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Posted in ALICE NELLE MERAVIGLIE, In evidenza

INTERVISTA A ENRICA TESIO

INTERVISTA A ENRICA TESIO

 

 

Copywriter di professione, Enrica Tesio, torinese, è una delle blogger più conosciute in rete grazie al suo blog Tiasmo, aperto nel 2013. Dal blog è nato il fortunatissimo libro pubblicato due anni dopo per Mondadori, La verità, vi spiego, sull’amore, un romanzo in cui racconta la sua vita con due figli dopo la separazione dal marito. Il libro, da poco, è diventato un film con Ambra Angiolini e Carolina Crescentini.

 

 Cosa leggi in genere?

Sono figlia di un professore universitario di lettere moderne, sono cresciuta con Pavese, Calvino, Fenoglio, Levi, Mastronardi, ma il vero piacere della lettura è arrivato con gli americani (Auster, Roth, Bellow… ho una piccola passione per gli ebrei evidentemente). Oggi leggo quello che mi consigliano pochi fidati amici e librai, se ho voglia di ridere opto per cose davvero brutte rigorosamente decantate ad alta voce. Una per tutte: Angeli e Demoni  nel passaggio in cui il Papa dice al camerlengo di essere suo padre e che sua madre era una suora, ma che comunque l’avevano procreato senza atto sessuale, in provetta. Se ci penso mi sganascio ancora ora. Anche solo perché camerlengo è una parola davvero comica.

 

 Quali sono i tuoi autori preferiti?

Non ho autori preferiti ma libri, un po’ come per la musica. Uomini e topi, Pastorale Americana, Lolita… per dire i primi tre che mi vengono in mente.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Più che un libro, una novella imperfetta: Il corpo di King, contenuta in Stagioni diverse (per intenderci la novella da cui è stato tratto il film Stand by me, ricordo di un’estate).

Lo scrittore umoristico preferito?

Non so se si possono considerare scrittori umoristici ma direi Landsdale e Vonnegut.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Non ho modelli. Da lettrice forte ho cominciato tardi con la scrittura proprio perché mi pareva ci fossero meravigliosi e incomparabili libri in giro. Alla fine bisogna far tacere il modello e seguire la propria voce.

 

Che tipo di humour prediligi?

Mi piace che si parli di umorismo e non di ironia o peggio di autoironia che sono termini abusati. L’ironia è un modo per sembrare fighi dicendo male di se stessi. Il senso dell’umorismo è meno autoreferenziale, mi piace quello graffiante, paradossale. Amo ridere. Com’è che diceva quel tizio: io non faccio l’amore, io scopo forte. Ecco io non sorrido, io rido forte.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Non sono una battutista e mal tollero i battutisti. Sono una copywriter, so scrivere un claim anche un claim divertente ma quello è mestiere. Mi piace il divertimento che cresce nel racconto, portare le persone a immaginarsi una determinata situazione, riderne insieme.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Nel blog sì, nei romanzi non sempre.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Ho teorizzato che il senso dell’umorismo sia come il gruppo sanguigno. Esistono gruppi diversi e si può essere riceventi o donatori, tra i riceventi ci sono quelli che capiscono il senso dell’umorismo ma non sono “attivi”, non fanno ridere insomma (mio padre), poi ci sono quelli che lo capiscono e ne fanno anche uso, i donatori appunto. Quando trovi una coppia ricettore-donatore, due persone che sanno ridere e farsi ridere delle stesso cose, beh lì c’è la meraviglia e la felicità. Io ho avuto spesso e volentieri questa fortuna.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Credo sia un’inclinazione naturale. Si può coltivare il senso del grottesco, forse.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia? 

No, per un periodo in Italia è stato considerato il battutismo di occasione e il comico noto. Mi pare sia finita anche quella fase.

 

Progetti futuri?

A settembre uscirà il mio nuovo romanzo per Bompiani e non fa ridere manco un po’. Ma mi rifarò con il prossimo.

 

 

Redazione

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Un mondo vario da regalare, condividere, amare.

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Posted in RASSEGNA STAMPA

La stampa su La ragazza di Scampia

La stampa su La ragazza di Scampia

 

«Questo romanzo narra della controversa rivincita della menzogna letteraria sullo strapotere della cronaca: Francesco Mari, al suo felicissimo esordio, inventa un protagonista grottesco, circondato da comici comprimari, a cavallo fra Gogol, i fratelli Coen e Patricia Higsmith, riuscendo nella non facile impresa di capovolgere con stile graffiante i troppi luoghi comuni dell’oleografia nera napoletana post-gomorra».
Antonella Cilento

 

 

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 “Altro che il vero. È lo spruzzo di realtà, specie se criminale, che scala le classifiche e diventa bestseller. Ecco la messinscena che Francesco Mari fa a pezzettini con il suo romanzo d’esordio, prendendosi gioco dei prodigi dello storytelling camorristico nazionale, dove la scena di Napoli è sempre acchittata per compiacere l’occhio di chi guarda, desideroso di confermarsi nell’idea che i napoletani abitano in un noir a cielo aperto”

Nicola Mirenzi, Il Giornale

 

 

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“Con il suo romanzo d’esordio, il napoletano Francesco Mari irride i luoghi comuni della Napoli criminale e il disagio venduto come una cartolina.”

Pier Luigi Razzano, Il Venerdì

 

 

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Redazione

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IL FIGLIO DI ROUSSEAU

IL FIGLIO DI ROUSSEAU

 

 

Nonostante io sia stato un misero orfanello, la mia vita è stata sempre contrassegnata dall’incontro con alcune importanti personalità del mondo delle lettere e del pensiero. Incontri di cui per la verità io non ero neppure consapevole, all’epoca, ma che solo ora, giunto a tarda età, so valutare in maniera appropriata.

 

Ad esempio, qualche mese fa ho conosciuto un giovane giornalista inglese, Charles qualcosa, che ha voluto sapere tutto della mia vita. Gliela ho raccontata, durante una lunga cena in una locanda dei sobborghi della capitale, e – come ho scoperto proprio in questi giorni – lui, irriconoscente, la sta usando per costruirci sopra un intero romanzo, con un ragazzino britannico al mio posto; l’unico omaggio che mi ha fatto è quello di mantenere il mio nome nel protagonista, ma per il resto non spiega in alcun modo l’origine del suo racconto.

 

D’altro canto, non so biasimarlo per questo: la mia vita è stata effettivamente colma d’avventure, e io stesso avrei dovuto scriverci sopra un romanzo, se solo ne avessi avuto il tempo e la voglia. Le capacità letterarie, quelle di certo non mi mancavano: le avevo ereditate in toto da mio padre, l’altra grande personalità letteraria con cui – purtroppo solo indirettamente – ho avuto a che fare.

 

Mi chiamo Oliver e sono cresciuto in un orfanotrofio, a Parigi. I miei genitori mi avevano abbandonato perché incapaci, a sentir loro, di mantenermi; lo stesso comportamento l’avevano avuto coi quattro fratelli che mi avevano preceduto, e che di conseguenza non ho mai potuto conoscere: come saprete, i documenti che segnalano l’origine e le parentele di un bambino abbandonato sono secretati, e non è possibile attingere ad essi se non in circostanze molto particolari.

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Nonostante non sapessi chi fossero mio padre e mia madre, sentivo forte dentro di me l’impulso alla rivolta, come se in qualche modo il sangue che mi scorreva nelle vene provenisse da un qualche grande rivoluzionario. Ad esempio, un giorno – avrò avuto sette o otto anni – decisi di farmi coraggio e di protestare apertamente contro il modo in cui veniva condotto l’orfanotrofio in cui stavo crescendo: «L’orfano è nato libero – urlai, nel bel mezzo del refettorio, dopo una razione di sbobba a mio modo di vedere ampiamente insufficiente – ma ovunque è in catene!». Mi espulsero quel giorno stesso e dovetti cercarmi un lavoro. Per essere un provetto rivoluzionario, non fu un grande inizio.

 

Per un po’ lavorai come spazzacamino, poi come becchino. «Quanto meglio stava l’uomo primitivo – confidavo spesso ai miei compagni di sventura, gli altri ragazzi che erano costretti a lavorare, come me, in quelle imprese luride e di infimo livello – che poteva soddisfare da sé tutti i propri bisogni. Oggi, invece, con questa divisione del lavoro…». Appena sentivano questi miei discorsi, i padroni mi licenziavano e dovevo trasferirmi, ma di sicuro non rinunciavo a farli: era più forte di me, come se ce l’avessi scritto dentro.

 

Ad un certo punto mi ritrovai, a Parigi, invischiato in alcuni affari poco chiari, condotti da un ladro di professione che utilizzava noi giovani ragazzi senza famiglia per derubare gli ignari signori che passeggiavano per la città. Visto che non ero bravo a rubare, mi utilizzavano principalmente per fare il palo; in pratica, dovevo distrarre i signori con discorsi sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini, o sulla bontà naturale dell’uomo, o sui metodi migliori per educare un bambino, cosa che per la verità mi riusciva piuttosto bene; nel frattempo, un complice provvedeva a sgraffignare il portafoglio dell’ignaro borghese, intorpidito dai miei discorsi.

 

Fu solo qualche anno dopo che ricevetti la visita di un marchese, tale René-Louis de Girardin, un uomo magro e allampanato che di mestiere faceva l’architetto. Egli mi confessò d’avermi cercato a lungo, corrompendo il personale dell’orfanotrofio: voleva, infatti, ritrovare i cinque figli di un suo caro amico, il noto filosofo Jean-Jacques Rousseau, morto qualche anno prima. Dei cinque, era riuscito a risalire alle generalità di uno solo dei figli: e quell’uno ero io! Oliver il trovatello diventava all’improvviso Oliver Rousseau.

 

Quando però si avvide di come vivevo e di come mi guadagnavo il pane, il marchese rimase abbastanza inorridito. «Non possiamo certo rovinare la reputazione di tuo padre facendo sapere in giro che suo figlio è diventato un delinquente. Figurati: nessuno vorrebbe più leggere l’Emilio, se una notizia del genere prendesse piede». «Certo che no», dissi io, che all’epoca non avevo la minima idea di che cosa avesse mai parlato mio padre, né di cosa avesse scritto. «E dunque, ragazzo, – mi disse il nobile – prendi questo denaro e trasferisciti lontano da qui, in Inghilterra, magari sotto falso nome. Ti manderò una pensione con cui mantenerti». «Falso nome? Sì, ma quale?». «Oh, scegli liberamente. Mi sembra che tu in questi anni sia stato bravo a cavartela, a contorcerti, a girare più volte su te stesso. Scopri come si dice in inglese questa cosa, e rendilo il tuo cognome».

 

E da allora vivo qui, a Londra, nascondendo la mia parentela col grande Rousseau, sotto il nome di Oliver Twist.

 

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

 

 

Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io. Io, Frida Thomsen, e prima che la vecchiaia mi porti via, in quest’anno del signore 1878, voglio che questa mia testimonianza rimanga ai posteri. Per questo sto scrivendo queste mie ultime memorie, per far sì che le prossime generazioni sappiano del grande imbroglio a cui gli studiosi le stanno sottoponendo.

Io e Søren ci incontrammo per la prima volta nell’ottobre del 1820, alle scuole elementari. Lui era un ragazzino aitante, alto, con un voluminoso ciuffo in testa; io, una bambina adorabile. Fu amore a prima vista. Ricordo ancora come conversavamo, durante l’intervallo.

«Frida – mi diceva – sposami! Baciami! Fuggiamo insieme».

«Ma non posso, Søren: ho solo 7 anni!».

«È vero, è un po’ presto per fuggire: non potrei mantenerti. Allora sposami e baciami soltanto».

«È presto anche per sposarmi».

«E allora baciami, però: non puoi mica dir di no a tutte le mie proposte».

In questo modo otteneva un bacio tutte le mattine, mentre il severo preside luterano ci cercava per tutto il cortile della scuola.

Era così allegro, a quei tempi: non il musone che sarebbe diventato poi, quando si sarebbe fidanzato con Regine.

Il nostro rapporto era speciale. Ogni giorno mi scriveva una lettera d’amore, firmandosi “Il tuo Don Giovanni”. Certo, anche le mie amiche Signe, Astrid, Marie e Ida dicevano di ricevere identiche lettere firmate da un omonimo ammiratore segreto, ma di sicuro non era il mio Søren: lui era capace di scegliere una sola donna per volta.

Me lo aveva confessato candidamente dopo un’interrogazione di matematica: «Vedi, Frida – mi aveva spiegato, con quei suoi modi così affabili –, ogni femmina porta con sé due genitori che potrebbero diventare due suoceri, tre amiche del cuore che potrebbero diventare tre astiose megere, quattro nonni che non farebbero altro che chiedere continuamente nipotini, cinque dame di compagnia che poi bisognerebbe mantenere, come minimo sei cugine che vorrebbero di tanto in tanto venire in casa a farti visita e così via: stare con una donna è già di per sé abbastanza gravoso, sicché quale matto vorrebbe prendersene addirittura due?».

Io gli credevo, e non avevo motivo di non credergli.

So benissimo che c’è anche chi dice che quel libercolo uscito qui in Danimarca qualche tempo fa, Aut Aut, fosse stato scritto dal mio Søren sotto pseudonimo, e che quindi quel Diario del seduttore non fosse altro che il resoconto dettagliato delle tecniche di seduzione che era solito usare alle scuole elementari, ma il mondo è pieno di malelingue e non bisogna certo dare ascolto a tutte. Io il mio Søren lo conoscevo bene, e sono certissima che lui, un libraccio come Aut Aut, non l’avrebbe mai scritto.

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E poi, nel maggio del 1821, mi fece uno di quei regali che si possono fare solo alla donna della propria vita: mi rivelò il segreto della sua famiglia, un segreto che nessuno ha mai conosciuto e sul quale, a quanto mi dicono, dibattono oggigiorno i maggiori esperti della sua opera.

Ebbene sì, com’è ormai risaputo il mio Søren era convinto che sulla sua famiglia gravasse una maledizione. I suoi biografi hanno sostenuto le più fantasiose ipotesi sull’origine di questa spada di Damocle: c’è chi dice che il padre di Søren, Michael, da bambino avesse maledetto Dio e per questo si sarebbe attirato l’ira divina (ma chi lo dice, evidentemente, non conosce Gustav, l’ex stalliere della mia famiglia, che inveisce contro Dio dalla mattina alla sera ma ha sposato la donna più bella del paese e si dice abbia accumulato una fortuna, nascosta in una banca svizzera); altri, invece, sostengono che Michael – sempre lui! – abbia attirato l’ira divina non rispettando il lutto per la prima moglie, e seducendo la domestica Anne quand’era passato troppo poco tempo dall’arrivo della vedovanza (ma in questo caso, cosa dovrebbe accadere a quelli che seducono la cameriera quando la moglie è ancora viva?).

No, niente di tutto questo: fantasie, solo fantasie. La verità è un’altra, e Søren me la sussurrò all’orecchio mentre stavamo nascosti nel bagno delle bambine per sfuggire al rigido preside luterano: «Vedi, Frida – mi disse, con gli occhi languidi da danish lover –, su di me e sui miei parenti grava una pesantissima maledizione…».

«Oddio, Søren: quale?».

«Noi siamo tutti belli e maledetti! Il nostro destino è l’inferno, pupa; perché è meglio bruciare che spegnersi lentamente».

«Ohhh – sospirai, sciogliendomi tutta –. Ma io ti credevo così devoto, così cristiano».

«Eh, sai: bisogna un po’ adattarsi, di questi tempi. Mascherarsi, fingersi devoti quando si è tutt’altro. Il mondo è pieno di vecchi pietisti come mio padre, che non vedono di buon occhio noi giovani… non saprei come definirci. Dannati? Forse esistenzialisti? Che ne dici, ti piace? Noi giovani esistenzialisti».

«Fa molto “ragazzacci”».

«Sì, era l’effetto che volevo ottenere».

E poi mi baciò, ardentemente, su una guancia. Avvampai tutta.

D’altronde, l’ho già detto. Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io.

Ermanno Ferretti

 

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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IL MIOPE DI SPINOZA

IL MIOPE DI SPINOZA

Toc toc.

«Sì?».

«Cercavo il signor Van Der Meer».

«Non sono io. Dovete aver sbagliato porta».

«Siete sicuro? Perché mi hanno detto di venire al numero 7 di questa strada».

«Questo è il numero 37. Il 7 credo sia là in fondo».

«Dove?».

«Là. Vedete?».

«No, a dire il vero non vedo molto. Non è che potreste accompagnarmi fino al 37?».

«Il 37 è questo. Voi dovete andare al 7. E comunque avrei da fare».

«Siete un fioraio?».

«No. Perché?».

«Ho visto adesso il nome sulla porta: Spinoso. Dovrete avere a che fare con le rose, per un soprannome del genere».

«Non Spinoso; Spinoza. È il mio nome».

«Ah, Spinoza… Mi suona familiare, ma non mi pare un nome delle nostre parti. Da dove venite? Rotterdam?».

«I miei genitori venivano dal Portogallo».

«Oh, il Portogallo. Bella terra. E cosa vi ha portati qui in Olanda?».

«Veramente avrei da fare, signore. Guardate: se proseguite dritto per la strada arrivate senza problemi al numero 7».

«Oh, ma non ho fretta, caro Spinoso. E poi, mi perderei».

«Spinoza».

«Spinoza».

«D’accordo, allora. Accomodatevi. Sedete lì. Devo finire un lavoro, poi potrò accompagnarvi».

«Che lavoro fate? Fioraio? Perché ho visto il vostro soprannome scritto sulla porta e…».

«Mi prendete in giro?».

«Chi? Io?».

«Voi».

«No. Perché dovrei? Neppure vi conosco».

«Uhm. Comunque, faccio il tornitore di lenti».

«Lenti? Uh, capitate a fagiolo, allora. Siete ottico?».

«Una specie».

«Siete sicuro di non chiamarvi Van Der Meer? Perché mi hanno detto che Van Der Meer è proprio un bravo ottico».

«Sì, sono sicuro di non chiamarmi così. Mi chiamo Spinoza, Baruch Spinoza».

«Eppure il vostro nome non mi suona nuovo. Siete bravo nel vostro lavoro? Siete famoso?».

«Sicuramente sono più bravo di quello che vi ha venduto le lenti che portate ora: mi sembrate cieco come una talpa».

«Eh, lo so. Anche quella volta che mi hanno fatto questi occhiali stavo cercando Van Der Meer, ma sono finito in casa di un certo Janssen o qualcosa del genere. Me le ha fatte lui, queste lenti. Non sono nemmeno sicuro che fosse un ottico: aveva scritto Spinoso anche lui, sulla porta».

«Spinoso?».

«Sì, ma lui aveva anche delle rose nello studio. Nel vostro non ne vedo. Anche se magari ci potrebbero essere: non vedo granché».

«No, non ci sono rose. Solo libri e lenti».

«Libri e lenti? Fate gli occhiali e poi li fate provare subito ai presbiti?».

«No, i libri sono lì per me. Studio e scrivo».

«Trattati di ottica?».

«No, per carità. Altre cose».

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«Io leggo molto, ma francamente non ricordo libri scritti da Van Der Meer».

«Ma io non mi chiamo Van Der Meer, porca di quella…».

«Uh, va bene, va bene. Non siete Van Der Meer. L’ho capito. Avete ragione, ho pure letto il vostro nome sulla porta. Janssen!».

«Spinoza».

«Ah, già. Spinoza. Portoghese. Ecco perché mi suonava familiare, allora: devo aver letto qualche vostro libro. Su, ditemi qualche titolo».

«Ho scritto qualcosa su Cartesio».

«Ah, Cartesio. Già, gran pensatore. Ma non credo d’aver letto roba vostra su Cartesio. Su, qualche altro titolo».

«Gli altri li ho pubblicati anonimamente. Non c’è il mio nome scritto sopra».

«E perché no?».

«Perché non voglio finire nei guai».

«Uh, per un libro, che sarà mai? Chi volete che li legga, i libri, oggigiorno?».

«Li legge sempre la gente sbagliata».

«Be’, suvvia, ditemi il titolo del libro anonimo. Cos’era, un libro in cui deridevate un qualche Statolder?».

«No, peggio».

«Peggio? Sarà mica…».

«Sì, quello».

«Parlavate di cose sconce? Guardate che ne ho letti, di libri così, ai miei tempi… È così che sono diventato quasi cieco».

«No, che avete capito? Niente cose sconce. Ho detto “peggio”, ma peggio per davvero».

«E cosa volete che ci sia di peggio delle cose sconce, a questo mondo?».

«La religione».

«Ah, mamma. Ma allora siete anche un poco fesso, scusate. Non lo sapete che di religione è sempre meglio non parlare? Che il mondo là fuori è fatto di vari tipi di miopi, soprattutto quando si parla di religione?».

«Oh, lo so bene».

«E poi non dovreste raccontarmi queste cose. Perché, vedete: io sono un pubblico ufficiale. Ora che so che avete pubblicato delle opere contro la religione, sono tenuto a far rapporto. Fossero state cose sconce, avrei potuto sorvolare, in cambio magari di una copia, di una sbirciatina, ma così no. Non posso rischiare. Prima o poi si saprà che sono stato nel vostro studio, e devo denunciarvi prima che denuncino me. Non avete nulla da dire?».

«Che volete che dica? Ormai sono abituato a tali accuse».

«Ebbene, accompagnatemi fuori. Da lì saprò trovare la strada per il mio ufficio. E aspettatevi presto una visita delle guardie pubbliche. Ripetetemi solo il numero civico di casa vostra, ché al momento non lo ricordo».

«Il… il 7».

«Bene. Arrivederci, signor Van Der Meer».

«Arrivederci, signore».

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

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