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INTERVISTA A ENRICA TESIO

INTERVISTA A ENRICA TESIO

 

 

Copywriter di professione, Enrica Tesio, torinese, è una delle blogger più conosciute in rete grazie al suo blog Tiasmo, aperto nel 2013. Dal blog è nato il fortunatissimo libro pubblicato due anni dopo per Mondadori, La verità, vi spiego, sull’amore, un romanzo in cui racconta la sua vita con due figli dopo la separazione dal marito. Il libro, da poco, è diventato un film con Ambra Angiolini e Carolina Crescentini.

 

 Cosa leggi in genere?

Sono figlia di un professore universitario di lettere moderne, sono cresciuta con Pavese, Calvino, Fenoglio, Levi, Mastronardi, ma il vero piacere della lettura è arrivato con gli americani (Auster, Roth, Bellow… ho una piccola passione per gli ebrei evidentemente). Oggi leggo quello che mi consigliano pochi fidati amici e librai, se ho voglia di ridere opto per cose davvero brutte rigorosamente decantate ad alta voce. Una per tutte: Angeli e Demoni  nel passaggio in cui il Papa dice al camerlengo di essere suo padre e che sua madre era una suora, ma che comunque l’avevano procreato senza atto sessuale, in provetta. Se ci penso mi sganascio ancora ora. Anche solo perché camerlengo è una parola davvero comica.

 

 Quali sono i tuoi autori preferiti?

Non ho autori preferiti ma libri, un po’ come per la musica. Uomini e topi, Pastorale Americana, Lolita… per dire i primi tre che mi vengono in mente.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Più che un libro, una novella imperfetta: Il corpo di King, contenuta in Stagioni diverse (per intenderci la novella da cui è stato tratto il film Stand by me, ricordo di un’estate).

Lo scrittore umoristico preferito?

Non so se si possono considerare scrittori umoristici ma direi Landsdale e Vonnegut.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Non ho modelli. Da lettrice forte ho cominciato tardi con la scrittura proprio perché mi pareva ci fossero meravigliosi e incomparabili libri in giro. Alla fine bisogna far tacere il modello e seguire la propria voce.

 

Che tipo di humour prediligi?

Mi piace che si parli di umorismo e non di ironia o peggio di autoironia che sono termini abusati. L’ironia è un modo per sembrare fighi dicendo male di se stessi. Il senso dell’umorismo è meno autoreferenziale, mi piace quello graffiante, paradossale. Amo ridere. Com’è che diceva quel tizio: io non faccio l’amore, io scopo forte. Ecco io non sorrido, io rido forte.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Non sono una battutista e mal tollero i battutisti. Sono una copywriter, so scrivere un claim anche un claim divertente ma quello è mestiere. Mi piace il divertimento che cresce nel racconto, portare le persone a immaginarsi una determinata situazione, riderne insieme.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Nel blog sì, nei romanzi non sempre.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Ho teorizzato che il senso dell’umorismo sia come il gruppo sanguigno. Esistono gruppi diversi e si può essere riceventi o donatori, tra i riceventi ci sono quelli che capiscono il senso dell’umorismo ma non sono “attivi”, non fanno ridere insomma (mio padre), poi ci sono quelli che lo capiscono e ne fanno anche uso, i donatori appunto. Quando trovi una coppia ricettore-donatore, due persone che sanno ridere e farsi ridere delle stesso cose, beh lì c’è la meraviglia e la felicità. Io ho avuto spesso e volentieri questa fortuna.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Credo sia un’inclinazione naturale. Si può coltivare il senso del grottesco, forse.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia? 

No, per un periodo in Italia è stato considerato il battutismo di occasione e il comico noto. Mi pare sia finita anche quella fase.

 

Progetti futuri?

A settembre uscirà il mio nuovo romanzo per Bompiani e non fa ridere manco un po’. Ma mi rifarò con il prossimo.

 

 

Redazione

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Un mondo vario da regalare, condividere, amare.

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INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

 

 

Antonio Pascale è autore di numerosi libri tra cui La manutenzione degli affetti, Passa la bellezza, S’è fatta ora, tutti caratterizzati da un tono delicato, ironico, spesso malinconico. Il suo ultimo romanzo, Le attenuanti sentimentali, mescola alla perfezione intelligenza e humour.

Cosa leggi in genere?

Molti saggi, pochi romanzi, e libri per ragazzi. Dai saggi imparo molto, dai romanzi meno (più che altro è una questione di forma narrativa, a volte la trovo usurata) e dai libri per ragazzi una dose piacevole di ingenuità.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Troppi. Ne scelgo una, Alice Munro.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Un racconto, La signora con il cagnolino, Cechov.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

Due intellettuali veri, Aristofane e Mark Twain, le donne in assemblea e il diario di Adamo ed Eva, quest’ultimo credo, il più bel trattato, (direi definitivo) sulla genesi dei nostri sentimenti, non chi siamo ma come siamo arrivati fin qua.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Ecco appunto, non scrivo (almeno non abbastanza narrativa) o perché ho troppo modelli e non riesco a farli confluire tutti in un libro, e al contrario, tutti quelli che  esamino, per accidente o per scelta, in un particolare momento della vita, non mi piacciono.

 

Che tipo di humour prediligi?

In verità mi piace la comicità, stile Paperissima, altrimenti quel tipo di humour usato come difesa dalla morte, quello mi piace, l’importante è che sia diretta principalmente verso te stesso o verso i membri del tuo stesso club, insomma scompagini invece di impaginare certezze.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Dunque, alcune sono di derivazione casertana, cioè nascono dall’abitudine al bar e allo sfottò, alte, la maggioranza le indovino (se le indovino) costruendo delle storie (quando riesco a costruirle). Comunque il metodo è sempre lo stesso, un difetto, un tic, diventa motivo di gioco e quindi, si spera, di conoscenza.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Sì, sempre. Gli scrittori che si documentano sono bravi ma non li capisco, cioè non capisco come fanno (ed è questa la loro bravura) a documentarsi.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Dipende dalla paura della morte.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Dipende se coltivi la paura della morte.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Uhm,  non saprei, in genere vince il sarcasmo contro gli altri, che è un modo per giudicare i buoni e i cattivi e salvarsi  l’anima.

 

Progetti futuri?

Appunto, ho 50 anni, vado verso i 60, e in un attimo compirò ’80 anni, quindi dato lo scarso tempo a disposizione, mi piacerebbe non mollare.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A CRISTIANO CAVINA

INTERVISTA A CRISTIANO CAVINA

 

 

Cristiano Cavina è l’autore di libri teneri e divertentissimi (tutti editi da Marcos Y Marcos) ambientati per lo più nel suo paese natale: Casola Valsenio in provincia di Ravenna. Poco amante dello studio, ha lavorato come muratore, portalettere e pizzaiolo, attività che svolge fieramente tutt’ora e di cui ha rivelato tutti i segreti nell’ultimo La pizza per autodidatti. Vincitore di diversi premi (dal Tondelli al Vigevano fino alla selezione Premio Strega 2009 con I frutti dimenticati), per la collana Contromano di Laterza, ha pubblicato Romagna mia, raccolta di pezzi ironici a sfondo autobiografico, come del resto tutta la sua opera.

Cosa leggi in genere?
Io leggo un po’ di tutto, anche saggistica o poesia, ma soprattutto romanzi. Un mucchio di romanzi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?
Beh, dipende. Da lettore, ci sono un sacco di grandi romanzieri anglosassoni che sono i miei autori preferiti, quelli che scrivono onestamente per intrattenerti, tipo Ken Follet o John Grisham. Ma poi dipende con chi sto parlando, perché i miei preferiti sono anche i sudamericani, più o meno tutti.
E sono i miei autori preferiti anche un paio di italiani ahimè scomparsi da tempo, che nessuno o quasi legge più, tipo Parise e Guareschi.
Senza dimenticare Fante e Soriano.
Sono tutti più o meno pari merito.
Se proprio devo nominarne qualcuno, tipo tre, allora dico Eduardo Galeano, Dumas padre e Stephen King. E Mark Twain.
E anche Ed Mcbain!

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?
Casa d’altri di Silvio D’Arzo. Oppure tutto Don Camillo. Oppure Tutto Soriano.

Lo scrittore umoristico preferito?
Credo che sia Mark Twain. Vabbè che la risposta giusta a tutte le domande sulla narrativa è sempre Mark Twain!

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?
Io credo che la mia voce, quella con cui scrivo le mie storie, sia un misto di autori che ho amato da ragazzo, Guareschi, Soriano, Twain, Fante, Parise; è impossibile elencarli tutti: è una miscela di tutto quello che ho amato leggere e anche di quello che ho ascoltato.

Che tipo di humour prediligi?
Non so, non credevo che esistessero tipi diversi di humour.
A me piace sia quello genuino alla Guareschi, quello stralunato alla Campanile, ma anche quello più raffinato alla Alan Bennet. Anche se per me, le pagine più ironiche della narrativa di tutti i tempi sono il capitolo sul combattimento dei galli ne Il Giorno della Locusta di West.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?
Mah, direi che è da quando sono bambino che dico cavolate o che ne ascolto: è un misto di memoria e improvvisazione.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?
I miei personaggi, nella maggior parte dei casi, si rifanno alle persone che ho visto e vedo continuamente intorno a me a Casola Valsenio, il mio paese. Cioè, sono proprio loro. Non mi sono nemmeno mai preso la briga di cambiargli il nome.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?
Se non sai riderci su, il nostro diventa un brutto mondo in cui campare.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?
Boh! Ma credo più la prima che la seconda. Credo sia più un’attitudine innata, o quantomeno assorbita fin da piccoli nell’ambiente in cui siamo cresciuti, magari anche sviluppata come antidoto a quanto ci circondava, che qualcosa che si può imparare un po’ alla volta come il latino. Non penso si possa apprendere da adulti.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?
Non so se in Italia c’è un genere umoristico. In Italia l’unico genere è il giallo, al massimo ci sono un mucchio di commissari o investigatori con il senso dell’umorismo.
Ci sono però ottimi scrittori umoristici ma non so dire se sono considerati o meno. Posso dire che li considero io. Penso a Morozzi, per esempio, o a Vitali.

Progetti futuri?
Io non ho mai progetti futuri. Io faccio tutto all’improvviso, a precipizio, con l’acqua alla gola. Non sono mica buono a progettare le cose. Se ero buono facevo l’ingegnere o l’architetto, mica il pizzaiolo.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A MARCO MALVALDI

INTERVISTA A MARCO MALVALDI

 

Nato a Pisa e laureato in chimica, Marco Malvaldi è il fortunatissimo autore della serie del Bar Lume (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi, La carta più alta), ora anche fiction tv, che mescola linguaggio alto a battute esilaranti (spesso in vernacolo locale), protagonisti il barrista Massimo, gli anziani frequentatori del bar (nonno Ampelio, Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca), il commissario Fusco e la banconiera Tiziana. Odore di chiuso, sulla figura di Pellegrino Artusi, e uscito nel 2011, è stato un altro suo grande successo.

  • Cosa leggi in genere?

In generale di tutto: gialli, saggistica, romanzi di ogni tipo. Particolarmente, saggi divulgativi di neurologia, in questo momento. E biografie. Sono fanatico di biografie.

  • Quali sono i tuoi autori preferiti?

Da un punto di vista assoluto, Primo Levi, Italo Calvino, Jorge Luis Borges ed Isaac Asimov. Ma il libro preferito è La versione di Barney, di Mordecai Richler.

  • Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Il sistema periodico, di Primo Levi.

  • Lo scrittore umoristico preferito?

È una dura lotta fra Stefano Benni e Douglas Adams. Anche Woody Allen, come scrittore, ha fatto delle cose notevoli: Citarsi addosso è uno dei libri umoristici più azzeccati che abbia mai letto. Come poeta, infine, non ho dubbi: Ernesto Ragazzoni.

  • Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Ho iniziato scimmiottando un po’ Benni e Camilleri, tentando di metterci dentro anche un po’ di Jerome Klapka Jerome. Poi sono un appassionato di due grandi autori toscani, Federico Sardelli ed Ettore Borzacchini, e mi rifaccio spesso al loro modo elegante ed insieme estremamente greve di far ridere.

  • Che tipo di humour prediligi?

La cosa che mi piace di più in assoluto è il passaggio imprevisto aulico-volgare: si costruisce una torre d’avorio, si porta per mano il lettore ad ammirarne l’onustà delle colonne finemente cesellate, e all’improvviso lo si butta giù dalla torre con una pedata nel culo. Da quanto più in alto cadi, tanto più ti fai male.

  • Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le battute costruite di solito fanno senso.

  • I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

In modo smaccato, al limite del codice penale. Non faccio altro se non esasperare un carattere della persona in questione, quello più debordante, e lo faccio interagire con persone che non sopportano quella caratteristica. E glielo fanno notare, ovviamente.

  • Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Lo stesso che si dà alla poesia nella letteratura: è quel granello di pazzia senza il quale vivere sarebbe imprudente. È una frase talmente bella che, ovviamente, non è mia: Federico Garcìa Lorca si arrabbierebbe, se lo venisse a sapere…

  • Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Si può coltivare, iniziando a prendere per il culo se stessi. Io ero un bambino estremamente permaloso e saccente, da piccolo. Adesso sono solo saccente. È un miglioramento.

  • Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

No. Abbiamo pochi validissimi umoristi. A parte Stefano Benni, che come ho già detto in Italia è il top, ed è chiaramente restrittivo definirlo un umorista, penso a Fabio Bartolomei e a Flavio Oreglio. Senza dimenticare Giobbe Covatta, un altro notevole che però ormai si è dato completamente al teatro, e che resta uno dei pochi che mi fa sganasciare dalle risate. Per il resto, non vedo molto. Sembra che far ridere in Italia non sia una cosa seria.

  • Progetti futuri?

Un altro libro con il BarLume, sicuramente. Poi, non so. Sono abbastanza volubile…

 

novembre 2013

 

a cura di Alice Di Stefano

 

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA A MICHELE SERRA

INTERVISTA A MICHELE SERRA

Michele Serra è uno dei più grandi scrittori e umoristi italiani. I suoi libri oscillano tra la satira di costume e il racconto autobiografico. Anche giornalista, autore televisivo e poeta, il suo ultimo romanzo, Gli sdraiati, ha affrontato con garbata ironia e un tocco di esplicita comicità un tema delicato come quello del rapporto tra padri e genitori adolescenti, riscuotendo tra l’altro un notevole successo di critica e di pubblico.

• Cosa leggi in genere?
Di tutto. Giornali (purtroppo), blog, letteratura. Senza particolare disciplina, in modo onnivoro e ondivago.

• Quali sono i tuoi autori preferiti?
Rispondo di getto, perché se ci penso troppo mi blocco. Italo Svevo, Paul Auster, Luigi Meneghello, Kurt Vonnegut…

• Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?
Mattatoio numero 5 di Vonnegut.

• Lo scrittore umoristico preferito?
Mark Twain, Kurt Vonnegut.

• Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?
Nessuno. E tutti. Si scrive per parassitismo nei confronti di quello che si è letto. Ma anche per dimostrare a se stessi che si è in grado di produrre parole in autonomia.

• Che tipo di humour prediligi?
Quello che coinvolge chi lo fa. Che lo fa sentire partecipe del dramma della comicità. I grandi comici (Chaplin, Laurel & Hardy, Benigni) incarnano il ridicolo. Lo rappresentano, mettono in scena l’inadeguatezza. Mi piace molto di meno chi indica il ridicolo negli altri, ma non ha l’umiltà (o il genio) di incarnarlo. La satira dice: guardate quanto SONO ridicoli, quelli. La comicità dice: guardate quanto SIAMO ridicoli, noi tutti. Per questo la comicità è molto di più, rispetto alla satira.

• Le battute: le costruisci o nascono di getto?
Non sono un grande battutista, e invidio chi lo è. Quando scrivo “comico”, la mia è una comicità di situazione. La battuta è uno choc, una folgore. Se ne ho fatte di buone, non me ne sono mai accorto.

• I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?
Ma certo. Si scrive solo di ciò che si conosce, di ciò che si è vissuto. Gli scrittori “fantastici” sono pochissimi, e comunque neppure loro possono prescindere dall’esperienza del reale. Scrivere è un mestiere materiale. Corporeo prima che intellettuale.

• Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?
Un valore decisivo, perché il senso dell’umorismo è coscienza del limite. Chi non ne ha, non ha il senso del limite. O è scemo o è pericoloso.

• Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?
Ci si nasce, non c’è dubbio. Ma aiuta molto l’ambiente che ti circonda, le persone che conosci. Il modo di parlare, di guardare, di giudicare di chi ti sta intorno quando sei bambino ti da un grande imprinting. Ho avuto, da questo punto di vista, molta fortuna. Nella mia famiglia si rideva molto. Degli altri e di se stessi.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?
Non saprei dire… Forse nella letteratura anglosassone ha uno spazio più riconosciuto. Twain è considerato un grande della letteratura americana. Sterne, Swift e Dickens, anche se non sono “comici” in senso proprio, sono amati e riveriti anche perché comici. Da noi c’è meno tradizione.

• Progetti futuri?
Scrivere avendo il piacere di farlo. Sto scrivendo un melologo per Fabio Vacchi, testi teatrali per Antonio Albanese, e presto comincio un nuovo romanzo. Anche troppo, per i miei gusti: sono pigro.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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