Pages Menu
Categories Menu

Posted in ALICE NELLE MERAVIGLIE, In evidenza

INTERVISTE SULLA NARRATIVA UMORISTICA IN ITALIA

INTERVISTE SULLA NARRATIVA UMORISTICA IN ITALIA

 

In questa pagina tutte le interviste raccolte finora sulla narrativa umoristica in Italia.

interviste umorismo narrativa Meraviglie Fazi Editore Ammaniti malvaldi Presta Benni Serra Bosco

Per la sezione Alice nelle Meraviglie (tuttora in fieri) sono intervenuti gli scrittori: Niccolò Ammaniti, Federico Baccomo Duchesne, Fabio Bartolomei, Stefano Benni, Stefania Bertola, Federica Bosco, Cristiano Cavina, Fabio Genovesi, Lorenzo Licalzi, Marco Malvaldi, Marco Marsullo, Chiara Moscardelli, Francesco Muzzopappa, Antonio Pascale, Stefano Piedimonte, Marco Presta, Michele Serra, Enrica Tesio, Giovanna Zucca.

Alice nelle Meraviglie è uno spazio di discussione dedicato espressamente alla narrativa umoristica. Attraverso le parole degli autori via via dedicatisi al genere, si vorrebbe creare un dialogo a distanza su questa specifica modalità narrativa, capace di spaziare dalla commedia alla satira, con leggerezza più o meno manifesta e l’uso di stili anche diversissimi. Le domande rivolte agli scrittori in questa serie di interviste sono state sempre le stesse, proprio a evidenziare eventuali differenze e rivelare il punto di vista di ognuno su un argomento troppo spesso considerato minore, specie in letteratura. I lettori con i loro commenti potranno arricchire quest’angolo di riflessione allargata in cui tutti sono invitati a intervenire con osservazioni e suggerimenti.

Qui la raccolta completa con tutte le interviste:

SCARICA GRATIS LA VERSIONE EPUB

SCARICA GRATIS LA VERSIONE PDF

Redazione

Redazione

Un mondo vario da regalare, condividere, amare.

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, Ultimi Articoli

LETTERA A PAPÀ

LETTERA A PAPÀ

Pubblichiamo un estratto de Lettera a papà di Francesco Muzzopappa, autore di Una posizione scomoda e Affari di famiglia, pubblicato nella collana Corsivi del Corriere della Sera, una confessione ruvida ed emozionante, una originale riflessione su una verità speciale, quella del rapporto tra padre e figlio, che mostra come anche attraverso la perdita, anche attraverso la sofferenza, ciascuno diventa ciò che è.

 

– Ieri sono venuti a trovarmi i miei compagni di classe, in blocco, con preside e professori inclusi. Mi chiedevano tutti del tuo aneurisma, come se avessi davvero voglia di parlarne. C’era pure Davide, il mio compagno di banco. Sicuramente te lo ricordi. È quel tizio che ci siamo portati in campeggio due estati fa: capelli rossi pettinati a schiaffo di lato, occhi melodrammatici e una specie di canotto al posto delle labbra. In coda a tutti gli altri, si è avvicinato con la testa bassa e mi ha stretto la mano dicendo condoglianze. Io l’ho ringraziato e gli ho chiesto se aveva voglia di tornare più tardi (senza tutto lo squadrone della morte di facce tristi) per fare una partita ad Halo e lui mi ha chiesto se ne ero sicuro e io gli ho detto sì.

E infatti è tornato.

All’inizio è stato facile, perché ho messo su il gioco e abbiamo cominciato a fare le solite cose, tipo smadonnare, lanciare le Vans contro la tele e bere l’aranciata, che Lamberto come sai è astemio e guai a tenere birra in casa. Abbiamo aiutato Sarah Palmer a superare alcune prove del programma di addestramento virtuale della UNSC Infinity e ci stavamo divertendo un casino, papà, e per un momento ti ho anche messo da parte.

Solo che poi Davide ha cominciato a diventare serio, a rimettersi le Vans, a sedersi dritto e composto come avesse ricevuto l’illuminazione divina. Ha iniziato a chiedermi come stavo “davvero” e io gli ho detto che, insomma, come vuoi che stia? Allora ha stoppato il gioco e mi ha guardato con la faccia da ‘Mi dispiace’, e io gli ho detto di piantarla, che tanto non serve a nulla. Ma lui niente. Vuoi che parliamo?, mi ha fatto, tutto solenne, come fossimo le amiche del cuore. Al che gli ho detto che non c’era niente di cui parlare. E invece ha insistito fissandomi con quegli occhioni da Pollyanna che si porta appresso. È sempre il solito. È un bambino travestito da quindicenne.

Te lo ricordi, no? Te lo ricordi quanto è idiota?

Te lo ricordi, in campeggio, due estati fa, che gli hai fatto la pasta col tonno, che ci hai messo tanto peperoncino (proprio come piace a noi) e lui annaspava, agitando le mani davanti alla bocca per sventolarsi?

Te lo ricordi che tutte le sere doveva per forza chiamare casa per dire che stava bene, come fosse in un lager nazista pieno di generali delle SS?

E quella volta che una medusa l’ha beccato in pieno sulla gamba e tu gli hai detto di pisciarsi addosso per calmare il bruciore e lui si vergognava e stava male e allora gli ho pisciato io, sulla gamba, mentre tu lo tenevi.

Te le ricordi le risate, papà? Te le ricordi?

Be’, sappi che ha pianto per te, quel cretino. Mi ha pianto davanti agli occhi, imbecille di uno scemo, che stava tirando dentro anche me, demente di un idiota.

E per uno che è cresciuto strappando le ali alle farfalle e tagliando le code delle lucertole, diventare l’incarnazione della persona sentimentale e vedermelo davanti in lacrime è stato pesante, papà.

Lì ho capito che la cosa era vera, papà, che eri morto sul serio.

 

Muzzo-02

 

Francesco Muzzopappa

Lettera a papà

1,99 €

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne, Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda è il suo primo romanzo.

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO, Ultimi Articoli

IL FIGLIO DI ROUSSEAU

IL FIGLIO DI ROUSSEAU

 

 

Nonostante io sia stato un misero orfanello, la mia vita è stata sempre contrassegnata dall’incontro con alcune importanti personalità del mondo delle lettere e del pensiero. Incontri di cui per la verità io non ero neppure consapevole, all’epoca, ma che solo ora, giunto a tarda età, so valutare in maniera appropriata.

 

Ad esempio, qualche mese fa ho conosciuto un giovane giornalista inglese, Charles qualcosa, che ha voluto sapere tutto della mia vita. Gliela ho raccontata, durante una lunga cena in una locanda dei sobborghi della capitale, e – come ho scoperto proprio in questi giorni – lui, irriconoscente, la sta usando per costruirci sopra un intero romanzo, con un ragazzino britannico al mio posto; l’unico omaggio che mi ha fatto è quello di mantenere il mio nome nel protagonista, ma per il resto non spiega in alcun modo l’origine del suo racconto.

 

D’altro canto, non so biasimarlo per questo: la mia vita è stata effettivamente colma d’avventure, e io stesso avrei dovuto scriverci sopra un romanzo, se solo ne avessi avuto il tempo e la voglia. Le capacità letterarie, quelle di certo non mi mancavano: le avevo ereditate in toto da mio padre, l’altra grande personalità letteraria con cui – purtroppo solo indirettamente – ho avuto a che fare.

 

Mi chiamo Oliver e sono cresciuto in un orfanotrofio, a Parigi. I miei genitori mi avevano abbandonato perché incapaci, a sentir loro, di mantenermi; lo stesso comportamento l’avevano avuto coi quattro fratelli che mi avevano preceduto, e che di conseguenza non ho mai potuto conoscere: come saprete, i documenti che segnalano l’origine e le parentele di un bambino abbandonato sono secretati, e non è possibile attingere ad essi se non in circostanze molto particolari.

20_Rousseau_01

Nonostante non sapessi chi fossero mio padre e mia madre, sentivo forte dentro di me l’impulso alla rivolta, come se in qualche modo il sangue che mi scorreva nelle vene provenisse da un qualche grande rivoluzionario. Ad esempio, un giorno – avrò avuto sette o otto anni – decisi di farmi coraggio e di protestare apertamente contro il modo in cui veniva condotto l’orfanotrofio in cui stavo crescendo: «L’orfano è nato libero – urlai, nel bel mezzo del refettorio, dopo una razione di sbobba a mio modo di vedere ampiamente insufficiente – ma ovunque è in catene!». Mi espulsero quel giorno stesso e dovetti cercarmi un lavoro. Per essere un provetto rivoluzionario, non fu un grande inizio.

 

Per un po’ lavorai come spazzacamino, poi come becchino. «Quanto meglio stava l’uomo primitivo – confidavo spesso ai miei compagni di sventura, gli altri ragazzi che erano costretti a lavorare, come me, in quelle imprese luride e di infimo livello – che poteva soddisfare da sé tutti i propri bisogni. Oggi, invece, con questa divisione del lavoro…». Appena sentivano questi miei discorsi, i padroni mi licenziavano e dovevo trasferirmi, ma di sicuro non rinunciavo a farli: era più forte di me, come se ce l’avessi scritto dentro.

 

Ad un certo punto mi ritrovai, a Parigi, invischiato in alcuni affari poco chiari, condotti da un ladro di professione che utilizzava noi giovani ragazzi senza famiglia per derubare gli ignari signori che passeggiavano per la città. Visto che non ero bravo a rubare, mi utilizzavano principalmente per fare il palo; in pratica, dovevo distrarre i signori con discorsi sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini, o sulla bontà naturale dell’uomo, o sui metodi migliori per educare un bambino, cosa che per la verità mi riusciva piuttosto bene; nel frattempo, un complice provvedeva a sgraffignare il portafoglio dell’ignaro borghese, intorpidito dai miei discorsi.

 

Fu solo qualche anno dopo che ricevetti la visita di un marchese, tale René-Louis de Girardin, un uomo magro e allampanato che di mestiere faceva l’architetto. Egli mi confessò d’avermi cercato a lungo, corrompendo il personale dell’orfanotrofio: voleva, infatti, ritrovare i cinque figli di un suo caro amico, il noto filosofo Jean-Jacques Rousseau, morto qualche anno prima. Dei cinque, era riuscito a risalire alle generalità di uno solo dei figli: e quell’uno ero io! Oliver il trovatello diventava all’improvviso Oliver Rousseau.

 

Quando però si avvide di come vivevo e di come mi guadagnavo il pane, il marchese rimase abbastanza inorridito. «Non possiamo certo rovinare la reputazione di tuo padre facendo sapere in giro che suo figlio è diventato un delinquente. Figurati: nessuno vorrebbe più leggere l’Emilio, se una notizia del genere prendesse piede». «Certo che no», dissi io, che all’epoca non avevo la minima idea di che cosa avesse mai parlato mio padre, né di cosa avesse scritto. «E dunque, ragazzo, – mi disse il nobile – prendi questo denaro e trasferisciti lontano da qui, in Inghilterra, magari sotto falso nome. Ti manderò una pensione con cui mantenerti». «Falso nome? Sì, ma quale?». «Oh, scegli liberamente. Mi sembra che tu in questi anni sia stato bravo a cavartela, a contorcerti, a girare più volte su te stesso. Scopri come si dice in inglese questa cosa, e rendilo il tuo cognome».

 

E da allora vivo qui, a Londra, nascondendo la mia parentela col grande Rousseau, sotto il nome di Oliver Twist.

 

Ermanno Ferretti

ipad_filosofiasemiseria

 

 

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More

Posted in QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO

IL MIOPE DI SPINOZA

IL MIOPE DI SPINOZA

Toc toc.

«Sì?».

«Cercavo il signor Van Der Meer».

«Non sono io. Dovete aver sbagliato porta».

«Siete sicuro? Perché mi hanno detto di venire al numero 7 di questa strada».

«Questo è il numero 37. Il 7 credo sia là in fondo».

«Dove?».

«Là. Vedete?».

«No, a dire il vero non vedo molto. Non è che potreste accompagnarmi fino al 37?».

«Il 37 è questo. Voi dovete andare al 7. E comunque avrei da fare».

«Siete un fioraio?».

«No. Perché?».

«Ho visto adesso il nome sulla porta: Spinoso. Dovrete avere a che fare con le rose, per un soprannome del genere».

«Non Spinoso; Spinoza. È il mio nome».

«Ah, Spinoza… Mi suona familiare, ma non mi pare un nome delle nostre parti. Da dove venite? Rotterdam?».

«I miei genitori venivano dal Portogallo».

«Oh, il Portogallo. Bella terra. E cosa vi ha portati qui in Olanda?».

«Veramente avrei da fare, signore. Guardate: se proseguite dritto per la strada arrivate senza problemi al numero 7».

«Oh, ma non ho fretta, caro Spinoso. E poi, mi perderei».

«Spinoza».

«Spinoza».

«D’accordo, allora. Accomodatevi. Sedete lì. Devo finire un lavoro, poi potrò accompagnarvi».

«Che lavoro fate? Fioraio? Perché ho visto il vostro soprannome scritto sulla porta e…».

«Mi prendete in giro?».

«Chi? Io?».

«Voi».

«No. Perché dovrei? Neppure vi conosco».

«Uhm. Comunque, faccio il tornitore di lenti».

«Lenti? Uh, capitate a fagiolo, allora. Siete ottico?».

«Una specie».

«Siete sicuro di non chiamarvi Van Der Meer? Perché mi hanno detto che Van Der Meer è proprio un bravo ottico».

«Sì, sono sicuro di non chiamarmi così. Mi chiamo Spinoza, Baruch Spinoza».

«Eppure il vostro nome non mi suona nuovo. Siete bravo nel vostro lavoro? Siete famoso?».

«Sicuramente sono più bravo di quello che vi ha venduto le lenti che portate ora: mi sembrate cieco come una talpa».

«Eh, lo so. Anche quella volta che mi hanno fatto questi occhiali stavo cercando Van Der Meer, ma sono finito in casa di un certo Janssen o qualcosa del genere. Me le ha fatte lui, queste lenti. Non sono nemmeno sicuro che fosse un ottico: aveva scritto Spinoso anche lui, sulla porta».

«Spinoso?».

«Sì, ma lui aveva anche delle rose nello studio. Nel vostro non ne vedo. Anche se magari ci potrebbero essere: non vedo granché».

«No, non ci sono rose. Solo libri e lenti».

«Libri e lenti? Fate gli occhiali e poi li fate provare subito ai presbiti?».

«No, i libri sono lì per me. Studio e scrivo».

«Trattati di ottica?».

«No, per carità. Altre cose».

17_Spinoza_01

«Io leggo molto, ma francamente non ricordo libri scritti da Van Der Meer».

«Ma io non mi chiamo Van Der Meer, porca di quella…».

«Uh, va bene, va bene. Non siete Van Der Meer. L’ho capito. Avete ragione, ho pure letto il vostro nome sulla porta. Janssen!».

«Spinoza».

«Ah, già. Spinoza. Portoghese. Ecco perché mi suonava familiare, allora: devo aver letto qualche vostro libro. Su, ditemi qualche titolo».

«Ho scritto qualcosa su Cartesio».

«Ah, Cartesio. Già, gran pensatore. Ma non credo d’aver letto roba vostra su Cartesio. Su, qualche altro titolo».

«Gli altri li ho pubblicati anonimamente. Non c’è il mio nome scritto sopra».

«E perché no?».

«Perché non voglio finire nei guai».

«Uh, per un libro, che sarà mai? Chi volete che li legga, i libri, oggigiorno?».

«Li legge sempre la gente sbagliata».

«Be’, suvvia, ditemi il titolo del libro anonimo. Cos’era, un libro in cui deridevate un qualche Statolder?».

«No, peggio».

«Peggio? Sarà mica…».

«Sì, quello».

«Parlavate di cose sconce? Guardate che ne ho letti, di libri così, ai miei tempi… È così che sono diventato quasi cieco».

«No, che avete capito? Niente cose sconce. Ho detto “peggio”, ma peggio per davvero».

«E cosa volete che ci sia di peggio delle cose sconce, a questo mondo?».

«La religione».

«Ah, mamma. Ma allora siete anche un poco fesso, scusate. Non lo sapete che di religione è sempre meglio non parlare? Che il mondo là fuori è fatto di vari tipi di miopi, soprattutto quando si parla di religione?».

«Oh, lo so bene».

«E poi non dovreste raccontarmi queste cose. Perché, vedete: io sono un pubblico ufficiale. Ora che so che avete pubblicato delle opere contro la religione, sono tenuto a far rapporto. Fossero state cose sconce, avrei potuto sorvolare, in cambio magari di una copia, di una sbirciatina, ma così no. Non posso rischiare. Prima o poi si saprà che sono stato nel vostro studio, e devo denunciarvi prima che denuncino me. Non avete nulla da dire?».

«Che volete che dica? Ormai sono abituato a tali accuse».

«Ebbene, accompagnatemi fuori. Da lì saprò trovare la strada per il mio ufficio. E aspettatevi presto una visita delle guardie pubbliche. Ripetetemi solo il numero civico di casa vostra, ché al momento non lo ricordo».

«Il… il 7».

«Bene. Arrivederci, signor Van Der Meer».

«Arrivederci, signore».

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More

Posted in QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO

IL COMPLOTTISTA DI POPPER

IL COMPLOTTISTA DI POPPER

 

«Le scie chimiche, professor Popper! Le scie chimiche!», continuavo a urlargli, mentre mi portavano via di peso.

 

Io, certi filosofi, non li capisco. Fanno tanto i moderni, i democratici, i teorici della società liberale… quelli che vogliono rivoluzionare il mondo, cambiare le carte in tavola, e poi, quando gli entri nell’ufficio con la verità su uno dei grandi misteri del nostro tempo, ti guardano strabuzzando gli occhi.

Ma io lo so, qual è il problema vero. È che sono solo un inserviente. Se fossi un professore come lui, col cavolo che chiamava la sicurezza. Mi sarebbe stato ad ascoltare, interessato, come faceva le prime volte quando ancora non sapeva quali erano le mie mansioni; magari avrebbe pure deciso di scriverci sopra un articolo per una di quelle riviste che leggono solo lui e i suoi quattro amici. Oppure addirittura un libro.

E invece adesso mi ritrovo qui, nel corridoio davanti all’ufficio del Preside di Facoltà, pronto per una ramanzina con i controfiocchi.

 

Mi chiamo Jerome Wilson, vivo a Christchurch da quando avevo appena dodici anni e lavoro all’Università di Canterbury da quando ne avevo diciannove. Sono quindi quasi trent’anni che bazzico per questi corridoi, che spolvero la biblioteca, che m’intrattengo di tanto in tanto con i migliori professori del paese. E, cosa volete, a furia di stare vicino a così tante menti, a riordinare così tante scrivanie, quasi per osmosi sono diventato un intellettuale. Non ho potuto studiare, quando ero giovane, ma ora è come se avessi frequentato l’università almeno tre volte. Infatti capisco molte più cose ora, sul mondo, rispetto a quando avevo vent’anni.

 

Ad esempio c’è la faccenda degli alieni. Ne ho parlato, l’anno scorso, proprio al professor Popper, in uno dei nostri primi incontri. Lui non la smetteva di annuire con la testa, di dirmi «Sì, sì, certo» e di darmi piccole pacche sulle spalle. Gli ho illustrato come sono arrivati nel deserto dell’Australia con le loro astronavi e di come, da lì, siano giunti fino in Nuova Zelanda per esplorare le nostre terre, attirati dalla forza dei nostri giocatori di rugby (perché, ne sono convinto, anche nello spazio giocano con la palla ovale, che ha chiaramente ispirato la forma dei dischi volanti).

E lì mi ha detto quello che è un po’ il suo tormentone: «Tutto interessante, caro Jerome, ma forse dovrebbe provare a falsificare le sue teorie. Vede, io sono convinto che ciò che caratterizza la scienza è che le sue teorie non siano per forza vere, né sempre verificabili, ma che siano quantomeno falsificabili. Cioè che sia possibile ipotizzare un’eventualità, un esperimento o una prova che possa smentire queste teorie».

«Be’, professore, la mia teoria degli alieni è perfettamente scientifica, allora: in fondo, se io li trovassi impegnati a giocare a calcio in Europa invece che a rugby qui da noi, allora vorrebbe dire che ho torto e che la mia teoria sarebbe falsificata».

«No, cioè… be’… ecco…».

«Lo so, professore: questi alieni lasciano stupefatto pure me, a volte. Anche se li studio da molti anni».

14_Popper_01

Poi, qualche mese fa, gli ho spiegato anche tutta la faccenda di quello che io chiamo il Grande Complotto. Perché, sapete, la Seconda guerra mondiale che si sta combattendo in Europa – ma anche qui nel Pacifico – secondo me è tutta una colossale bugia. Certo, reclutano i nostri ragazzi e li mandano al fronte, e spesso ne ammazzano un buon quantitativo, ma chi li ha visti mai, i nemici? Cioè, prendete Hitler: lo vediamo nelle immagini dei cinegiornali, ne leggiamo sui quotidiani… ma chi ci dice che esista davvero? Magari è solo una controfigura, magari è tutta un’invenzione, è tutto uno scherzo macabro.

Tipo quella cosa che ha fatto Orson Welles alla radio americana, quando diceva che erano atterrati gli alieni sulla Terra: prima si sono tutti spaventati, poi hanno detto che si trattava di una burla e hanno rilevato quanto sia facile manipolare la realtà, usare i mezzi di comunicazione per farci credere una cosa invece di un’altra. Perché noi siamo naturalmente creduloni. E invece, chi lo sa, io sono convinto che Welles non stesse mentendo quando parlava degli alieni, e che invece mentano oggi i giornali che ci parlano di Hitler. In fondo, una guerra del genere fa gola a molti: Roosevelt? Stalin? Chi è che l’ha provocata davvero?

Tutte queste domande le ho poste proprio al professor Popper, e lui c’è rimasto di sasso. L’unica cosa che è riuscito a dire è stata: «Welles chi?».

 

A pensarci meglio, però, devo avergli fatto girare la testa in tutti questi mesi. Povero professore, è tanto una brava persona, ma certe volte non ci arriva proprio. Parlargli tutto in un sol colpo degli alieni, del Grande Complotto e poi oggi pure delle scie chimiche deve avergli sconvolto la mente.

Io poi non ci so fare, credo. Bisognerebbe arrivarci gradualmente, spiegare le cose un po’ alla volta, dipingere l’affresco pennellata dopo pennellata. Ma io non ne sono capace, vado dritto al punto. Sono brutale. D’altro canto, non sopporto tutti questi professori con i paraocchi. «Sveglia!», mi verrebbe da urlare di tanto in tanto lungo questi corridoi.

 

Ma sì. Ora, quando il Preside di Facoltà mi chiamerà e mi farà entrare nel suo studio, sarà meglio che ammetta le mie colpe. Che gli spieghi che ho esagerato. Che è stata la “cattiva maestra radio” – come dice sempre anche il professor Popper – a darmi tutto questo fervore, che è stato Orson Welles.

 

Mi crederà. Ci credono sempre tutti quando incolpi la radio.

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More