e libri per ragazzi. Dai saggi imparo molto, dai romanzi meno (più che altro è una questione di forma narrativa, a volte la trovo usurata) e dai libri per ragazzi una dose piacevole di ingenuità.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Troppi. Ne scelgo una, Alice Munro.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Un racconto, La signora con il cagnolino, Cechov.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

Due intellettuali veri, Aristofane e Mark Twain, le donne in assemblea e il diario di Adamo ed Eva, quest’ultimo credo, il più bel trattato, (direi definitivo) sulla genesi dei nostri sentimenti, non chi siamo ma come siamo arrivati fin qua.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Ecco appunto, non scrivo (almeno non abbastanza narrativa) o perché ho troppo modelli e non riesco a farli confluire tutti in un libro, e al contrario, tutti quelli che  esamino, per accidente o per scelta, in un particolare momento della vita, non mi piacciono.

 

Che tipo di humour prediligi?

In verità mi piace la comicità, stile Paperissima, altrimenti quel tipo di humour usato come difesa dalla morte, quello mi piace, l’importante è che sia diretta principalmente verso te stesso o verso i membri del tuo stesso club, insomma scompagini invece di impaginare certezze.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Dunque, alcune sono di derivazione casertana, cioè nascono dall’abitudine al bar e allo sfottò, alte, la maggioranza le indovino (se le indovino) costruendo delle storie (quando riesco a costruirle). Comunque il metodo è sempre lo stesso, un difetto, un tic, diventa motivo di gioco e quindi, si spera, di conoscenza.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Sì, sempre. Gli scrittori che si documentano sono bravi ma non li capisco, cioè non capisco come fanno (ed è questa la loro bravura) a documentarsi.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Dipende dalla paura della morte.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Dipende se coltivi la paura della morte.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Uhm,  non saprei, in genere vince il sarcasmo contro gli altri, che è un modo per giudicare i buoni e i cattivi e salvarsi  l’anima.

 

Progetti futuri?

Appunto, ho 50 anni, vado verso i 60, e in un attimo compirò ’80 anni, quindi dato lo scarso tempo a disposizione, mi piacerebbe non mollare.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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LETTERA A PAPÀ

LETTERA A PAPÀ

Pubblichiamo un estratto de Lettera a papà di Francesco Muzzopappa, autore di Una posizione scomoda e Affari di famiglia, pubblicato nella collana Corsivi del Corriere della Sera, una confessione ruvida ed emozionante, una originale riflessione su una verità speciale, quella del rapporto tra padre e figlio, che mostra come anche attraverso la perdita, anche attraverso la sofferenza, ciascuno diventa ciò che è.

 

– Ieri sono venuti a trovarmi i miei compagni di classe, in blocco, con preside e professori inclusi. Mi chiedevano tutti del tuo aneurisma, come se avessi davvero voglia di parlarne. C’era pure Davide, il mio compagno di banco. Sicuramente te lo ricordi. È quel tizio che ci siamo portati in campeggio due estati fa: capelli rossi pettinati a schiaffo di lato, occhi melodrammatici e una specie di canotto al posto delle labbra. In coda a tutti gli altri, si è avvicinato con la testa bassa e mi ha stretto la mano dicendo condoglianze. Io l’ho ringraziato e gli ho chiesto se aveva voglia di tornare più tardi (senza tutto lo squadrone della morte di facce tristi) per fare una partita ad Halo e lui mi ha chiesto se ne ero sicuro e io gli ho detto sì.

E infatti è tornato.

All’inizio è stato facile, perché ho messo su il gioco e abbiamo cominciato a fare le solite cose, tipo smadonnare, lanciare le Vans contro la tele e bere l’aranciata, che Lamberto come sai è astemio e guai a tenere birra in casa. Abbiamo aiutato Sarah Palmer a superare alcune prove del programma di addestramento virtuale della UNSC Infinity e ci stavamo divertendo un casino, papà, e per un momento ti ho anche messo da parte.

Solo che poi Davide ha cominciato a diventare serio, a rimettersi le Vans, a sedersi dritto e composto come avesse ricevuto l’illuminazione divina. Ha iniziato a chiedermi come stavo “davvero” e io gli ho detto che, insomma, come vuoi che stia? Allora ha stoppato il gioco e mi ha guardato con la faccia da ‘Mi dispiace’, e io gli ho detto di piantarla, che tanto non serve a nulla. Ma lui niente. Vuoi che parliamo?, mi ha fatto, tutto solenne, come fossimo le amiche del cuore. Al che gli ho detto che non c’era niente di cui parlare. E invece ha insistito fissandomi con quegli occhioni da Pollyanna che si porta appresso. È sempre il solito. È un bambino travestito da quindicenne.

Te lo ricordi, no? Te lo ricordi quanto è idiota?

Te lo ricordi, in campeggio, due estati fa, che gli hai fatto la pasta col tonno, che ci hai messo tanto peperoncino (proprio come piace a noi) e lui annaspava, agitando le mani davanti alla bocca per sventolarsi?

Te lo ricordi che tutte le sere doveva per forza chiamare casa per dire che stava bene, come fosse in un lager nazista pieno di generali delle SS?

E quella volta che una medusa l’ha beccato in pieno sulla gamba e tu gli hai detto di pisciarsi addosso per calmare il bruciore e lui si vergognava e stava male e allora gli ho pisciato io, sulla gamba, mentre tu lo tenevi.

Te le ricordi le risate, papà? Te le ricordi?

Be’, sappi che ha pianto per te, quel cretino. Mi ha pianto davanti agli occhi, imbecille di uno scemo, che stava tirando dentro anche me, demente di un idiota.

E per uno che è cresciuto strappando le ali alle farfalle e tagliando le code delle lucertole, diventare l’incarnazione della persona sentimentale e vedermelo davanti in lacrime è stato pesante, papà.

Lì ho capito che la cosa era vera, papà, che eri morto sul serio.

 

Muzzo-02

 

Francesco Muzzopappa

Lettera a papà

1,99 €

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne, Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda è il suo primo romanzo.

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LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

 

Non so se quella notte le cose mi apparvero con un’evidenza che non avevano mai avuto fino ad allora o se, come avrebbe detto la veggente, avessi Nettuno quadrato al Sole: in ogni caso immaginai una soluzione che avrebbe permesso di rivelare al mondo intero la portata della mia lotta e di restare libero, al riparo dalle ricerche della polizia. Avrei scritto ai giornali! Decisi di mettere subito in pratica l’idea. Presi il grande quaderno rosso, quello in cui Christine credeva stessi scrivendo il romanzo, e scrissi in stampatello: «Progetto di lettera al caporedattore».

Serviva qualcosa di sensazionale, che attirasse l’attenzione.

Consapevole del poco tempo che potrà concedermi, andrò dritto al punto:

FERMI TUTTO!
FERMI la prossima edizione!
Sto per proporle la storia più sensazionale che un caporedattore possa sognare!

Era essenziale che l’altro mi prendesse sul serio. Dovevo dare l’impressione di aver pensato a tutto e previsto tutto.

Prima di entrare nel dettaglio, devo informarla che ho mandato la stessa missiva ai suoi principali concorrenti. Non c’è quindi bisogno di aggiungere che mai come in questo momento chi dorme non piglierà pesci.

L’importante era fargli prendere coscienza del valore di ciò che proponevo.

1) La natura dell’offerta

Se provo a mettermi per trenta secondi nei suoi panni, immagino che la reazione più naturale, leggendo queste righe, sarebbe chiedersi: «Ma chi è questo imbecille?».

Non si preoccupi, la cosa non mi disturba. Immagino che lei riceva ogni giorno molte sollecitazioni, alcune bislacche, altre più serie, e che abbia acquisito la capacità di valutare all’istante una proposta. Tuttavia, le capiteranno casi in cui il suo giudizio impiega un certo tempo prima di chiarirsi, come se una sorta di fiuto la spingesse a non buttare subito la lettera nel cestino.

Penso che in questo momento lei si trovi di fronte precisamente a questo dilemma. Scommetto che sta pensando: «È sicuramente l’ennesimo lunatico, per forza, è un lunatico…». Eppure qualcosa la trattiene dall’appallottolare il fo- glio di carta: «E se…».

Cerchiamo di far pendere la bilancia dalla parte giusta. Cosa abbiamo?
Un manifesto.
«Un altro, mi dirà lei. In ogni caso il mio giornale non pubblica questo genere di roba».

Ma stavolta è diverso.

«In cosa?», mi chiederà lei.
(La sento infastidita. Mi creda, avrei preferito spiegarle tutto a voce. Ma per ragioni di sicurezza che non tarderà a comprendere, non posso presentarmi in redazione. Così, per rispondere alla maggior parte delle sue eventuali domande, mi sono permesso di anticiparle meglio che ho potuto cercando di mettermi al suo posto).

Si tratta di un manifesto intitolato La strage degli imbecilli.

«Ambizioso».

Ambizioso, glielo concedo, ma per nulla utopistico se si sofferma seriamente sulla questione. Nelle righe che seguono, le esporrò il più chiaramente possibile a cosa sono arrivato. In poche parole, tutto quel che ho fatto dalla mia presa di coscienza fino alle attuali conseguenze della mia azione, compreso questo manifesto, allude a una VISIONE o, meglio ancora, a una LOTTA POLITICA.

Da oltre un anno conduco infatti da solo e senza aiuto una lotta globale su tutti i piani e a tutti i livelli, una lotta totale (vi dedico tutte le mie energie, la mia attenzione e il mio senso critico, nonché tutte le mie risorse, non lesino tempo né denaro), una lotta metodica, oserei dire scientifica, allo scopo di giungere a una teoria generale: una lotta quindi senza tregua, senza debolezze e senza pietà, contro l’imbecillità o, meglio, contro gli imbecilli (vedremo che la sfumatura non è secondaria).

Così riassunta, sono consapevole che la mia lotta può suscitare forse qualche sorriso.

Scommetterei anzi che, se lei accettasse di parlarne con me per qualche minuto, si troverebbe a dire:

«Ma l’imbecillità è solo una parola! Una comodità linguistica che usiamo senza riflettere!».

E di certo se lei spingesse un po’ oltre la riflessione, aggiungerebbe:

«In ogni caso, per qualcuno si è sempre imbecilli».

In un certo senso, non ha torto. Poche altre parole della nostra lingua offrono una tale varietà di impiego, di qui discende la difficoltà di afferrare e definire univocamente il significato. Forse capita anche a lei, quando qualcuno la fa ridere, di dirgli «Che imbecille che sei!»: e il suo interlocutore, lungi dall’offendersi, si sente lusingato come se avesse ricevuto un complimento.

Così, la parola può rivelarsi peggiorativa e offensiva («Brutto imbecille!») o edificante, se non amicale («Ah che imbecille che sei!»); e la differenza si fa spesso attraverso l’aggiunta di un qualificativo (oltre a brutto si trova spesso povero, grosso, vecchio…) e tramite l’intonazione che permette a chi ascolta di capire l’intenzione di chi sta parlando.

Erano le tre di notte passate. L’orizzonte non mi era mai parso così chiaro e sgombro di nubi. Stanco ma felice, chiusi il quaderno e andai a letto.

Redazione

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E BRAVO L’ASINO

E BRAVO L’ASINO

 

“Le persone che hanno meno idee di tutti sono gli scrittori e i lettori. È meglio non sapere né leggere né scrivere che non saper fare altro che questo. Quando si vede un fannullone con un libro in mano, si può essere quasi certi che si tratta di una persona senza né forza né voglia di stare attenta a ciò che le accade intorno, o dentro la testa”. L’autore di queste audaci considerazioni, non proprio adatte alla promozione di festival letterari, è l’inglese William Hazlitt, studioso di Shakespeare e considerato tra i maggiori critici e umanisti della prima età romantica.

Un uomo di cui tutto si può dire tranne che fosse spaventato dai paradossi, nemmeno da quelli che gli si potevano ritorcere facilmente contro. Hazlitt era uno scrittore apprezzato ed era, da studioso di letteratura, anche un lettore accanito. Si potrebbe quindi pensare che quelle sue idee le avesse tenute per sé, per un diario da tenere chiuso nel cassetto e ritrovato per caso dopo la sua morte. O che le avesse tutt’al più indirizzate in una lettera privata a un amico poi rivelatosi di scarsa discrezione. E invece Hazlitt mise la firma sotto quelle affermazioni sui periodici britannici più diffusi della sua epoca, perché arrivassero ad altri lettori – e ad altri scrittori – e li facessero sobbalzare, almeno un po’, sulle loro poltrone. Nella migliore tradizione anglosassone, mise in pratica l’idea che paradossi e contraddizioni – compresi i più iperbolici – sono i benvenuti, se servono a richiamare l’attenzione sulla realtà, a mettere alla berlina il sussiego dei parrucconi, a fare appello al discernimento dell’individuo, a segnalare i danni delle “idee ricevute”, che non è un malanno solo dei suoi tempi.

Di tutto questo fu dunque maestro William Hazlitt, come testimonia la raccolta di sette saggi che l’editore Fazi sta ripubblicando nella collana “Le meraviglie”, e che costituisce un buon campionario delle magnifiche idiosincrasie del loro autore. La raccolta si intitola “L’ignoranza delle persone colte” (traduzione di Fabio De Propris, 180 pagine, 14,50 euro) e contiene alcuni degli articoli pubblicati da Hazlitt nella rubrica “Table-Talk”, che tenne sul London Magazine dal giugno del 1820 al dicembre dell’anno successivo.

Nato a Maidstone, nel Kent, il 10 aprile 1778, e morto a Londra il 18 settembre 1830, Hazlitt visse in quell’età davvero “di mezzo” che cominciò con le guerre d’indipendenza americane e termino con la fine dell’età georgiana. Furono anche gli anni dell’affermazione britannica nelle guerre napoleoniche (con Hazlitt che simpatizzava apertamente per l’imperatore francese), e anche quelli della nascita, con Lord Brummel, della figura del dandy (da Hazlitt sbeffeggiata senza riguardo. Vedi, nel libro in uscita, l’articolo intitolato: “Sull’effeminatezza del carattere”). Hazlitt era figlio di un pastore unitariano di origini irlandesi, che si chiamava William come lui, aveva avuto come insegnante Adam Smith e nel 1783, con la famiglia, si era trasferito negli Stati Uniti, a Boston, dove aveva predicato, insegnato e fondato una chiesa unitariana, prima di tornarsene in Gran Bretagna quattro anni dopo. Anche l’autore dell”‘Ignoranza delle persone colte”, ultimo dei cinque figli del reverendo Hazlitt, era stato destinato alla carriera di pastore, ma strada facendo aveva disertato per sopraggiunta fragilità di fede. Non era da un pulpito ecclesiastico che aveva voglia di fare prediche, e su di lui – senza pensare al soggiorno nell’America da poco indipendente, durante il quale era ancora un bambino – influì la fascinazione per le idee rivoluzionarie in arrivo dalla Francia, più tardi mitigate (o meglio, rilette) alla luce della lezione del liberale Edmund Burke.

Hazlitt averebbe lasciato il segno sulla sua epoca. Poté contare su uno spirito brillante e beffardo, stimolato dalle sue scarse illusioni sulla bontà della natura umana, anche se delle teorie di Hobbes diceva che lo disgustavano mentre, al contrario, si dichiarava fervido ammiratore di Jean-Jacques Rousseau (abbiamo visto quanto gli piacevano i paradossi). La sua fama si deve soprattutto del modo eccentrico con cui seppe incarnare il ruolo di bastian contrario (o di coscienza critica, se si preferisce). Mai in modo gratuito e fine a se stesso, anche se dovette scontare a più riprese ostracismi e perenni antipatie, suscitati soprattutto dagli scritti giornalistici. L’eccentricità, del resto, per gli inglesi non è mai stata un difetto. Salvo, forse, nel campo dello stile: più è sgradevole, paradossale e caustico il contenuto degli articoli di Hazlitt, più il suo periodare si rivela studiatamente semplice, netto, vicino alla lingua parlata. Secco e diretto come uno schiaffo.

Era morto da un centinaio d’anni ma era ancora ben vivo il suo ricordo, quando Virginia Woolf scrisse di lui, nel secondo volume del “Lettore comune” (in Italia tradotto dal Melangolo): “Hazlitt – ed è uno dei suoi meriti principali – non era uno di quegli scrittori che evitando di pronunciarsi svaniscono nella nebbia e muoiono d’insulsaggine. Nei suoi saggi lui è presente, sempre e con enfasi. Senza remore e senza vergogna. Dice esattamente ciò che pensa e dice esattamente – confidenza meno lusinghiera – quel che prova. Aveva una straordinaria consapevolezza della propria esistenza; e siccome non passava giorno che non gli infliggesse uno spasmo d’odio o di gelosia, un fremito d’ira o di piacere, nel leggerlo entriamo presto in contatto con un carattere singolarissimo – bisbetico e insieme magnanimo; gretto e tuttavia nobile, assolutamente egoista eppure ispirato da genuina passione per i diritti e le libertà del genere umano”.

Un incorreggibile antipatico, che per tutta la vita studiò il modo di perfezionare quell’atteggiamento così come altri si industriano nell’arte della “captatio benevolentiae”. Hazlitt non volle essere quello che oggi definiremmo un “piacione”, né mostrarsi vagamente compiacente, nemmeno con chi gli era amico. Tra i suoi corrispondenti ci furono alcuni tra i più illustri letterati del suo tempo: i fratelli Charles e Mary Lamb, Stendhal (l’unico con il quale l’ammirazione reciproca non soffrì mai l’ombra di un contrasto), Samuel Coleridge, William Wordsworth, il poeta John Keats. Ma l’amicizia e la consuetudine non gli impedirono di esercitare anche nei loro confronti la critica più tagliente, se gli sembrava che ce ne fosse qualche motivo. Coleridge gli dedicò un ritratto da cui Hazlitt emerge come una persona silenziosa, dai modi scostanti, dall’espressione quasi sempre corrucciata, “geloso, cupo, orgoglioso, permaloso e dedito alle donne”. Ma era il primo ad apprezzarne “i pensieri ben appuntiti”. Un caratteraccio. Eppure Keats scrisse il 10 gennaio del 1818 all’amico pittore Benjamin Haydon che nella loro epoca esistevano tre cose di cui poter godere: i quadri dello stesso Haydon, il poema di Wordsworth intitolato “L’escursione” e “la profondità di gusto di Hazlitt”.

Quel gusto ha fatto parlare di lui come di un Montaigne britannico. In realtà, con l’autore degli “Essais”, Hazlitt condivide la scelta introspettiva che sfocia in una filosofia del quotidiano, oltre alla predilezione per la forma colloquiale. Ma, rispetto al francese, Hazlitt è infinitamente più sarcastico e in cerca di provocazioni. Se proprio è necessario trovargli un precedente, andrebbe allora cercato in Jonathan Swift: un altro irlandese votato alla satira sociale e dedito a farsi beffe del trombonismo travestito da cultura degli “sputasentenze”. I quali – scrisse l’autore dei “Viaggi di Gulliver” nel “Saggio critico sulle facolta della mente” – “sono come i vasi, i quali suonano tanto più forte quanto più sono vuoti”. In effetti, il mondo disprezzato da Hazlitt – quello degli schiavi dei luoghi comuni, incapaci di formulare un pensiero o un giudizio se non portandosi in tasca il libro da cui li hanno mutuati – assomiglia all’isola volante di Laputa immaginata da Swift. Un luogo abitato da sussiegosi uomini di scienza e inventori, insigni matematici, astronomi, musicisti incapaci di guardare dove mettono i piedi. Se i valletti degli scienziati di Laputa sono costretti a usare un sottile bastone con appesa una vescica gonfiata, con la quale richiamare i loro padroni, con leggere toccatine, alla realtà, Hazlitt si assegna lo stesso compito rispetto ai suoi contemporanei. Solo che decide di non usare sottili bastoni come i valletti di Laputa ma, all’occorrenza, la clava. Lo fece, per esempio, criticando violentemente il “Saggio sui principi della popolazione” di Malthus (primo teorico del controllo delle nascite nelle classi povere), che gli sembrava un perfetto esempio di idiozia.

Nessuno o quasi si salva dalla furia di Hazlitt: né sant’Agostino né il filosofo cinquecentesco Girolamo Cardano, non il teologo anglicano Daniele nemmeno l’umanista cattolico tedesco Caspar Schoppe, autore di una dottissima “Grammatica philosophica” pubblicata a Milano nel 1628: di tutta la carta da loro prodotta, scrive Hazlitt, si potrebbe fare senza alcun danno un bel falò: “Ecco come viene usato il sapere umano. Sembra che i lavoratori di questa vigna abbiano lo scopo di confondere il senso comune e le distinzioni fra il male e il bene per mezzo di massime tradizionali e di nozioni preconcette che diventano sempre più assurde col passare del tempo. Fanno ipotesi su ipotesi, ci innalzano montagne, finche non è più possibile giungere alla più semplice verità su alcunché. Vedono le cose non come sono, ma come le trovano nei libri, e chiudono gli occhi e cancellano i dubbi per non dover scoprire niente che sia in contrasto con i loro pregiudizi, o possa convincerli della loro assurdità. Si direbbe che la forma più alta della saggezza umana consista nel mantenere le contraddizioni e nel rendere sacro ciò che e insensato”.

Ma se non ci si fa respingere dalla sua irruente – e brillantissima – invettiva, nella quale mancano solo la parola “culturame” e la promessa di metter mano alla pistola a sentir nominare la cultura, si arriva al cuore vero del pensiero di Hazlitt: “Le persone più giudiziose che s’incontrano nella società sono gli uomini d’affari e gli uomini di mondo, che ragionano di quel che vedono e sanno, invece di far delle distinzioni sottili su come le cose dovrebbero essere. Le donne hanno spesso più ‘buon senso’ degli uomini. Hanno meno pretese, sono meno impacciate dalle teorie, giudicano le cose più dalla immediata e involontaria impressione e quindi in modo più sincero e naturale. Non possono ragionare male, perché non ragionano affatto. Non pensano o parlano seguendo delle regole perché in genere possiedono più eloquenza, spirito e buon senso, unendo i quali riescono in genere a governare i mariti. Il loro stile, quando scrivono alle loro amiche (e non per i librai), è migliore di quello di molti scrittori. Le persone che non hanno un’istruzione hanno un’inventiva esuberante e sono senz’altro libere dai pregiudizi. Shakespeare fu poco istruito, come risulta chiaro tanto dalla freschezza della sua immaginazione quanto dalla varietà dei suoi concetti. Milton invece sa di accademia, tanto nel pensiero, come nel sentimento. Shakespeare non aveva dovuto svolgere a scuola dei temi in favore della virtù e contro il vizio. Dobbiamo a questa circostanza il tono sano e non affettato del suo teatro. Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare. Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l’istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori”. Quest’ultima affermazione fa perdonare ad Hazlitt qualsiasi malignità: si da il caso che tra i commentatori di Shakespeare (anzi, tra gli iniziatori della moderna critica shakespeariana), ci sia proprio lui, William Hazlitt, con la raccolta di saggi sui “Personaggi dei drammi di Shakespeare”, pubblicata nel 1817.

Più figlio di Swift che di Montaigne, dunque, Hazlitt è debitore dichiarato di Samuel Butler, lo scrittore secentesco famoso soprattutto per il poema satirico “Hudibras”, nel quale si prendeva gioco di fanatismi e pedanterie del puritanesimo. Butler, figlio di un prete di campagna, dopo la King’s School di Worcester aveva avuto accesso alla ricca biblioteca della sua prima padrona, la contessa di Kent, presso la quale serviva come maggiordomo. Di quest’altro clandestino nel tempio della cultura, Hazlitt sceglie una citazione – da “Hudibras”- come esergo all'”Ignoranza delle persone colte”: “Più lingue un uomo apprende più danni arreca al suo talento: e il tempo e la fatica spesi li sconta tutti interi in qualche modo. L’ebraico, il siriaco e il caldeo son lingue che confondon la ragione, e stravolgon la mente che si sforza di funzionare al contrario, in accordo ai loro alfabeti mancini. Eppure chi sa dire solamente assurdità, ma in diverse lingue passerà per più colto di colui che sa ragionar bene nella propria”. E Hazlitt rincara la dose: “Chiunque sia passato per i gradi regolari dell’educazione classica senza esser stato ridotto all’imbecillità si può ritenere salvo per miracolo”.

È la vanità la bestia nera di Hazlitt, soprattutto quando è accompagnata dalla sua sorella gemella, la saccenza, di cui egli riteneva che la società e l’accademia inglese ne fossero pervasi: “L’istruzione è la conoscenza di ciò che gli altri in genere non sanno, e che non possiamo apprendere che di seconda mano per mezzo dei libri, o di altre sorgenti artificiali. La conoscenza di ciò che è davanti o intorno a noi, che fa appello alla nostra esperienza, alle nostri passioni o ai nostri progetti, al cuore e agli affari degli uomini, non è istruzione. L’istruzione è la conoscenza di quello che solo le persone istruite conoscono. Il più istruito di tutti è colui che conosce meglio tutto ciò che vi è di più lontano dalla vita quotidiana, dall’osservazione immediata, che non è di alcuna utilità pratica, che non può essere provato dall’esperienza e che, dopo esser passato attraverso un gran numero di stadi intermedi, resta ancora pieno di incertezza, di difficoltà e di contraddizioni. È vedere e ascoltare con occhi e orecchie altrui, e credere ciecamente al giudizio degli altri. La persona istruita e fiera della sua conoscenza di nomi e di date, non di quella di uomini e cose. Non pensa e non s’interessa ai suoi vicini di casa, ma è al corrente degli usi e costumi delle tribù e delle caste degli indù e dei tartari calmucchi”.

Non è, questo tratteggiato da Hazlitt, il ritratto del classico “esperto”, autorizzato a disprezzare il buon senso in nome di un’investitura accademica, in omaggio a quell’idea ridicola – quasi mai percepita come tale- per cui un contadino o un commesso ne saprebbero meno, di vita e di morte, rispetto a un anatomopatologo o a uno psicologo laureato? “Lo scopo inevitabile di tutte le istituzioni culturali non è di diventare sapienti o d’insegnare la sapienza ad altri, ma d’impedire a chiunque altro di diventare o sembrare più sapiente di loro”, scrive Hazlitt delle università inglesi. Vanità e saccenza, per lui, sono coalizzate per uccidere l’immaginazione, che invece e la vera protagonista positiva dell'”Ignoranza delle persone colte” e che non può che nascere dal vedere “le cose come sono”. È spesso la mancanza di immaginazione a farci credere nella superiorità di chi si da delle arie: “Pili cultura le persone possiedono o pili sono addentro a un certo argomento, tanto pili volentieri comprendono e sono pronte a riconoscere che qualcuno e superiore a loro, cosi come loro si sentono tali nei confronti di altri. Ma dal basso, ottuso livello dell’ignoranza e della volgarità, non può sorgere alcuna idea e alcun amore per le cose elevate. Pensi di comportarti veramente bene con questa gente evitando qualunque sfoggio di pedanteria e di grandezza, credi di passare per un tipo semplice, modesto, alla mano. Non funziona. Mentre tenti questi approcci amichevoli, e ti sforzi di essere naturale, quelli vogliono recuperare lo svantaggio nei tuoi confronti. Puoi benissimo dimenticare di essere uno scrittore, un artista, o che altro: loro non dimenticano mai che non sono nessuno e non perdono mai il desiderio di vederti nella stessa condizione”.

In “William Blake” (da poco pubblicato da Medusa), l’appassionato saggio che Gilbert K. Chesterton nel 1910 dedico al pittore e poeta dei “Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza”, troviamo un elogio dell’immaginazione che sarebbe piaciuto ad Hazlitt. È l’immaginazione che si nutre della realtà, del fatto di vedere le cose per come sono, senza farsi ricattare dal sapere libresco o dalla ricerca cervellotica di originalità. Blake (un altro mezzo irlandese), secondo Chesterton doveva la propria unicità al fatto di essere stato un piccolo borghese “figlio di bottegai”, senza ambizioni intellettuali: “I suoi costumi e la sua morale furono formati alla solita vecchia maniera; nessuno penso mai di formare la sua immaginazione, il che probabilmente fu la maggior fortuna per questo ragazzo trascurato”.

Di vent’anni più giovane di Blake, Hazlitt aveva provato a lungo, a sua volta, a guadagnarsi da vivere dipingendo, sulla scia del successo del fratello John, pittore affermato. Per questo arrivò tardi, con un’erudizione costruita sulla passione, al mestiere di scrittore. Ma non mancò di trasferirvi il gusto per l’osservazione accurata delle persone e delle cose, da ritrattista più attento alla fedeltà al vero che alla gradevolezza dell’effetto finale. Gli riuscì, soprattutto, di non diventare come quelli che criticava: “Mi piace stare a tavola con pochi amici, chiacchierare come viene del più e del meno. Non mi piace essere sempre saggio o mirare sempre alla saggezza. Ho abbastanza da fare con i letterati e i loro intrighi, le questioni, i critici, gli attori, lo scrivere saggi e non voglio portarmeli appresso quando vado fuori per svagarmi in compagnia. In queste occasioni desidero essere considerato una persona di buon umore; e in cambio della mia socievolezza tutto quello che chiedo e un po’ di benevolenza. Non voglio porre continuamente a me stesso e agli altri delle domande sul destino, sul libero arbitrio, sulla prescienza assoluta, ecc. Qualche volta devo rilassarmi un po’. Ogni tanto, come il maggese, devo rimanere incolto”.

Nicoletta Tiliacos, Il Foglio

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Redazione

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IL FIGLIO DI ROUSSEAU

IL FIGLIO DI ROUSSEAU

 

 

Nonostante io sia stato un misero orfanello, la mia vita è stata sempre contrassegnata dall’incontro con alcune importanti personalità del mondo delle lettere e del pensiero. Incontri di cui per la verità io non ero neppure consapevole, all’epoca, ma che solo ora, giunto a tarda età, so valutare in maniera appropriata.

 

Ad esempio, qualche mese fa ho conosciuto un giovane giornalista inglese, Charles qualcosa, che ha voluto sapere tutto della mia vita. Gliela ho raccontata, durante una lunga cena in una locanda dei sobborghi della capitale, e – come ho scoperto proprio in questi giorni – lui, irriconoscente, la sta usando per costruirci sopra un intero romanzo, con un ragazzino britannico al mio posto; l’unico omaggio che mi ha fatto è quello di mantenere il mio nome nel protagonista, ma per il resto non spiega in alcun modo l’origine del suo racconto.

 

D’altro canto, non so biasimarlo per questo: la mia vita è stata effettivamente colma d’avventure, e io stesso avrei dovuto scriverci sopra un romanzo, se solo ne avessi avuto il tempo e la voglia. Le capacità letterarie, quelle di certo non mi mancavano: le avevo ereditate in toto da mio padre, l’altra grande personalità letteraria con cui – purtroppo solo indirettamente – ho avuto a che fare.

 

Mi chiamo Oliver e sono cresciuto in un orfanotrofio, a Parigi. I miei genitori mi avevano abbandonato perché incapaci, a sentir loro, di mantenermi; lo stesso comportamento l’avevano avuto coi quattro fratelli che mi avevano preceduto, e che di conseguenza non ho mai potuto conoscere: come saprete, i documenti che segnalano l’origine e le parentele di un bambino abbandonato sono secretati, e non è possibile attingere ad essi se non in circostanze molto particolari.

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Nonostante non sapessi chi fossero mio padre e mia madre, sentivo forte dentro di me l’impulso alla rivolta, come se in qualche modo il sangue che mi scorreva nelle vene provenisse da un qualche grande rivoluzionario. Ad esempio, un giorno – avrò avuto sette o otto anni – decisi di farmi coraggio e di protestare apertamente contro il modo in cui veniva condotto l’orfanotrofio in cui stavo crescendo: «L’orfano è nato libero – urlai, nel bel mezzo del refettorio, dopo una razione di sbobba a mio modo di vedere ampiamente insufficiente – ma ovunque è in catene!». Mi espulsero quel giorno stesso e dovetti cercarmi un lavoro. Per essere un provetto rivoluzionario, non fu un grande inizio.

 

Per un po’ lavorai come spazzacamino, poi come becchino. «Quanto meglio stava l’uomo primitivo – confidavo spesso ai miei compagni di sventura, gli altri ragazzi che erano costretti a lavorare, come me, in quelle imprese luride e di infimo livello – che poteva soddisfare da sé tutti i propri bisogni. Oggi, invece, con questa divisione del lavoro…». Appena sentivano questi miei discorsi, i padroni mi licenziavano e dovevo trasferirmi, ma di sicuro non rinunciavo a farli: era più forte di me, come se ce l’avessi scritto dentro.

 

Ad un certo punto mi ritrovai, a Parigi, invischiato in alcuni affari poco chiari, condotti da un ladro di professione che utilizzava noi giovani ragazzi senza famiglia per derubare gli ignari signori che passeggiavano per la città. Visto che non ero bravo a rubare, mi utilizzavano principalmente per fare il palo; in pratica, dovevo distrarre i signori con discorsi sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini, o sulla bontà naturale dell’uomo, o sui metodi migliori per educare un bambino, cosa che per la verità mi riusciva piuttosto bene; nel frattempo, un complice provvedeva a sgraffignare il portafoglio dell’ignaro borghese, intorpidito dai miei discorsi.

 

Fu solo qualche anno dopo che ricevetti la visita di un marchese, tale René-Louis de Girardin, un uomo magro e allampanato che di mestiere faceva l’architetto. Egli mi confessò d’avermi cercato a lungo, corrompendo il personale dell’orfanotrofio: voleva, infatti, ritrovare i cinque figli di un suo caro amico, il noto filosofo Jean-Jacques Rousseau, morto qualche anno prima. Dei cinque, era riuscito a risalire alle generalità di uno solo dei figli: e quell’uno ero io! Oliver il trovatello diventava all’improvviso Oliver Rousseau.

 

Quando però si avvide di come vivevo e di come mi guadagnavo il pane, il marchese rimase abbastanza inorridito. «Non possiamo certo rovinare la reputazione di tuo padre facendo sapere in giro che suo figlio è diventato un delinquente. Figurati: nessuno vorrebbe più leggere l’Emilio, se una notizia del genere prendesse piede». «Certo che no», dissi io, che all’epoca non avevo la minima idea di che cosa avesse mai parlato mio padre, né di cosa avesse scritto. «E dunque, ragazzo, – mi disse il nobile – prendi questo denaro e trasferisciti lontano da qui, in Inghilterra, magari sotto falso nome. Ti manderò una pensione con cui mantenerti». «Falso nome? Sì, ma quale?». «Oh, scegli liberamente. Mi sembra che tu in questi anni sia stato bravo a cavartela, a contorcerti, a girare più volte su te stesso. Scopri come si dice in inglese questa cosa, e rendilo il tuo cognome».

 

E da allora vivo qui, a Londra, nascondendo la mia parentela col grande Rousseau, sotto il nome di Oliver Twist.

 

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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L’ALTRO ALLIEVO DI ARISTOTELE

L’ALTRO ALLIEVO DI ARISTOTELE

 

 

Non sono nato fortunato. E quando non nasci fortunato, non c’è nulla da fare: la sorte non te la puoi inventare, non la puoi decidere. Quella che ti capita, ti capita.

Ad esempio, ho un fratello gemello. Si chiama Creonte, come il famoso re di Tebe. Siamo gemelli identici, eppure mia madre ha sempre detto che lui è più carino di me.

«Ma perché, mamma? Cosa abbiamo di diverso?», le chiedevo, ingenuo, da bambino.

«Non lo so, è più una sensazione…», mi rispondeva.

Così io le tendevo degli agguati: dicevo che uscivo, che andavo all’agorà e qualche minuto dopo mi presentavo da lei, spacciandomi per Creonte, sicuro che così mi avrebbe trovato finalmente bello.

«Ma cos’hai, oggi, figlio mio?», mi diceva, appena mi vedeva.

«Io? Niente, mamma. Sto benissimo, mi sento anche più in forma del solito. Non vedi come sono carino, oggi?».

«Carino? Ma se sei una schifezza! Sembri quasi tuo fratello! Tornatene a letto, riposati un po’, su!».

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Anche quando fu ora di mandarci a scuola, da un maestro, a me toccò la sorte peggiore. Per Creonte i miei genitori trovarono un maestro proveniente dalla Ionia, un eracliteo, che lavorava come precettore solamente per lui; per me invece decisero di non sborsare il denaro per un maestro esclusivo, e cercarono di infilarmi nel tempo libero di qualche filosofo che già insegnava ad altri.

Alla fine mi affibbiarono a questo tizio, un filosofo piuttosto strano. Pensate, viene da Stagira: ma chi cavolo è mai venuto da Stagira? Nemmeno pensavo sapessero scrivere, a Stagira.

 

Si chiama Aristotele, e quando lo conobbi insegnava a Mitilene, sull’isola di Lesbo. Mi trasferii armi e bagagli da lui, pronto ad essere educato nei ritagli di tempo: di mattina, infatti, il mio maestro teneva lezioni per i molti allievi della sua scuola che, non avendo nulla da fare a Lesbo, si presentavano puntuali alla sua porta; al pomeriggio un po’ riposava e un po’ seguiva alcuni esperimenti di zoologia che aveva impiantato sull’isola; prima di cena, quasi di sfuggita, si ricordava di me («Oh, già, ci sei pure tu») e mi rifilava qualche massima a buon mercato, raccomandandomi di studiare i suoi libri, dove avrei trovato tutto quello che mi serviva.

 

La situazione è peggiorata quando, ad un certo punto, si è presentato alla porta della sua scuola un messo proveniente dalla Macedonia. Ora, quando stai facendo da precettore ad un allievo – tra l’altro a mezzo servizio, come capitava a me – la buona educazione ti impone di non accettare altri lavori; un medico, mentre cerca di salvare la vita a un paziente, mica si fa portare nello studio uno malato di raffreddore, no? E allora perché io dovevo finire per dividere i servigi del mio maestro con un altro?

 

E comunque il messo portava un incarico per il mio maestro e Aristotele, manco a dirlo, lo accettò subito.

«Mio caro allievo, domani partiamo per Pella», mi spiegò, quando ancora non sapevo nulla di tutta la faccenda.

«Un viaggio d’istruzione? Che bello! Non mi porti mai da nessuna parte, maestro».

«No, non un viaggio d’istruzione. Ci trasferiamo là».

«A Pella?».

«Sì. È la capitale dei macedoni. Lo sai, no? O forse no, in effetti: geografia non l’abbiamo ancora fatta, giusto?».

«Siamo fermi alla filosofia prima, maestro. L’essere come categorie, anche se io non c’ho ancora capito niente».

«Fa niente, caro mio. Lascia perdere la filosofia prima: andiamo a vedere dove si decidono le sorti del mondo».

«A Pella?».

«Sì. Diventerò maestro di Alessandro, il figlio di Filippo II».

«Ah. Un re, dunque?».

«Un principe, un futuro sovrano. Pensa, potrò influenzarlo nelle sue decisioni, nelle sue idee politiche. Platone avrebbe dato tranquillamente un braccio per un’opportunità del genere».

«Sì, ma io?».

«Tu cosa?».

«No, dico: i miei genitori hanno pagato per la mia istruzione».

«Capirai, per quei quattro soldi che mi hanno dato…».

«Oh, insomma – sbottai, probabilmente arrossendo –, sempre quattro soldi sono. Io ho diritto ad un’istruzione».

«È giusto. Ti porto con me: quando non dovrò occuparmi di Alessandro, mi occuperò di te».

«Cioè quando?».

«Be’, Alessandro dovrà pur andare alla latrina, di tanto in tanto».

 

E così da due anni vivo alla corte dei macedoni, questi barbari che programmano di conquistare la Grecia e la Persia, indifferentemente.

Sono trattato tutto sommato piuttosto bene, ma soffro dello stesso destino che mi ha accompagnato tutta la vita. Prendete Alessandro: non è certo bello, è tozzo, con gli occhi di due colori diversi, e senza barba; eppure io, per tutti, sono il meno carino dei due.

«Ma perché? – chiedo ogni volta – Cos’ha lui che io non ho?».

«Non lo so, è più una sensazione…», mi rispondono tutti.

Quando non nasci fortunato, non c’è nulla da fare.

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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