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INTERVISTA A CHIARA MOSCARDELLI

INTERVISTA A CHIARA MOSCARDELLI

Chiara Moscardelli, nata a Roma ma milanese da anni, ha esordito per Einaudi con Volevo essere una gatta morta. Dopo La vita non è un film (ma a volte ci somiglia) sempre per Einaudi, nel 2015 ha pubblicato con grande successo Quando meno te lo aspetti con Giunti. Per la stessa casa editrice, nel 2016, è uscito il suo ultimo esilarante romanzo, Volevo solo andare a letto presto.

Cosa leggi in genere?

Adoro la letteratura americana, da Steinbeck a Don Winslow. Sono una fan sfegatata di Raymond Chandler come scrittore ma soprattutto come sceneggiatore. Ne La fiamma del peccato di Billy Wilder c’è la donna che avrei voluto essere nella vita, la gatta morta per eccellenza, la femme fatale interpretata da Barbara Stanwyck. Quante volte avrei desiderato dire ad un uomo: “No, non ho mai amato, né te né nessuno. Sono guasta dentro”. Purtroppo potrei solo dire: “Ti ho amato troppo, al contrario di te” e poi scoppiare a piangere, che non è proprio una frase da donna fatale.
E poi quel film era tra i preferiti di Woody Allen, il mio mentore!

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Accidenti, mi sa che ho già risposto e ovviamente nel posto sbagliato. Ma ne ho molti altri! Lansdale, Nesbo, De Lillo. I grandi classici, che leggo e rileggo: Il conte di Montecristo (tra i miei preferiti), Delitto e castigo, I Demoni, Cime tempestose (ovviamente) e la mia amata Jane Austen. Agatha Christie e Shakespeare. Potrei continuare per ore, ma mi fermo qui…

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Nooo impossibile rispondere!!! Impossibile sceglierne uno! Sono decine e decine…
Forse, per amore di coerenza, Il Conte di Montecristo. C’è tutto: amore, vendetta, rinascita, tradimento, avventura, intrigo. Sono andata a Marsiglia solo per visitare lo Château d’If e la sua cella. La mia amica non faceva che ripetermi: “Chiara, lo sai vero che è finzione?” Ma io non le ho badato più di tanto. Per me il Conte di Montecristo è reale.

Lo scrittore umoristico preferito?

Adoro l’umorismo inglese. Quindi Alan Bennett. Ma il mio vero e assoluto padre spirituale non è uno scrittore. È Woody Allen. Lo trovo geniale. Provaci ancora Sam lo cito in continuazione, come quando Sam/Woody deve prepararsi a fare nuovi incontri dopo il divorzio : “Era meglio se mi vedeva prima. Non mi va di andare ad un appuntamento con un ragazza che mi vede per la prima volta, se rimane delusa e si mette a ridere o a strillare?! Una volta una studentessa del Brooklyn College si affacciò alla porta, mi vide e svenne… ma era debole per la dieta dimagrante”.
Una frase che avrei potuto dire io!

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Woody Allen (scusate, lo so, sono ripetitiva).
Ma anche le sceneggiature di Hitchcock, Caccia al ladro, su tutte. I dialoghi tra Cary Grant (John Robie) e Grace Kelly (Frances Stevens) sono incredibili, moderni, sensuali, ironici: “Siete in Europa a comprarvi un marito?” chiede John Robie a Frances. “L’uomo che io voglio non ha prezzo” risponde lei in modo suadente. “Beh, questo mi elimina…”.
In generale la maggior parte dei film con Cary Grant hanno una sceneggiatura d’eccezione.
Penso a Sciarada di Stanley Donen. Il personaggio femminile è interpretato dalla magnifica Audrey Hepburn (Regina Lambert). Nella scena iniziale i due si incontrano per la prima volta in un rifugio in montagna ed immediatamente il dialogo è scoppiettante:
“Esiste un signor Lampert?” Chiede Cary Grant/Peter a una Regina bellissima e apparentemente indifferente. “Sì!” Risponde lei. “Congratulazioni!”. “Non c’è di che, sto per divorziare!”. E lui: “La prego, se è per me non lo faccia!”
Ecco, se riuscissi a scrivere dialoghi del genere, sarei la donna, anzi no, la scrittrice più felice del mondo!

Che tipo di humour prediligi?

Quello inglese. Anche Agatha Christie, suo malgrado, è ironica. Shakespeare lo è!

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Che fatica! La trama, la stesura, sono una passeggiata a confronto. Strappare una risata, genuina, senza usare un gergo volgare è la cosa più difficile al mondo. Fare piangere è più semplice e infatti mi domando sempre chi me lo ha fatto fare! Diciamo che la battuta viene, quando viene, di getto. Poi la limo, la taglio, la allungo, spesso la riscrivo completamente. Ma nasce spontanea e all’improvviso.
Magari non ha alcun collegamento con quello che sto scrivendo ma devo cogliere l’attimo e allora la scrivo lo stesso. Poi la sposto dove fa più effetto.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

“Truth is stranger than fiction” scriveva Mark Twain. E io sono d’accordo con lui. Non ho mai dovuto inventare granché, a dir la verità. Trovo tutto nella vita reale. I miei personaggi li incontro tutti i giorni. Quelli principali sono i miei migliori amici, poveretti loro. Negano, ovviamente, di avere determinate caratteristiche, ma alla fine si devono arrendere alla dura realtà.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Il senso dell’umorismo è vita! Aiuta a vivere meglio anche se non mi fa trovare un uomo, un compagno (loro odiano le donne ironiche, checché ne dicano). Se hai senso dell’umorismo non ti prendi sul serio e riesci persino a prendere le distanze da cose difficili e quindi ad affrontarle meglio.
È pur vero che io stessa, un uomo che si guarda troppo l’ombelico proprio non lo vorrei. Quindi alla fine, per citare Furio/Verdone: “Allora vedi che la cosa è reciproca?”

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Sai che non lo so? Io ce l’ho sempre avuto. Anche quando da bambina le compagne di classe mi bullizzavano (quelle più carine, ovviamente), io ci trovavo sempre un lato comico (in loro e in me).
Penso però che una volta che ce l’hai, puoi senz’altro migliorarlo, affinarlo, ecco.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Assolutamente no! Se fai ridere non fai neanche letteratura! Non sono mai stata invitata ai festival, infatti. In più sono una donna. Fossi stata un uomo sarebbe stato diverso, almeno ai festival mi avrebbero invitata!

Progetti futuri?

Tanti. Ora sono alle prese con una trilogia gialla. Ma sempre ironica eh!

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

 

 

Antonio Pascale è autore di numerosi libri tra cui La manutenzione degli affetti, Passa la bellezza, S’è fatta ora, tutti caratterizzati da un tono delicato, ironico, spesso malinconico. Il suo ultimo romanzo, Le attenuanti sentimentali, mescola alla perfezione intelligenza e humour.

Cosa leggi in genere?

Molti saggi, pochi romanzi, e libri per ragazzi. Dai saggi imparo molto, dai romanzi meno (più che altro è una questione di forma narrativa, a volte la trovo usurata) e dai libri per ragazzi una dose piacevole di ingenuità.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Troppi. Ne scelgo una, Alice Munro.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Un racconto, La signora con il cagnolino, Cechov.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

Due intellettuali veri, Aristofane e Mark Twain, le donne in assemblea e il diario di Adamo ed Eva, quest’ultimo credo, il più bel trattato, (direi definitivo) sulla genesi dei nostri sentimenti, non chi siamo ma come siamo arrivati fin qua.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Ecco appunto, non scrivo (almeno non abbastanza narrativa) o perché ho troppo modelli e non riesco a farli confluire tutti in un libro, e al contrario, tutti quelli che  esamino, per accidente o per scelta, in un particolare momento della vita, non mi piacciono.

 

Che tipo di humour prediligi?

In verità mi piace la comicità, stile Paperissima, altrimenti quel tipo di humour usato come difesa dalla morte, quello mi piace, l’importante è che sia diretta principalmente verso te stesso o verso i membri del tuo stesso club, insomma scompagini invece di impaginare certezze.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Dunque, alcune sono di derivazione casertana, cioè nascono dall’abitudine al bar e allo sfottò, alte, la maggioranza le indovino (se le indovino) costruendo delle storie (quando riesco a costruirle). Comunque il metodo è sempre lo stesso, un difetto, un tic, diventa motivo di gioco e quindi, si spera, di conoscenza.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Sì, sempre. Gli scrittori che si documentano sono bravi ma non li capisco, cioè non capisco come fanno (ed è questa la loro bravura) a documentarsi.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Dipende dalla paura della morte.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Dipende se coltivi la paura della morte.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Uhm,  non saprei, in genere vince il sarcasmo contro gli altri, che è un modo per giudicare i buoni e i cattivi e salvarsi  l’anima.

 

Progetti futuri?

Appunto, ho 50 anni, vado verso i 60, e in un attimo compirò ’80 anni, quindi dato lo scarso tempo a disposizione, mi piacerebbe non mollare.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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Posted in QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO

LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

 

 

Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io. Io, Frida Thomsen, e prima che la vecchiaia mi porti via, in quest’anno del signore 1878, voglio che questa mia testimonianza rimanga ai posteri. Per questo sto scrivendo queste mie ultime memorie, per far sì che le prossime generazioni sappiano del grande imbroglio a cui gli studiosi le stanno sottoponendo.

Io e Søren ci incontrammo per la prima volta nell’ottobre del 1820, alle scuole elementari. Lui era un ragazzino aitante, alto, con un voluminoso ciuffo in testa; io, una bambina adorabile. Fu amore a prima vista. Ricordo ancora come conversavamo, durante l’intervallo.

«Frida – mi diceva – sposami! Baciami! Fuggiamo insieme».

«Ma non posso, Søren: ho solo 7 anni!».

«È vero, è un po’ presto per fuggire: non potrei mantenerti. Allora sposami e baciami soltanto».

«È presto anche per sposarmi».

«E allora baciami, però: non puoi mica dir di no a tutte le mie proposte».

In questo modo otteneva un bacio tutte le mattine, mentre il severo preside luterano ci cercava per tutto il cortile della scuola.

Era così allegro, a quei tempi: non il musone che sarebbe diventato poi, quando si sarebbe fidanzato con Regine.

Il nostro rapporto era speciale. Ogni giorno mi scriveva una lettera d’amore, firmandosi “Il tuo Don Giovanni”. Certo, anche le mie amiche Signe, Astrid, Marie e Ida dicevano di ricevere identiche lettere firmate da un omonimo ammiratore segreto, ma di sicuro non era il mio Søren: lui era capace di scegliere una sola donna per volta.

Me lo aveva confessato candidamente dopo un’interrogazione di matematica: «Vedi, Frida – mi aveva spiegato, con quei suoi modi così affabili –, ogni femmina porta con sé due genitori che potrebbero diventare due suoceri, tre amiche del cuore che potrebbero diventare tre astiose megere, quattro nonni che non farebbero altro che chiedere continuamente nipotini, cinque dame di compagnia che poi bisognerebbe mantenere, come minimo sei cugine che vorrebbero di tanto in tanto venire in casa a farti visita e così via: stare con una donna è già di per sé abbastanza gravoso, sicché quale matto vorrebbe prendersene addirittura due?».

Io gli credevo, e non avevo motivo di non credergli.

So benissimo che c’è anche chi dice che quel libercolo uscito qui in Danimarca qualche tempo fa, Aut Aut, fosse stato scritto dal mio Søren sotto pseudonimo, e che quindi quel Diario del seduttore non fosse altro che il resoconto dettagliato delle tecniche di seduzione che era solito usare alle scuole elementari, ma il mondo è pieno di malelingue e non bisogna certo dare ascolto a tutte. Io il mio Søren lo conoscevo bene, e sono certissima che lui, un libraccio come Aut Aut, non l’avrebbe mai scritto.

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E poi, nel maggio del 1821, mi fece uno di quei regali che si possono fare solo alla donna della propria vita: mi rivelò il segreto della sua famiglia, un segreto che nessuno ha mai conosciuto e sul quale, a quanto mi dicono, dibattono oggigiorno i maggiori esperti della sua opera.

Ebbene sì, com’è ormai risaputo il mio Søren era convinto che sulla sua famiglia gravasse una maledizione. I suoi biografi hanno sostenuto le più fantasiose ipotesi sull’origine di questa spada di Damocle: c’è chi dice che il padre di Søren, Michael, da bambino avesse maledetto Dio e per questo si sarebbe attirato l’ira divina (ma chi lo dice, evidentemente, non conosce Gustav, l’ex stalliere della mia famiglia, che inveisce contro Dio dalla mattina alla sera ma ha sposato la donna più bella del paese e si dice abbia accumulato una fortuna, nascosta in una banca svizzera); altri, invece, sostengono che Michael – sempre lui! – abbia attirato l’ira divina non rispettando il lutto per la prima moglie, e seducendo la domestica Anne quand’era passato troppo poco tempo dall’arrivo della vedovanza (ma in questo caso, cosa dovrebbe accadere a quelli che seducono la cameriera quando la moglie è ancora viva?).

No, niente di tutto questo: fantasie, solo fantasie. La verità è un’altra, e Søren me la sussurrò all’orecchio mentre stavamo nascosti nel bagno delle bambine per sfuggire al rigido preside luterano: «Vedi, Frida – mi disse, con gli occhi languidi da danish lover –, su di me e sui miei parenti grava una pesantissima maledizione…».

«Oddio, Søren: quale?».

«Noi siamo tutti belli e maledetti! Il nostro destino è l’inferno, pupa; perché è meglio bruciare che spegnersi lentamente».

«Ohhh – sospirai, sciogliendomi tutta –. Ma io ti credevo così devoto, così cristiano».

«Eh, sai: bisogna un po’ adattarsi, di questi tempi. Mascherarsi, fingersi devoti quando si è tutt’altro. Il mondo è pieno di vecchi pietisti come mio padre, che non vedono di buon occhio noi giovani… non saprei come definirci. Dannati? Forse esistenzialisti? Che ne dici, ti piace? Noi giovani esistenzialisti».

«Fa molto “ragazzacci”».

«Sì, era l’effetto che volevo ottenere».

E poi mi baciò, ardentemente, su una guancia. Avvampai tutta.

D’altronde, l’ho già detto. Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io.

Ermanno Ferretti

 

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Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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INTERVISTA A CRISTIANO CAVINA

INTERVISTA A CRISTIANO CAVINA

 

 

Cristiano Cavina è l’autore di libri teneri e divertentissimi (tutti editi da Marcos Y Marcos) ambientati per lo più nel suo paese natale: Casola Valsenio in provincia di Ravenna. Poco amante dello studio, ha lavorato come muratore, portalettere e pizzaiolo, attività che svolge fieramente tutt’ora e di cui ha rivelato tutti i segreti nell’ultimo La pizza per autodidatti. Vincitore di diversi premi (dal Tondelli al Vigevano fino alla selezione Premio Strega 2009 con I frutti dimenticati), per la collana Contromano di Laterza, ha pubblicato Romagna mia, raccolta di pezzi ironici a sfondo autobiografico, come del resto tutta la sua opera.

Cosa leggi in genere?
Io leggo un po’ di tutto, anche saggistica o poesia, ma soprattutto romanzi. Un mucchio di romanzi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?
Beh, dipende. Da lettore, ci sono un sacco di grandi romanzieri anglosassoni che sono i miei autori preferiti, quelli che scrivono onestamente per intrattenerti, tipo Ken Follet o John Grisham. Ma poi dipende con chi sto parlando, perché i miei preferiti sono anche i sudamericani, più o meno tutti.
E sono i miei autori preferiti anche un paio di italiani ahimè scomparsi da tempo, che nessuno o quasi legge più, tipo Parise e Guareschi.
Senza dimenticare Fante e Soriano.
Sono tutti più o meno pari merito.
Se proprio devo nominarne qualcuno, tipo tre, allora dico Eduardo Galeano, Dumas padre e Stephen King. E Mark Twain.
E anche Ed Mcbain!

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?
Casa d’altri di Silvio D’Arzo. Oppure tutto Don Camillo. Oppure Tutto Soriano.

Lo scrittore umoristico preferito?
Credo che sia Mark Twain. Vabbè che la risposta giusta a tutte le domande sulla narrativa è sempre Mark Twain!

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?
Io credo che la mia voce, quella con cui scrivo le mie storie, sia un misto di autori che ho amato da ragazzo, Guareschi, Soriano, Twain, Fante, Parise; è impossibile elencarli tutti: è una miscela di tutto quello che ho amato leggere e anche di quello che ho ascoltato.

Che tipo di humour prediligi?
Non so, non credevo che esistessero tipi diversi di humour.
A me piace sia quello genuino alla Guareschi, quello stralunato alla Campanile, ma anche quello più raffinato alla Alan Bennet. Anche se per me, le pagine più ironiche della narrativa di tutti i tempi sono il capitolo sul combattimento dei galli ne Il Giorno della Locusta di West.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?
Mah, direi che è da quando sono bambino che dico cavolate o che ne ascolto: è un misto di memoria e improvvisazione.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?
I miei personaggi, nella maggior parte dei casi, si rifanno alle persone che ho visto e vedo continuamente intorno a me a Casola Valsenio, il mio paese. Cioè, sono proprio loro. Non mi sono nemmeno mai preso la briga di cambiargli il nome.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?
Se non sai riderci su, il nostro diventa un brutto mondo in cui campare.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?
Boh! Ma credo più la prima che la seconda. Credo sia più un’attitudine innata, o quantomeno assorbita fin da piccoli nell’ambiente in cui siamo cresciuti, magari anche sviluppata come antidoto a quanto ci circondava, che qualcosa che si può imparare un po’ alla volta come il latino. Non penso si possa apprendere da adulti.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?
Non so se in Italia c’è un genere umoristico. In Italia l’unico genere è il giallo, al massimo ci sono un mucchio di commissari o investigatori con il senso dell’umorismo.
Ci sono però ottimi scrittori umoristici ma non so dire se sono considerati o meno. Posso dire che li considero io. Penso a Morozzi, per esempio, o a Vitali.

Progetti futuri?
Io non ho mai progetti futuri. Io faccio tutto all’improvviso, a precipizio, con l’acqua alla gola. Non sono mica buono a progettare le cose. Se ero buono facevo l’ingegnere o l’architetto, mica il pizzaiolo.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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FATTI DI UN’ALTRA PASTA

FATTI DI UN’ALTRA PASTA

 

 

Suo fratello è di un’altra pasta
Sua moglie è di un’altra pasta
Suo cognato è di un’altra pasta.
Non faccio che pensare a frasi del genere davanti allo scaffale della pasta. Allora mentre scelgo tra i fusilli, le tagliatelle, le mezze penne e gli spaghetti, mi sento un nazista che separa una famiglia.
Oggi prendo mezzo chilo di sua sorella e un pacchetto da un chilo di suo zio.
La commessa mi guarda perplessa. Cacchio, fa rima…. L’addetta alle vendite mi guarda perplessa. Mai visto uno che sta dieci minuti a guardar le paste. Mi deve aver preso per matto.
E un po’ lo sono perché ho in mano uno schemino in excel con gli ultimi acquisti di carboidrati, per equilibrare l’uccisione delle linguine a quella farfalle. Si sa mai che bilanciare il genocidio favorisca il paradiso.
Di fianco a me c’è un uomo che fa la stessa cosa con gli alcolici. Prende un Franciacorta, lo gira, legge l’etichetta, poi guarda il prezzo e lo rimette a posto.
Un altro fa lo stesso coi formaggi. Ne prende un pezzo, lo guarda sopra e sotto, lo annusa senza farsi vedere. Con le creme per la pelle, poi, le usmate si sprecano. C’è una ragazza che le sta provando una a una, consumandosi il naso.
Sembriamo piccoli maniaci al supermercato. Ci penso, e scoppio a ridere.
La cassiera mi guarda come fossi Jack Torrance di Shining.
Wendy, honey, sono a casa….

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli, 27 anni, è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il Master in scrittura presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e Fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo. "Nemmeno le galline" (in uscita a settembre) è il suo primo romanzo.

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