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Posted in ALICE NELLE MERAVIGLIE

INTERVISTA A FABIO GENOVESI

INTERVISTA A FABIO GENOVESI

 

Fabio Genovesi è nato nel 1974 a Forte dei Marmi. Ha scritto i romanzi Versilia Rock City ed Esche vive (pubblicato nel 2011 e tradotto in dieci Paesi), il saggio cult Morte dei Marmi (per la collana Contromano di Laterza) e Tutti primi sul traguardo del mio cuore, diario on the road della sua avventura al Giro d’Italia.

Con l’ultimo romanzo, Chi manda le onde (Mondadori), già vincitore del Premio Strega Giovani e nella cinquina dei titoli finalisti, è in corsa per il Premio Strega di quest’anno.

Cosa leggi in genere?

Di tutto, quasi. Di solito leggo tanti libri insieme: un romanzo, racconti sparsi spesso dell’orrore o comunque di fantasmi, vecchi diari di viaggio, storie di esploratori, manuali assortiti che vanno dalla navigazione all’allevamento dei canarini. Ne comincio molti di libri, ne finisco pochi, perché se non mi piacciono li lascio per strada e tiro dritto, sperando che qualcun altro li raccolga e li apprezzi di più.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Mark Twain è il primo nome, primissimo. Poi Joseph Conrad, John Fante, Stephen King, Erskine Caldwell, Shirley Jackson, Flaiano, Landolfi, Bianciardi, Collodi… in genere gli autori che non hanno paura di lavorare a temperature altissime, che sanno far ridere e piangere e scaldarti la pelle.

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

La città dei ladri, di David Benioff.

Lo scrittore umoristico preferito?

Mark Twain, appunto. È insuperabile nella singola frase piantata lì, ed è gigantesco alla distanza. E ha vissuto una vita piena di tante cose diversissime e clamorose. Sì, decisamente Mark Twain.

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Quando scrivo, i miei modelli sono gli anziani del mio paese e di tutti i paesi che giro. Adoro mettermi lì ad ascoltarli, e farmi raccontare le loro storie stupende, piene di divagazioni e cambi di rotta spesso irredimibili, partono per dirti una cosa e finiscono da tutt’altra parte, però spesso quest’altra parte è ancora più preziosa. E poi aprono e chiudono parentesi che sono finestre su mondi sfolgoranti, e tu ti innamori di queste finestre ma poi le chiudono per sempre e tu poi ci ripenserai, domandandoti “chissà che fine ha fatto quello lì che si vedeva dalla finestra”, ma non lo saprai mai, e nemmeno loro lo sanno. Non sanno niente, sono solo grandissimi narratori. Sono i miei modelli.

Che tipo di humour prediligi?

Quello che ti fa ridere di cose e situazioni di cui non dovresti ridere per niente. Il colpo di riso per qualcosa di sbilenco, di stridente con una situazione seria o anche drammatica e cupa, il corpo e la mente che nonostante tutto sentono ancora la voglia e lo schizzo di ridere, perché la vita nei suoi momenti più veri è questa cosa qui: che ti fa ridere e piangere insieme.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le battute costruite sono come quegli uomini insopportabili che gli piace una e  le chiedono di uscire e passano una giornata a organizzare, pensano al locale giusto, al tavolino con l’illuminazione perfetta per l’aperitivo, al ristorante con l’atmosfera migliore e nel quartiere più suggestivo, alle parole da dire, al tono impostato della voce… poi ci finiscono a letto e non sanno che fare. Ecco, questo sono per me le battute costruite, una triste alternativa al calore della vita.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

A volte nascono dalla pura fantasia, più spesso da persone vere. Ma non persone che conosco, sono i volti che incrocio nelle stazioni, quelli che guidano nell’altra direzione in autostrada, a volta persone che stanno ai miei incontri e mentre parlo mi ci fisso: storie e vite che sfioro appena, che non conoscerò forse mai davvero, e allora per compensare questa mancanza mi invento le loro vite, butto su carta quello che fanno secondo me, come mai sono così, dove stanno, cosa fanno, cosa vogliono. Qualcuno non va oltre la carta, altri diventano i personaggi delle mie storie. E così, anche se in realtà non ci conosciamo e non ci vediamo, diventiamo più che amici, molto di più.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

L’umorismo è quasi tutto. Chi non ce l’ha, non posso frequentarlo per più di tre minuti. L’ironia è importante, ma ancor di più l’autoironia, se non sai ridere di te stesso non sai farlo nemmeno del resto, l’umorismo per funzionare ti chiede di stare sempre sulla soglia, sempre pronto a scappare dalla casa del buon senso e della pacatezza e del rispetto, per tuffarti nel mare dello sbilenco e dello strano e dello smisurato.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Si può coltivare, ma non si può piantare dal nulla. Ci nasci. È più facile nascere col senso dell’umorismo e poi farlo morire con una vita triste e senza slanci. È invece impossibile crearselo, ce l’hai o no.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

No. All’opposto. Abbiamo sempre avuto grandissimi autori, ma l’ambiente è così ingessato e anzi mummificato che gli dei a cui ci si rivolge sono la pacatezza, la raffinatezza, Sua Maestà la Noia. Come se il far stare bene fosse un peccato, o comunque una sciocchezza. Io non amo le storie che fanno solo ridere, e nemmeno quelle che fanno solo piangere. Cerco di fare entrambe le cose, perché la vita nei suoi momenti più intensi è così, ti fa ridere e piangere insieme, questo è quel che mi piace e che cerco di fare nei miei libri. Mi capita ogni tanto qualche lettore che mi dice “spero di non offenderla, ma in certi punti del suo libro ho riso tantissimo”. Come fosse una colpa, stare bene.

Progetti futuri?

Continuare per la mia strada, e continuare a non sapere qual è.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

 

 

Antonio Pascale è autore di numerosi libri tra cui La manutenzione degli affetti, Passa la bellezza, S’è fatta ora, tutti caratterizzati da un tono delicato, ironico, spesso malinconico. Il suo ultimo romanzo, Le attenuanti sentimentali, mescola alla perfezione intelligenza e humour.

Cosa leggi in genere?

Molti saggi, pochi romanzi, e libri per ragazzi. Dai saggi imparo molto, dai romanzi meno (più che altro è una questione di forma narrativa, a volte la trovo usurata) e dai libri per ragazzi una dose piacevole di ingenuità.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Troppi. Ne scelgo una, Alice Munro.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Un racconto, La signora con il cagnolino, Cechov.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

Due intellettuali veri, Aristofane e Mark Twain, le donne in assemblea e il diario di Adamo ed Eva, quest’ultimo credo, il più bel trattato, (direi definitivo) sulla genesi dei nostri sentimenti, non chi siamo ma come siamo arrivati fin qua.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Ecco appunto, non scrivo (almeno non abbastanza narrativa) o perché ho troppo modelli e non riesco a farli confluire tutti in un libro, e al contrario, tutti quelli che  esamino, per accidente o per scelta, in un particolare momento della vita, non mi piacciono.

 

Che tipo di humour prediligi?

In verità mi piace la comicità, stile Paperissima, altrimenti quel tipo di humour usato come difesa dalla morte, quello mi piace, l’importante è che sia diretta principalmente verso te stesso o verso i membri del tuo stesso club, insomma scompagini invece di impaginare certezze.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Dunque, alcune sono di derivazione casertana, cioè nascono dall’abitudine al bar e allo sfottò, alte, la maggioranza le indovino (se le indovino) costruendo delle storie (quando riesco a costruirle). Comunque il metodo è sempre lo stesso, un difetto, un tic, diventa motivo di gioco e quindi, si spera, di conoscenza.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Sì, sempre. Gli scrittori che si documentano sono bravi ma non li capisco, cioè non capisco come fanno (ed è questa la loro bravura) a documentarsi.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Dipende dalla paura della morte.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Dipende se coltivi la paura della morte.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Uhm,  non saprei, in genere vince il sarcasmo contro gli altri, che è un modo per giudicare i buoni e i cattivi e salvarsi  l’anima.

 

Progetti futuri?

Appunto, ho 50 anni, vado verso i 60, e in un attimo compirò ’80 anni, quindi dato lo scarso tempo a disposizione, mi piacerebbe non mollare.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

 

 

Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io. Io, Frida Thomsen, e prima che la vecchiaia mi porti via, in quest’anno del signore 1878, voglio che questa mia testimonianza rimanga ai posteri. Per questo sto scrivendo queste mie ultime memorie, per far sì che le prossime generazioni sappiano del grande imbroglio a cui gli studiosi le stanno sottoponendo.

Io e Søren ci incontrammo per la prima volta nell’ottobre del 1820, alle scuole elementari. Lui era un ragazzino aitante, alto, con un voluminoso ciuffo in testa; io, una bambina adorabile. Fu amore a prima vista. Ricordo ancora come conversavamo, durante l’intervallo.

«Frida – mi diceva – sposami! Baciami! Fuggiamo insieme».

«Ma non posso, Søren: ho solo 7 anni!».

«È vero, è un po’ presto per fuggire: non potrei mantenerti. Allora sposami e baciami soltanto».

«È presto anche per sposarmi».

«E allora baciami, però: non puoi mica dir di no a tutte le mie proposte».

In questo modo otteneva un bacio tutte le mattine, mentre il severo preside luterano ci cercava per tutto il cortile della scuola.

Era così allegro, a quei tempi: non il musone che sarebbe diventato poi, quando si sarebbe fidanzato con Regine.

Il nostro rapporto era speciale. Ogni giorno mi scriveva una lettera d’amore, firmandosi “Il tuo Don Giovanni”. Certo, anche le mie amiche Signe, Astrid, Marie e Ida dicevano di ricevere identiche lettere firmate da un omonimo ammiratore segreto, ma di sicuro non era il mio Søren: lui era capace di scegliere una sola donna per volta.

Me lo aveva confessato candidamente dopo un’interrogazione di matematica: «Vedi, Frida – mi aveva spiegato, con quei suoi modi così affabili –, ogni femmina porta con sé due genitori che potrebbero diventare due suoceri, tre amiche del cuore che potrebbero diventare tre astiose megere, quattro nonni che non farebbero altro che chiedere continuamente nipotini, cinque dame di compagnia che poi bisognerebbe mantenere, come minimo sei cugine che vorrebbero di tanto in tanto venire in casa a farti visita e così via: stare con una donna è già di per sé abbastanza gravoso, sicché quale matto vorrebbe prendersene addirittura due?».

Io gli credevo, e non avevo motivo di non credergli.

So benissimo che c’è anche chi dice che quel libercolo uscito qui in Danimarca qualche tempo fa, Aut Aut, fosse stato scritto dal mio Søren sotto pseudonimo, e che quindi quel Diario del seduttore non fosse altro che il resoconto dettagliato delle tecniche di seduzione che era solito usare alle scuole elementari, ma il mondo è pieno di malelingue e non bisogna certo dare ascolto a tutte. Io il mio Søren lo conoscevo bene, e sono certissima che lui, un libraccio come Aut Aut, non l’avrebbe mai scritto.

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E poi, nel maggio del 1821, mi fece uno di quei regali che si possono fare solo alla donna della propria vita: mi rivelò il segreto della sua famiglia, un segreto che nessuno ha mai conosciuto e sul quale, a quanto mi dicono, dibattono oggigiorno i maggiori esperti della sua opera.

Ebbene sì, com’è ormai risaputo il mio Søren era convinto che sulla sua famiglia gravasse una maledizione. I suoi biografi hanno sostenuto le più fantasiose ipotesi sull’origine di questa spada di Damocle: c’è chi dice che il padre di Søren, Michael, da bambino avesse maledetto Dio e per questo si sarebbe attirato l’ira divina (ma chi lo dice, evidentemente, non conosce Gustav, l’ex stalliere della mia famiglia, che inveisce contro Dio dalla mattina alla sera ma ha sposato la donna più bella del paese e si dice abbia accumulato una fortuna, nascosta in una banca svizzera); altri, invece, sostengono che Michael – sempre lui! – abbia attirato l’ira divina non rispettando il lutto per la prima moglie, e seducendo la domestica Anne quand’era passato troppo poco tempo dall’arrivo della vedovanza (ma in questo caso, cosa dovrebbe accadere a quelli che seducono la cameriera quando la moglie è ancora viva?).

No, niente di tutto questo: fantasie, solo fantasie. La verità è un’altra, e Søren me la sussurrò all’orecchio mentre stavamo nascosti nel bagno delle bambine per sfuggire al rigido preside luterano: «Vedi, Frida – mi disse, con gli occhi languidi da danish lover –, su di me e sui miei parenti grava una pesantissima maledizione…».

«Oddio, Søren: quale?».

«Noi siamo tutti belli e maledetti! Il nostro destino è l’inferno, pupa; perché è meglio bruciare che spegnersi lentamente».

«Ohhh – sospirai, sciogliendomi tutta –. Ma io ti credevo così devoto, così cristiano».

«Eh, sai: bisogna un po’ adattarsi, di questi tempi. Mascherarsi, fingersi devoti quando si è tutt’altro. Il mondo è pieno di vecchi pietisti come mio padre, che non vedono di buon occhio noi giovani… non saprei come definirci. Dannati? Forse esistenzialisti? Che ne dici, ti piace? Noi giovani esistenzialisti».

«Fa molto “ragazzacci”».

«Sì, era l’effetto che volevo ottenere».

E poi mi baciò, ardentemente, su una guancia. Avvampai tutta.

D’altronde, l’ho già detto. Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io.

Ermanno Ferretti

 

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Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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Posted in I CONSIGLI DELLA NONNA

MAGARI TI AGGIUNGO SU F…

MAGARI TI AGGIUNGO SU F…

 

 

Serata estiva, esterno fiori di campo, qualche nuvola, una lingua felpata di umidità lì dove si è posata la pioggia. Va tutto bene. Ti stai annoiando da ore, ma va tutto bene.

Amici di amici di vecchissimi amici hanno proposto un giretto fuori città e capita l’occasione per fermarsi alla baracca fra i fiori di campo, mangiare l’anguria, parlare del tempo che cambia e “fortuna che ha smesso di piovere”.

Lei è un’amica di amici di vecchissimi amici, una ragazza giovane e pulita, un po’ incolore. L’hai pensato appena l’hai vista, appena l’hai sentita ridere con quei gorgheggi da soprano leggero. “Sei un po’ incolore” hai pensato. E ti sei presentata col tuo vocione tenorile al catrame, sbattendole davanti la tua chiassosa porzione di carne e di colori scuri e di gestualità scatenata.

Vi siete piaciute?

Vi siete piaciute, nonostante la diversità. Ti sei accorta che quella ragazza profuma di buono e ha un sorriso bianco e ingenuo che spalanca fossette ai lati della bocca. Un nome banale, piccole pause fra una parola e l’altra, opinioni sparse e moderate. Se sorride, lo fa con discrezione. Se mangia il cocomero si pulisce attentamente le mani a occhi bassi. Interviene poco nella discussione, ma dice la sua in maniera semplice ed educata.

Dopo poco avete capito di andare d’accordo e avete fumato una sigaretta insieme. Fuma anche lei, ma anziché frugare imprecando in una gigantesca borsa dai manici consumati (come te), infila a colpo sicuro la mano sottile in una piccola borsetta di pelle scura. Ragiona e ragiona bene, ha un certo acume da regalare fra un discorso e l’altro, fuma composta e si ferma a dieci tiri dal filtro mentre tu quasi mastichi gommapiuma arroventata.

Non ci usciresti mai assieme, ma è una brava personcina e ti ha fatto compagnia mentre il resto del gruppo divorava cocomero stravaccato su una panca. Ti ha parlato – parecchio – del suo cagnolino e delle attività sportive, di politica e di vacanze. E la serata è finita, lei è stata un piacevole diversivo e avete conversato gradevolmente.

Al momento dei saluti una voce dentro di te ti suggerisce che là fuori – dove i fiori abbassano la testa e l’asfalto confonde le vite di innumerevoli persone – sarà un caso improbabile incontrarla ancora. Non vi rivedrete, rimarrete un offuscato ricordo estivo e ognuna tornerà ai propri amici.

Ma lei, salutandoti, avanza una timida richiesta: “teniamoci in contatto”. Considerato che non daresti mai il tuo numero di telefono a una persona appena conosciuta (perché sei rimasta scottata da pregresse esperienze con venditori telefonici di libri e casse di vino) ti viene in mente un’unica cosa da dire. E la dici, interrompendoti a metà, con un rovinoso crollo dell’enfasi:

“Magari potrei aggiungerti su F…”

Ti fermi e resti a bocca aperta, ci pensi. Riconosci istintivamente il pericolo perché Facebook è il pericolo e tu lo sai. Non sai pressoché nulla della tizia che hai davanti, ma se la tua incauta mano andrà alla ricerca di un clic, lei saprà molto di te. Scoprirà che sbarchi il lunario scrivendo cose e forse si catapulterà a chiederti “dove sia possibile ordinare un (tremendo) libro che hai scritto nove anni fa”. Verrà a sapere che hai una nonna, un fratello, un fidanzato e di quelli apprenderà molte cose. Indagherà fra le foto della tua casa in campagna, in casi estremi potrebbe decidere di darti consigli sulla ristrutturazione. Scoprirà che canti in un coro gospel e potresti trovartela davanti mentre sei intenta a battere le mani con il corpo avvolto da una tunica bianca, per strada, durante una serata musicale.

Sei sicura di volerle dare una corsia preferenziale così ampia sugli affari tuoi? Perché forse, il numero di telefono, è il male minore.

“… acebook”.

Quando concludi la frase e le riveli il tuo nome, lo fai con la speranza che un nome così lungo non le rimanga impresso. Vi salutate e prendete direzioni opposte, in te si è acceso un fuocherello di speranza: “non vi sentirete mai, vi siete rivelate i nomi solo per educazione avendo passato la serata insieme. E la serata è finita”.

Due ore dopo hai una richiesta di amicizia lampeggiante e capisci che il tuo fuocherello di speranza interiore è solo l’effetto placebo di ogni errore che fai.

Lì per lì, tuttavia, cerchi di addomesticare la tua esagerata diffidenza e ti ripeti che quella ragazza è la persona più ordinaria sulla faccia della terra, non ti creerà problemi, starà al calduccio fra i tuoi contatti e non ti accorgerai nemmeno della sua presenza. Decidi di fare un piccolo giro di ricognizione fra le sue foto e tiri un sospiro di sollievo: vacanze al mare con le amiche, feste di laurea, foto con mamma e papà. Una vita semplice e lineare. Così ti rimproveri un po’ per la tua malignità: non puoi diffidare di tutti, sempre, così irragionevolmente. Sei proprio un orso, Maria Silvia, piantala!

Lei tace per ventiquattro ore, è una ragazza timida e lo è anche in rete. Tu dormi sonni tranquilli e dentro di te l’hai già dimenticata.

La mattina dopo, sulla home del noto social network, c’è una sfilza di post scritti dalla timida sconosciuta: un’esplosione disumana di contenuti che azzera totalmente la rilevanza delle notizie di cronaca. Sulla tua home c’è lei e lei, su Facebook, è abituata a urlare.

BASTA CON QUESTE COSEEEEEE inneggia lei, condividendo notizie sulla tassazione.

GLI UOMINI SONO TUTTI STR… strilla poco dopo lei scagliandosi furiosamente contro l’altro sesso.

IO VADO A DORMIRE, ANDATE TUTTI A FAN… è la sua personale buonanotte al mondo virtuale.

Mitragliate di parole, parolacce, punti esclamativi e vocali a caso dove “AAAAAAA” funge da urlo di battaglia. Uso sregolato del Caps Bloc, ettolitri di livore distillato in invettive contro chiunque, malsane eccitazioni davanti a foto di nudo maschile, idee cospiratorie di sorta, sostegno impulsivo di tutte le cause umanitarie che le capitino a tiro e post frenetici, con uno scarto di ventotto secondi netti fra uno e l’altro.

La timida ragazza che ti ha aggiunta su Facebook ha una doppia vita: nella sua seconda vita è una donna che strilla dalla mattina alla sera sbrodolando bile.

E siccome è troppo tardi per eliminarla dai tuoi contatti (e cominci ad avere paura di lei, adesso che hai letto come vorrebbe torturare con un punteruolo chi tratta male le tartarughe), resti impotente spettatore del madornale errore che hai fatto.

Fra le due, la più pazza sei tu.

Lo sei ogni volta che permetti a qualcuno di sbatterti in faccia la persona che vorrebbe essere a dispetto di quella che è realmente. Eppure lo sai che Facebook, su questo, ha costruito un impero.

Adesso resti lì, tramortita dagli sfoghi del tuo nuovo contatto, impotente spettatrice di una mutazione.

E non puoi nemmeno scrivere un liberatorio BASTAAAAAAA perché non è nel tuo stile.

È nel suo.

Maria Silvia Avanzato

Maria Silvia Avanzato

Nata a Bologna nel 1985, ha vinto numerosi concorsi letterari con racconti e romanzi scritti a partire dall’età di cinque anni tra cui "Ratafià per l’assassino", "Granturco su foglia di the", "L’età dei lupi", "Cipria Vaniglia" e "Il morso degli angeli". Scrive articoli per il web, soggetti teatrali e testi musicali. Le piace oscillare fra ironia e noir e convive con un editor inflessibile dai ferrei giudizi: sua nonna.

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IL MIOPE DI SPINOZA

IL MIOPE DI SPINOZA

Toc toc.

«Sì?».

«Cercavo il signor Van Der Meer».

«Non sono io. Dovete aver sbagliato porta».

«Siete sicuro? Perché mi hanno detto di venire al numero 7 di questa strada».

«Questo è il numero 37. Il 7 credo sia là in fondo».

«Dove?».

«Là. Vedete?».

«No, a dire il vero non vedo molto. Non è che potreste accompagnarmi fino al 37?».

«Il 37 è questo. Voi dovete andare al 7. E comunque avrei da fare».

«Siete un fioraio?».

«No. Perché?».

«Ho visto adesso il nome sulla porta: Spinoso. Dovrete avere a che fare con le rose, per un soprannome del genere».

«Non Spinoso; Spinoza. È il mio nome».

«Ah, Spinoza… Mi suona familiare, ma non mi pare un nome delle nostre parti. Da dove venite? Rotterdam?».

«I miei genitori venivano dal Portogallo».

«Oh, il Portogallo. Bella terra. E cosa vi ha portati qui in Olanda?».

«Veramente avrei da fare, signore. Guardate: se proseguite dritto per la strada arrivate senza problemi al numero 7».

«Oh, ma non ho fretta, caro Spinoso. E poi, mi perderei».

«Spinoza».

«Spinoza».

«D’accordo, allora. Accomodatevi. Sedete lì. Devo finire un lavoro, poi potrò accompagnarvi».

«Che lavoro fate? Fioraio? Perché ho visto il vostro soprannome scritto sulla porta e…».

«Mi prendete in giro?».

«Chi? Io?».

«Voi».

«No. Perché dovrei? Neppure vi conosco».

«Uhm. Comunque, faccio il tornitore di lenti».

«Lenti? Uh, capitate a fagiolo, allora. Siete ottico?».

«Una specie».

«Siete sicuro di non chiamarvi Van Der Meer? Perché mi hanno detto che Van Der Meer è proprio un bravo ottico».

«Sì, sono sicuro di non chiamarmi così. Mi chiamo Spinoza, Baruch Spinoza».

«Eppure il vostro nome non mi suona nuovo. Siete bravo nel vostro lavoro? Siete famoso?».

«Sicuramente sono più bravo di quello che vi ha venduto le lenti che portate ora: mi sembrate cieco come una talpa».

«Eh, lo so. Anche quella volta che mi hanno fatto questi occhiali stavo cercando Van Der Meer, ma sono finito in casa di un certo Janssen o qualcosa del genere. Me le ha fatte lui, queste lenti. Non sono nemmeno sicuro che fosse un ottico: aveva scritto Spinoso anche lui, sulla porta».

«Spinoso?».

«Sì, ma lui aveva anche delle rose nello studio. Nel vostro non ne vedo. Anche se magari ci potrebbero essere: non vedo granché».

«No, non ci sono rose. Solo libri e lenti».

«Libri e lenti? Fate gli occhiali e poi li fate provare subito ai presbiti?».

«No, i libri sono lì per me. Studio e scrivo».

«Trattati di ottica?».

«No, per carità. Altre cose».

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«Io leggo molto, ma francamente non ricordo libri scritti da Van Der Meer».

«Ma io non mi chiamo Van Der Meer, porca di quella…».

«Uh, va bene, va bene. Non siete Van Der Meer. L’ho capito. Avete ragione, ho pure letto il vostro nome sulla porta. Janssen!».

«Spinoza».

«Ah, già. Spinoza. Portoghese. Ecco perché mi suonava familiare, allora: devo aver letto qualche vostro libro. Su, ditemi qualche titolo».

«Ho scritto qualcosa su Cartesio».

«Ah, Cartesio. Già, gran pensatore. Ma non credo d’aver letto roba vostra su Cartesio. Su, qualche altro titolo».

«Gli altri li ho pubblicati anonimamente. Non c’è il mio nome scritto sopra».

«E perché no?».

«Perché non voglio finire nei guai».

«Uh, per un libro, che sarà mai? Chi volete che li legga, i libri, oggigiorno?».

«Li legge sempre la gente sbagliata».

«Be’, suvvia, ditemi il titolo del libro anonimo. Cos’era, un libro in cui deridevate un qualche Statolder?».

«No, peggio».

«Peggio? Sarà mica…».

«Sì, quello».

«Parlavate di cose sconce? Guardate che ne ho letti, di libri così, ai miei tempi… È così che sono diventato quasi cieco».

«No, che avete capito? Niente cose sconce. Ho detto “peggio”, ma peggio per davvero».

«E cosa volete che ci sia di peggio delle cose sconce, a questo mondo?».

«La religione».

«Ah, mamma. Ma allora siete anche un poco fesso, scusate. Non lo sapete che di religione è sempre meglio non parlare? Che il mondo là fuori è fatto di vari tipi di miopi, soprattutto quando si parla di religione?».

«Oh, lo so bene».

«E poi non dovreste raccontarmi queste cose. Perché, vedete: io sono un pubblico ufficiale. Ora che so che avete pubblicato delle opere contro la religione, sono tenuto a far rapporto. Fossero state cose sconce, avrei potuto sorvolare, in cambio magari di una copia, di una sbirciatina, ma così no. Non posso rischiare. Prima o poi si saprà che sono stato nel vostro studio, e devo denunciarvi prima che denuncino me. Non avete nulla da dire?».

«Che volete che dica? Ormai sono abituato a tali accuse».

«Ebbene, accompagnatemi fuori. Da lì saprò trovare la strada per il mio ufficio. E aspettatevi presto una visita delle guardie pubbliche. Ripetetemi solo il numero civico di casa vostra, ché al momento non lo ricordo».

«Il… il 7».

«Bene. Arrivederci, signor Van Der Meer».

«Arrivederci, signore».

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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