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Posted in RICETTE UMORALI

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA
per 3 persone utopiche

2 pizzichi di sale

70 gr di maizena, ma proprio mai

 125 gr di farina più q.b. per sigillare la pasta

350 ml di acqua più q.b. per sigillare la pasta

150 gr di carne di suino

100 gr di germogli di soia

 2 cipollotti freschi

1 carota

90 gr di cavolo verza

1 cucchiaio di olio di semi di arachidi

1 costa di sedano

2 cucchiai di salsa di soia

È primavera: svegliatevi involtini. E tuffatevi nella splendida salsa di soia che, per legge, andrebbe consumata in ettolitri o dovrebbe piovere dal cielo.

Miei cari involtini, voi non gradite l’etichetta di amaro o di dolce, non vi trovate a vostro agio nel territorio dell’aspro o del salato. È una questione di gusto: voi rientrate nella categoria dell’umami. Sì, il sesto gusto. Che raffinatezza! Ho visto cose che voi umami.

Non lo sapeva quasi nessuno, nemmeno voi in persona, ma siete legati e avvolti a tale parola giapponese dal significato saporito. E il glutammato si espande a perdita d’occhio tra i prati in fiore.

La primavera ha un meraviglioso piglio prepotente capace, in un batter d’occhi, di spazzare via i malumori invernali. Non le importa della pioggia, del grigio, della vostra fiacca e dei vostri soliti cappotti scuri. Lei sboccia.

E tocca a noi tenere il passo.

In quest’improvvisa esplosione, messa per un momento tra parentesi la poesia, l’equinozio di primavera si rivela una giornata in cui dodici ore sono dedicate all’impazzare dei pollini, mimose, graminacee e polvere, e le restanti dodici al consumo smodato di antistaminici, fazzoletti di carta, collirio e ripetute elucubrazioni ai tavolini del bar: «Sono allergico? Ma non è che sono allergico? Sì, ne soffro da anni: sono allergico!».

Sono venticinque minuti che mi starnutisci sulla spalla, sono contenta che te ne sia accorto. Etciù. Siamo troppo sensibili.

Ma in questa serie di Scottex appallottolati che scandiscono le ore e nidificano su qualsiasi superficie piana, non sarà certo la fine dell’inverno a fermare la gioia di uno starnuto senza tregua.

Se non c’è rimedio all’allergia da equinozio – a cui l’iniquo pone fine col pensiero del giorno successivo – esistono però dei palliativi, un po’ blandi, che attutiscono il malessere di stagione: gli allergeni perenni.

Come le nevi, sono strane polveri sottili presenti costantemente nell’atmosfera, che procurano un forte prurito al naso e distraggono dagli acciacchi fisici.

Il primo, annebbiante come lo smog, è la schizofrenia da avverbio il cui sintomo più vistoso è l’uso indiscriminato e disgiuntivo del piuttosto. Queste vostre frasi piene di piuttosto che a mo’ di oppure mi disorientano. Resto in silenzio perché non riesco ad afferrare il significato e allora improvviso e rispondo con frasi in cui, al posto di ogni invece, piazzo un sempre. Pari e patta. Funziona così, no? Due avverbi deliranti prima dei pasti e si liberano le vie respiratorie.

Il secondo allergene senza via di scampo è lo strano caso dell’assolutamente cronico.

Domanda: Ti piace l’amatriciana? Risposta: Assolutamente! La frase finisce qui e io mi detesto un po’ perché lo prendo chiaramente per un sì.

Rimedio della nonna: aggiungere due gocce di biancospino e un qualcosa dopo l’avverbio. Restare a letto per due giorni.

Terza tra cotanto senno è la patologia delle patologie, la parola più alla moda come forse solo la sifilide poté essere nei suoi anni d’oro, il termine contagioso come il colera e bubbonico peggio della peste: know how.

Perché!? Dov’eravamo quando conoscenza, sapere, esperienza e i suoi fratelli si sono trasformati in know how? Mi ero distratta, ero sovrappensiero, meditavo sulla rinascita emotiva della bella stagione, ma giuro: non pensavo si arrivasse a tanto.

Per mettersi in salvo è necessaria una terapia di due settimane a base di scioglilingua, due aspirine a colazione e una bigliettino di scuse al Devoto Oli. Con la firma dei genitori.

BEVANDA CONSIGLIATA: Birra Tiger.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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LA RAGAZZA DI SCAMPIA – FRANCESCO MARI

LA RAGAZZA DI SCAMPIA – FRANCESCO MARI

Una volta ho letto da qualche parte una frase di Giorgio Manganelli che dice: “Non si sa mica cosa succede, quando ci si mette a scrivere”.

Effettivamente. Non mi ricordo cosa avevo in mente di preciso quando ho cominciato a buttare giù “La ragazza di Scampia”. Avevo appena finito di leggere “Hanno tutti ragione”, mi pare, del regista Paolo Sorrentino. Mi aveva impressionato parecchio, partii in quarta con l’idea di scrivere un romanzo interamente in napoletano, senza neanche una frase in italiano, e in più pieno di male parole. Poi… Non si sa mica cosa succede, quando ci si mette a scrivere.

Mi ricordo i pomeriggi e le sere passate a riempire quadernoni a righe e a quadretti. Era il 2010. Dopo ho pensato a lungo di avere buttato via il mio tempo, ma quando, a distanza di quasi tre anni da quei pomeriggi e quelle sere, mi chiamò Alice di Stefano per dirmi che il testo le era piaciuto, cambiai idea nel giro di un secondo. “Lo sapevo che avevo scritto qualcosa di buono!” mi complimentai con me stesso. Chiamai subito parenti e amici e dissi loro: “Pubblicherò un libro con Fazi!” “Bene, – fu la risposta quasi unanime. – E di che parla?”

La domanda maledetta. Di cosa parlano i romanzi? Di cosa parla “La ragazza di Scampia”? Di Franco, impiegato comunale fannullone e megalomane? Di Jenny Marvizzo e Stella Cannavacciuolo, di professione rispettivamente Cantante di Matrimoni e Ragazza Coraggio? Di Scampia e di Napoli? Della bugia? Della verità? Di tutto questo assieme? Di tutt’altro? (Mi viene in mente adesso che il testo da cui è presa la frase di Manganelli si intitolava “Parlare d’altro”).

Non lo so, non so rispondere a questa domanda. So che un giorno, poco tempo fa, sono andato a trovare mia madre, aveva appena finito di leggere il mio libro in bozze e mi guardava severamente, senza dire niente. Glielo si poteva leggere negli occhi quello che voleva sapere: “Sei tu l’impiegato del romanzo?” Altra domanda maledetta. “Buona o cattiva che sia, – ho provato a spiegarle, – si chiama letteratura, sai, la cosa che ho scritto…” “Dicono tutti così!” è stata la sua lapidaria sentenza.

A volte succede. Fai di tutto per diventare uno scrittore e alla fine ti ritrovi personaggio. “Io, lui, che cosa importa, mamma? – ho insistito. – Sai cosa diceva Manganelli? Che ciò che è reale è sempre in realtà diverso, è il contrario che in realtà è sempre reale…” Mia madre a quel punto mi ha indicato la porta.

La parte bella di tutta questa faccenda comunque è un’altra: è che non si sa mica cosa succede, quando ci si mette a leggere. Altro grandissimo mistero. Mi piacerebbe infilarmi dentro la testa di coloro che mi leggeranno. Di tutti, uno per uno. Essere lì quando accadrà, acquattato fra le loro sinapsi, a spiarne pensieri e stati d’animo. Più di tutto, mi piacerebbe sentirli da dentro quando rideranno.

Redazione

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Un mondo vario da regalare, condividere, amare.

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L’ATTRAZIONE POCO GRAVITAZIONALE

L’ATTRAZIONE POCO GRAVITAZIONALE

 
 
Il motivo per cui certi oggetti si attraggano mi lascia perplesso, e parlo di oggetti che tra loro hanno poco nulla a che fare.
La scarpa e gli escrementi di cane. Non fai a tempo a sollevare lo sguardo verso il cielo che i due oggetti si incontrano, e siccome stai andando a un appuntamento galante e non ti va di trascinarti dietro il tanfo immondo di un pastore tedesco, corri ai ripari comprando un paio di scarpe lungo la strada, o cerchi di pulirle tra l’erba del parco e i fogli della free press che ti guardano stesi a terra con un’espressione tipo ehi tu che fai, non pulirmi addosso quella schifezza.
I pelumini e le giacche nere. Inseparabili amici. Più ne levi con il rotolo adesivo, più si formano. In modo esponenziale la notte prima del colloquio di lavoro. Così preferisci usare la giacca vecchia, quella che mettevi all’università e ha ancora l’alone di un paio di macchie di vomito del tuo amico Girolamo che s’è sentito male alla festa di laurea.
I pezzi di prezzemolo e le fessurine tra incisivi e canini. Mangialo dieci volte prima di tornare a casa e non ti succederà nulla. Mangialo una sola volta in compagnia della tua ex che è tornata single e ti ha contattato per un viaggio di alcool, sesso e marijuana ai caraibi, e ne avrai dei pezzi interi tra i denti. E siccome vuoi fare bella figura e convincerla che sei ancora l’uomo della sua vita, sfoggi un sorriso che credi a trentadue denti ma in realtà ne mostra solo ventiquattro.
Le gomme dell’auto e i chiodi, ma solo quando sei in autostrada, di notte, e hai il cellulare scarico. E sei a quattro chilometri dalla colonnina delle chiamate di emergenza, che solo poi scoprirai rotta.
Lo yogurt e i pantaloni nuovi. Anche se ti sei messo dodici strati di pellicola trasparente e ti sei incartato come un pacco di amazon, la goccia di yogurt bacerà i tuoi pantaloni nuovi proprio all’altezza del cavallo, conferendoti l’aspetto di un aspirante pornodivo senza speranze.
Ecco, di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe, e magari proseguiremo a elencarli. Nel frattempo fate attenzione allo spigolo della porta. Come attrae i mignoli quello, non li attrae nessuno.

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli, 27 anni, è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il Master in scrittura presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e Fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo. "Nemmeno le galline" (in uscita a settembre) è il suo primo romanzo.

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Posted in AMORE E ALTRE DISAVVENTURE

AMORE DI STATO

AMORE DI STATO

 
 
Non sono sicuro

Di avere ragione

Se quando qualcuno

Mi parla d’amore

Scuoto la testa

 

Non sono un campione

Un anima buona

Un amante perfetto

Sono un uomo ordinario

Dal cuore un po’ stretto

 

Eppure avverto

Un sincero disagio

Se il polso batte più forte

Se sono turbato

Ma non penso alla morte

 

A volte basta un sorriso

Una stretta di mano

Una voce intonata

Per darti il bagliore

Di una svolta interiore

 

L’aria diventa leggera

La vita un incanto

Gentile stato d’ebbrezza

Sospesa sul filo

A cento metri d’altezza

 

Ma sono solo parole

Chiose curiose

Estasi senza pretese

Di attimi vani, volgari

Vissuti senza sorpresa

 

È gelida prassi emotiva

Amore al consumo

Futili volute di fumo.

Una vacanza in costa smeralda

Un grande vino in un bicchiere di carta

 

Basta un cambio di fuoco

Sull’obbiettivo

L’ardore cala di getto

Il cuore si sgonfia

E il fotografo cambia soggetto

 

No grazie, non sono portato

A consumare l’amore di stato

Preferisco una vita banale

Di gioia, di male

e silenzio sentimentale

Paolo Zagari

Paolo Zagari

Paolo Zagari è scrittore, autore e regista televisivo per la RAI. Suo il romanzo "Smog" (Fazi 2009).

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