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Posted in In evidenza, QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO, Ultimi Articoli

IL FIGLIO DI ROUSSEAU

IL FIGLIO DI ROUSSEAU

 

 

Nonostante io sia stato un misero orfanello, la mia vita è stata sempre contrassegnata dall’incontro con alcune importanti personalità del mondo delle lettere e del pensiero. Incontri di cui per la verità io non ero neppure consapevole, all’epoca, ma che solo ora, giunto a tarda età, so valutare in maniera appropriata.

 

Ad esempio, qualche mese fa ho conosciuto un giovane giornalista inglese, Charles qualcosa, che ha voluto sapere tutto della mia vita. Gliela ho raccontata, durante una lunga cena in una locanda dei sobborghi della capitale, e – come ho scoperto proprio in questi giorni – lui, irriconoscente, la sta usando per costruirci sopra un intero romanzo, con un ragazzino britannico al mio posto; l’unico omaggio che mi ha fatto è quello di mantenere il mio nome nel protagonista, ma per il resto non spiega in alcun modo l’origine del suo racconto.

 

D’altro canto, non so biasimarlo per questo: la mia vita è stata effettivamente colma d’avventure, e io stesso avrei dovuto scriverci sopra un romanzo, se solo ne avessi avuto il tempo e la voglia. Le capacità letterarie, quelle di certo non mi mancavano: le avevo ereditate in toto da mio padre, l’altra grande personalità letteraria con cui – purtroppo solo indirettamente – ho avuto a che fare.

 

Mi chiamo Oliver e sono cresciuto in un orfanotrofio, a Parigi. I miei genitori mi avevano abbandonato perché incapaci, a sentir loro, di mantenermi; lo stesso comportamento l’avevano avuto coi quattro fratelli che mi avevano preceduto, e che di conseguenza non ho mai potuto conoscere: come saprete, i documenti che segnalano l’origine e le parentele di un bambino abbandonato sono secretati, e non è possibile attingere ad essi se non in circostanze molto particolari.

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Nonostante non sapessi chi fossero mio padre e mia madre, sentivo forte dentro di me l’impulso alla rivolta, come se in qualche modo il sangue che mi scorreva nelle vene provenisse da un qualche grande rivoluzionario. Ad esempio, un giorno – avrò avuto sette o otto anni – decisi di farmi coraggio e di protestare apertamente contro il modo in cui veniva condotto l’orfanotrofio in cui stavo crescendo: «L’orfano è nato libero – urlai, nel bel mezzo del refettorio, dopo una razione di sbobba a mio modo di vedere ampiamente insufficiente – ma ovunque è in catene!». Mi espulsero quel giorno stesso e dovetti cercarmi un lavoro. Per essere un provetto rivoluzionario, non fu un grande inizio.

 

Per un po’ lavorai come spazzacamino, poi come becchino. «Quanto meglio stava l’uomo primitivo – confidavo spesso ai miei compagni di sventura, gli altri ragazzi che erano costretti a lavorare, come me, in quelle imprese luride e di infimo livello – che poteva soddisfare da sé tutti i propri bisogni. Oggi, invece, con questa divisione del lavoro…». Appena sentivano questi miei discorsi, i padroni mi licenziavano e dovevo trasferirmi, ma di sicuro non rinunciavo a farli: era più forte di me, come se ce l’avessi scritto dentro.

 

Ad un certo punto mi ritrovai, a Parigi, invischiato in alcuni affari poco chiari, condotti da un ladro di professione che utilizzava noi giovani ragazzi senza famiglia per derubare gli ignari signori che passeggiavano per la città. Visto che non ero bravo a rubare, mi utilizzavano principalmente per fare il palo; in pratica, dovevo distrarre i signori con discorsi sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini, o sulla bontà naturale dell’uomo, o sui metodi migliori per educare un bambino, cosa che per la verità mi riusciva piuttosto bene; nel frattempo, un complice provvedeva a sgraffignare il portafoglio dell’ignaro borghese, intorpidito dai miei discorsi.

 

Fu solo qualche anno dopo che ricevetti la visita di un marchese, tale René-Louis de Girardin, un uomo magro e allampanato che di mestiere faceva l’architetto. Egli mi confessò d’avermi cercato a lungo, corrompendo il personale dell’orfanotrofio: voleva, infatti, ritrovare i cinque figli di un suo caro amico, il noto filosofo Jean-Jacques Rousseau, morto qualche anno prima. Dei cinque, era riuscito a risalire alle generalità di uno solo dei figli: e quell’uno ero io! Oliver il trovatello diventava all’improvviso Oliver Rousseau.

 

Quando però si avvide di come vivevo e di come mi guadagnavo il pane, il marchese rimase abbastanza inorridito. «Non possiamo certo rovinare la reputazione di tuo padre facendo sapere in giro che suo figlio è diventato un delinquente. Figurati: nessuno vorrebbe più leggere l’Emilio, se una notizia del genere prendesse piede». «Certo che no», dissi io, che all’epoca non avevo la minima idea di che cosa avesse mai parlato mio padre, né di cosa avesse scritto. «E dunque, ragazzo, – mi disse il nobile – prendi questo denaro e trasferisciti lontano da qui, in Inghilterra, magari sotto falso nome. Ti manderò una pensione con cui mantenerti». «Falso nome? Sì, ma quale?». «Oh, scegli liberamente. Mi sembra che tu in questi anni sia stato bravo a cavartela, a contorcerti, a girare più volte su te stesso. Scopri come si dice in inglese questa cosa, e rendilo il tuo cognome».

 

E da allora vivo qui, a Londra, nascondendo la mia parentela col grande Rousseau, sotto il nome di Oliver Twist.

 

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

 

 

Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io. Io, Frida Thomsen, e prima che la vecchiaia mi porti via, in quest’anno del signore 1878, voglio che questa mia testimonianza rimanga ai posteri. Per questo sto scrivendo queste mie ultime memorie, per far sì che le prossime generazioni sappiano del grande imbroglio a cui gli studiosi le stanno sottoponendo.

Io e Søren ci incontrammo per la prima volta nell’ottobre del 1820, alle scuole elementari. Lui era un ragazzino aitante, alto, con un voluminoso ciuffo in testa; io, una bambina adorabile. Fu amore a prima vista. Ricordo ancora come conversavamo, durante l’intervallo.

«Frida – mi diceva – sposami! Baciami! Fuggiamo insieme».

«Ma non posso, Søren: ho solo 7 anni!».

«È vero, è un po’ presto per fuggire: non potrei mantenerti. Allora sposami e baciami soltanto».

«È presto anche per sposarmi».

«E allora baciami, però: non puoi mica dir di no a tutte le mie proposte».

In questo modo otteneva un bacio tutte le mattine, mentre il severo preside luterano ci cercava per tutto il cortile della scuola.

Era così allegro, a quei tempi: non il musone che sarebbe diventato poi, quando si sarebbe fidanzato con Regine.

Il nostro rapporto era speciale. Ogni giorno mi scriveva una lettera d’amore, firmandosi “Il tuo Don Giovanni”. Certo, anche le mie amiche Signe, Astrid, Marie e Ida dicevano di ricevere identiche lettere firmate da un omonimo ammiratore segreto, ma di sicuro non era il mio Søren: lui era capace di scegliere una sola donna per volta.

Me lo aveva confessato candidamente dopo un’interrogazione di matematica: «Vedi, Frida – mi aveva spiegato, con quei suoi modi così affabili –, ogni femmina porta con sé due genitori che potrebbero diventare due suoceri, tre amiche del cuore che potrebbero diventare tre astiose megere, quattro nonni che non farebbero altro che chiedere continuamente nipotini, cinque dame di compagnia che poi bisognerebbe mantenere, come minimo sei cugine che vorrebbero di tanto in tanto venire in casa a farti visita e così via: stare con una donna è già di per sé abbastanza gravoso, sicché quale matto vorrebbe prendersene addirittura due?».

Io gli credevo, e non avevo motivo di non credergli.

So benissimo che c’è anche chi dice che quel libercolo uscito qui in Danimarca qualche tempo fa, Aut Aut, fosse stato scritto dal mio Søren sotto pseudonimo, e che quindi quel Diario del seduttore non fosse altro che il resoconto dettagliato delle tecniche di seduzione che era solito usare alle scuole elementari, ma il mondo è pieno di malelingue e non bisogna certo dare ascolto a tutte. Io il mio Søren lo conoscevo bene, e sono certissima che lui, un libraccio come Aut Aut, non l’avrebbe mai scritto.

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E poi, nel maggio del 1821, mi fece uno di quei regali che si possono fare solo alla donna della propria vita: mi rivelò il segreto della sua famiglia, un segreto che nessuno ha mai conosciuto e sul quale, a quanto mi dicono, dibattono oggigiorno i maggiori esperti della sua opera.

Ebbene sì, com’è ormai risaputo il mio Søren era convinto che sulla sua famiglia gravasse una maledizione. I suoi biografi hanno sostenuto le più fantasiose ipotesi sull’origine di questa spada di Damocle: c’è chi dice che il padre di Søren, Michael, da bambino avesse maledetto Dio e per questo si sarebbe attirato l’ira divina (ma chi lo dice, evidentemente, non conosce Gustav, l’ex stalliere della mia famiglia, che inveisce contro Dio dalla mattina alla sera ma ha sposato la donna più bella del paese e si dice abbia accumulato una fortuna, nascosta in una banca svizzera); altri, invece, sostengono che Michael – sempre lui! – abbia attirato l’ira divina non rispettando il lutto per la prima moglie, e seducendo la domestica Anne quand’era passato troppo poco tempo dall’arrivo della vedovanza (ma in questo caso, cosa dovrebbe accadere a quelli che seducono la cameriera quando la moglie è ancora viva?).

No, niente di tutto questo: fantasie, solo fantasie. La verità è un’altra, e Søren me la sussurrò all’orecchio mentre stavamo nascosti nel bagno delle bambine per sfuggire al rigido preside luterano: «Vedi, Frida – mi disse, con gli occhi languidi da danish lover –, su di me e sui miei parenti grava una pesantissima maledizione…».

«Oddio, Søren: quale?».

«Noi siamo tutti belli e maledetti! Il nostro destino è l’inferno, pupa; perché è meglio bruciare che spegnersi lentamente».

«Ohhh – sospirai, sciogliendomi tutta –. Ma io ti credevo così devoto, così cristiano».

«Eh, sai: bisogna un po’ adattarsi, di questi tempi. Mascherarsi, fingersi devoti quando si è tutt’altro. Il mondo è pieno di vecchi pietisti come mio padre, che non vedono di buon occhio noi giovani… non saprei come definirci. Dannati? Forse esistenzialisti? Che ne dici, ti piace? Noi giovani esistenzialisti».

«Fa molto “ragazzacci”».

«Sì, era l’effetto che volevo ottenere».

E poi mi baciò, ardentemente, su una guancia. Avvampai tutta.

D’altronde, l’ho già detto. Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io.

Ermanno Ferretti

 

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Ermanno Ferretti

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L’ALTRO ALLIEVO DI ARISTOTELE

L’ALTRO ALLIEVO DI ARISTOTELE

 

 

Non sono nato fortunato. E quando non nasci fortunato, non c’è nulla da fare: la sorte non te la puoi inventare, non la puoi decidere. Quella che ti capita, ti capita.

Ad esempio, ho un fratello gemello. Si chiama Creonte, come il famoso re di Tebe. Siamo gemelli identici, eppure mia madre ha sempre detto che lui è più carino di me.

«Ma perché, mamma? Cosa abbiamo di diverso?», le chiedevo, ingenuo, da bambino.

«Non lo so, è più una sensazione…», mi rispondeva.

Così io le tendevo degli agguati: dicevo che uscivo, che andavo all’agorà e qualche minuto dopo mi presentavo da lei, spacciandomi per Creonte, sicuro che così mi avrebbe trovato finalmente bello.

«Ma cos’hai, oggi, figlio mio?», mi diceva, appena mi vedeva.

«Io? Niente, mamma. Sto benissimo, mi sento anche più in forma del solito. Non vedi come sono carino, oggi?».

«Carino? Ma se sei una schifezza! Sembri quasi tuo fratello! Tornatene a letto, riposati un po’, su!».

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Anche quando fu ora di mandarci a scuola, da un maestro, a me toccò la sorte peggiore. Per Creonte i miei genitori trovarono un maestro proveniente dalla Ionia, un eracliteo, che lavorava come precettore solamente per lui; per me invece decisero di non sborsare il denaro per un maestro esclusivo, e cercarono di infilarmi nel tempo libero di qualche filosofo che già insegnava ad altri.

Alla fine mi affibbiarono a questo tizio, un filosofo piuttosto strano. Pensate, viene da Stagira: ma chi cavolo è mai venuto da Stagira? Nemmeno pensavo sapessero scrivere, a Stagira.

 

Si chiama Aristotele, e quando lo conobbi insegnava a Mitilene, sull’isola di Lesbo. Mi trasferii armi e bagagli da lui, pronto ad essere educato nei ritagli di tempo: di mattina, infatti, il mio maestro teneva lezioni per i molti allievi della sua scuola che, non avendo nulla da fare a Lesbo, si presentavano puntuali alla sua porta; al pomeriggio un po’ riposava e un po’ seguiva alcuni esperimenti di zoologia che aveva impiantato sull’isola; prima di cena, quasi di sfuggita, si ricordava di me («Oh, già, ci sei pure tu») e mi rifilava qualche massima a buon mercato, raccomandandomi di studiare i suoi libri, dove avrei trovato tutto quello che mi serviva.

 

La situazione è peggiorata quando, ad un certo punto, si è presentato alla porta della sua scuola un messo proveniente dalla Macedonia. Ora, quando stai facendo da precettore ad un allievo – tra l’altro a mezzo servizio, come capitava a me – la buona educazione ti impone di non accettare altri lavori; un medico, mentre cerca di salvare la vita a un paziente, mica si fa portare nello studio uno malato di raffreddore, no? E allora perché io dovevo finire per dividere i servigi del mio maestro con un altro?

 

E comunque il messo portava un incarico per il mio maestro e Aristotele, manco a dirlo, lo accettò subito.

«Mio caro allievo, domani partiamo per Pella», mi spiegò, quando ancora non sapevo nulla di tutta la faccenda.

«Un viaggio d’istruzione? Che bello! Non mi porti mai da nessuna parte, maestro».

«No, non un viaggio d’istruzione. Ci trasferiamo là».

«A Pella?».

«Sì. È la capitale dei macedoni. Lo sai, no? O forse no, in effetti: geografia non l’abbiamo ancora fatta, giusto?».

«Siamo fermi alla filosofia prima, maestro. L’essere come categorie, anche se io non c’ho ancora capito niente».

«Fa niente, caro mio. Lascia perdere la filosofia prima: andiamo a vedere dove si decidono le sorti del mondo».

«A Pella?».

«Sì. Diventerò maestro di Alessandro, il figlio di Filippo II».

«Ah. Un re, dunque?».

«Un principe, un futuro sovrano. Pensa, potrò influenzarlo nelle sue decisioni, nelle sue idee politiche. Platone avrebbe dato tranquillamente un braccio per un’opportunità del genere».

«Sì, ma io?».

«Tu cosa?».

«No, dico: i miei genitori hanno pagato per la mia istruzione».

«Capirai, per quei quattro soldi che mi hanno dato…».

«Oh, insomma – sbottai, probabilmente arrossendo –, sempre quattro soldi sono. Io ho diritto ad un’istruzione».

«È giusto. Ti porto con me: quando non dovrò occuparmi di Alessandro, mi occuperò di te».

«Cioè quando?».

«Be’, Alessandro dovrà pur andare alla latrina, di tanto in tanto».

 

E così da due anni vivo alla corte dei macedoni, questi barbari che programmano di conquistare la Grecia e la Persia, indifferentemente.

Sono trattato tutto sommato piuttosto bene, ma soffro dello stesso destino che mi ha accompagnato tutta la vita. Prendete Alessandro: non è certo bello, è tozzo, con gli occhi di due colori diversi, e senza barba; eppure io, per tutti, sono il meno carino dei due.

«Ma perché? – chiedo ogni volta – Cos’ha lui che io non ho?».

«Non lo so, è più una sensazione…», mi rispondono tutti.

Quando non nasci fortunato, non c’è nulla da fare.

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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IL MIOPE DI SPINOZA

IL MIOPE DI SPINOZA

Toc toc.

«Sì?».

«Cercavo il signor Van Der Meer».

«Non sono io. Dovete aver sbagliato porta».

«Siete sicuro? Perché mi hanno detto di venire al numero 7 di questa strada».

«Questo è il numero 37. Il 7 credo sia là in fondo».

«Dove?».

«Là. Vedete?».

«No, a dire il vero non vedo molto. Non è che potreste accompagnarmi fino al 37?».

«Il 37 è questo. Voi dovete andare al 7. E comunque avrei da fare».

«Siete un fioraio?».

«No. Perché?».

«Ho visto adesso il nome sulla porta: Spinoso. Dovrete avere a che fare con le rose, per un soprannome del genere».

«Non Spinoso; Spinoza. È il mio nome».

«Ah, Spinoza… Mi suona familiare, ma non mi pare un nome delle nostre parti. Da dove venite? Rotterdam?».

«I miei genitori venivano dal Portogallo».

«Oh, il Portogallo. Bella terra. E cosa vi ha portati qui in Olanda?».

«Veramente avrei da fare, signore. Guardate: se proseguite dritto per la strada arrivate senza problemi al numero 7».

«Oh, ma non ho fretta, caro Spinoso. E poi, mi perderei».

«Spinoza».

«Spinoza».

«D’accordo, allora. Accomodatevi. Sedete lì. Devo finire un lavoro, poi potrò accompagnarvi».

«Che lavoro fate? Fioraio? Perché ho visto il vostro soprannome scritto sulla porta e…».

«Mi prendete in giro?».

«Chi? Io?».

«Voi».

«No. Perché dovrei? Neppure vi conosco».

«Uhm. Comunque, faccio il tornitore di lenti».

«Lenti? Uh, capitate a fagiolo, allora. Siete ottico?».

«Una specie».

«Siete sicuro di non chiamarvi Van Der Meer? Perché mi hanno detto che Van Der Meer è proprio un bravo ottico».

«Sì, sono sicuro di non chiamarmi così. Mi chiamo Spinoza, Baruch Spinoza».

«Eppure il vostro nome non mi suona nuovo. Siete bravo nel vostro lavoro? Siete famoso?».

«Sicuramente sono più bravo di quello che vi ha venduto le lenti che portate ora: mi sembrate cieco come una talpa».

«Eh, lo so. Anche quella volta che mi hanno fatto questi occhiali stavo cercando Van Der Meer, ma sono finito in casa di un certo Janssen o qualcosa del genere. Me le ha fatte lui, queste lenti. Non sono nemmeno sicuro che fosse un ottico: aveva scritto Spinoso anche lui, sulla porta».

«Spinoso?».

«Sì, ma lui aveva anche delle rose nello studio. Nel vostro non ne vedo. Anche se magari ci potrebbero essere: non vedo granché».

«No, non ci sono rose. Solo libri e lenti».

«Libri e lenti? Fate gli occhiali e poi li fate provare subito ai presbiti?».

«No, i libri sono lì per me. Studio e scrivo».

«Trattati di ottica?».

«No, per carità. Altre cose».

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«Io leggo molto, ma francamente non ricordo libri scritti da Van Der Meer».

«Ma io non mi chiamo Van Der Meer, porca di quella…».

«Uh, va bene, va bene. Non siete Van Der Meer. L’ho capito. Avete ragione, ho pure letto il vostro nome sulla porta. Janssen!».

«Spinoza».

«Ah, già. Spinoza. Portoghese. Ecco perché mi suonava familiare, allora: devo aver letto qualche vostro libro. Su, ditemi qualche titolo».

«Ho scritto qualcosa su Cartesio».

«Ah, Cartesio. Già, gran pensatore. Ma non credo d’aver letto roba vostra su Cartesio. Su, qualche altro titolo».

«Gli altri li ho pubblicati anonimamente. Non c’è il mio nome scritto sopra».

«E perché no?».

«Perché non voglio finire nei guai».

«Uh, per un libro, che sarà mai? Chi volete che li legga, i libri, oggigiorno?».

«Li legge sempre la gente sbagliata».

«Be’, suvvia, ditemi il titolo del libro anonimo. Cos’era, un libro in cui deridevate un qualche Statolder?».

«No, peggio».

«Peggio? Sarà mica…».

«Sì, quello».

«Parlavate di cose sconce? Guardate che ne ho letti, di libri così, ai miei tempi… È così che sono diventato quasi cieco».

«No, che avete capito? Niente cose sconce. Ho detto “peggio”, ma peggio per davvero».

«E cosa volete che ci sia di peggio delle cose sconce, a questo mondo?».

«La religione».

«Ah, mamma. Ma allora siete anche un poco fesso, scusate. Non lo sapete che di religione è sempre meglio non parlare? Che il mondo là fuori è fatto di vari tipi di miopi, soprattutto quando si parla di religione?».

«Oh, lo so bene».

«E poi non dovreste raccontarmi queste cose. Perché, vedete: io sono un pubblico ufficiale. Ora che so che avete pubblicato delle opere contro la religione, sono tenuto a far rapporto. Fossero state cose sconce, avrei potuto sorvolare, in cambio magari di una copia, di una sbirciatina, ma così no. Non posso rischiare. Prima o poi si saprà che sono stato nel vostro studio, e devo denunciarvi prima che denuncino me. Non avete nulla da dire?».

«Che volete che dica? Ormai sono abituato a tali accuse».

«Ebbene, accompagnatemi fuori. Da lì saprò trovare la strada per il mio ufficio. E aspettatevi presto una visita delle guardie pubbliche. Ripetetemi solo il numero civico di casa vostra, ché al momento non lo ricordo».

«Il… il 7».

«Bene. Arrivederci, signor Van Der Meer».

«Arrivederci, signore».

Ermanno Ferretti

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LA BAMBINAIA DI HEGEL

LA BAMBINAIA DI HEGEL

 

 

Georg? Vuol dire Giorgino? Signore del cielo, certo che me lo ricordo, Giorgino. Non è un tipo facile da dimenticare, quel ragazzo. Mi ha dato certi grattacapi…

A prima vista sembrava un bambino serio, intelligente, molto ubbidiente. Sotto sotto, però, covava certe idee…

Sono entrata a servizio dai signori Hegel quando Giorgino aveva più o meno 7 anni. Allora ero una donna abbastanza giovane, da poco divenuta madre. Sa come funzionano queste cose: un signore comincia a farti due complimenti, tu non ci sei abituata e in quattro e quattr’otto ti ritrovi madre di una ragazzina che il laido vecchiaccio non vuole riconoscere. Mi son dovuta mettere a servizio per quello: per mantenere me e la piccolina.

Anche il giovane Georg sapeva bene come funzionano queste cose, nonostante avesse appena 7 anni. Proprio per questo ho passato vari anni a cercare di insegnargli – a furia di randellate – a comportarsi in maniera più consona al suo status, anche se si può dire che ho fallito. La sua storia, d’altronde, parla da sé.

I primi segnali che quel ragazzino non fosse proprio a posto li ebbi quando, pochi mesi dopo il mio arrivo, lo sorpresi un giorno a voler fare un gioco pericolosissimo con la mia figliola.

«L’ho chiamata roulette russa», mi spiegò, tutto pieno d’entusiasmo, mentre io fissavo inorridita la rivoltella che aveva posato sul tavolo in mezzo a loro.

«Roulette cosa?».

«Russa. L’ho chiamata così perché ci vuole un bel po’ di sangue freddo per farla. Vedete, si gioca così: si mette sul tavolo una rivoltella con una pallottola sola; poi, il primo si spara un colpo alla testa, senza sapere se la pallottola è in canna o se la pistola sparerà a vuoto; prosegue poi il secondo, sempre nelle medesime condizioni, e avanti così».

«Avanti così fino a quando?».

«Fino a quando uno non muore o non si arrende, per paura di morire. È molto interessante questa dinamica: perché ho notato che chi si arrende, per l’appunto per paura della morte, poi tende a sottomettersi a chi non ha avuto il suo stesso timore».

«E voi, signorino, siete un tipo che si arrende?».

«No, no, io faccio il padrone».

«E… a chi toccava il prossimo turno?».

«A me. Vostra figlia aveva appena tirato il grilletto, tutta piangente. È così poco prussiana, vostra figlia».

A quel punto sparai un colpo in aria, giusto per vedere se Giorgino sarebbe morto, se non fossi intervenuta. «BANG!», echeggiò nella sala. Il piccolo raggelò. Speravo di avergli dato una lezione di vita, almeno finché non si sentii un urlo di dolore provenire dal piano di sopra. Maledetti soffitti e pavimenti in legno: avevo azzoppato il vecchio zio Franz, in visita di cortesia. Per fortuna Giorgino era già un ragazzo di mondo e sapeva come cavarsi rapidamente d’impiccio. Quando il parentado scese nella stanza, eravamo già altrove e la pistola fumante era pronta per essere rimessa nella sua vetrinetta o venduta a qualche rivoluzionario scapestrato.

I grattacapi peggiori, però, arrivarono qualche anno dopo. Georg aveva appena iniziato il ginnasio ed era sovente preda dei bollenti spiriti della sua età. A farne le spese, manco a dirlo, la mia povera figliola. Li sorpresi un’altra volta, nella stessa sala di quando erano bambini.

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«Signorino! Oh mio Dio! Cosa state facendo?».

«Oh, niente, niente – farfugliò lui, cercando di rimettersi dentro ai pantaloni delle parti del corpo che effettivamente sarebbero dovute stare dentro ai pantaloni –. Io e vostra figlia… stavamo…».

«Stavate…?».

«Vi ricordate di quella volta in cui vi spiegai che chi ha paura della morte diventa servo?».

«Altroché se me la ricordo. Anche allora combinavate dei guai!».

«Ebbene, col tempo mi sono reso conto che non è vero che chi non teme la morte diventa padrone. O, meglio: diventa sì padrone, ma per poco. Non so fare a meno di vostra figlia, signora; sono io il suo servo».

«Già, come non sapevate fare a meno della figlia del signor Müller, l’altra settimana. E della figlia del dottor Becker, il mese prima».

«Cosa vi devo dire? Io sento che siamo parte di un tutto, che da soli non abbiamo alcun senso e che solo uniti possiamo raggiungere un qualche obiettivo».

«Sì, madre, lo dice sempre anche a me», intervenne quella disgraziata di mia figlia, facendomi salire i nervi a fior di pelle.

«Taci, tu! E voi, signorino: spero che questa sia stata la prima volta in cui avete cercato di svergognare la mia figliola».

«La prima? Be’, oggi sì: la prima».

Non ci vidi più: andai alla vetrinetta in cui era stata messa la cara e vecchia pistola e sparai un altro colpo in aria, per la rabbia. Fu solo quando sentii urlare un «Ancora? Ma che diavolo di problema avete, in questa casa?» che mi ricordai, troppo tardi, che in casa c’era di nuovo il caro zio Franz. Veniva a trovarci rarissimamente, ma sempre nel momento sbagliato.

 

Quindi no, non mi sorprende quel che mi dite: che prima o poi avrebbe messo incinta l’affittacamere o qualche altra povera ragazza era prevedibile.

Quello che non mi aspettavo è che sarebbe diventato filosofo. Ma cosa vi devo dire? A volte il destino ti punisce per tutte le tue malefatte, credo.

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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