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Posted in GLI OSPITI DEL BLOG

DI VOCI, DI SUICIDI, DELLA PANNA

DI VOCI, DI SUICIDI, DELLA PANNA

Pubblichiamo il racconto di Monia Colianni nella sezione Ospiti del blog.

Il progetto intracranico che mi ha condotto su questo sgabello con un cappio al collo è abbastanza fantasioso. Banale, direte voi, perché nella mente dei sopravvissuti il suicidio degli altri si spiega col classico triangolo lavoro-amore-droghe. Vi fa stare meglio, lo so. Del resto, è dolcissimo vedervi proteggere con atavica ostinazione la bollicina dentro la quale state rinchiusi. Sarò onesto: a prima vista i cateti del vostro triangolo-del-giudizio ci sono tutti: non riesco a collocarmi con chiarezza nel mondo perché il mondo non è chiarissimo nemmeno a me, una Lei che poteva interessarmi preferisce una sottospecie di insurrezionalista alla mia ragguardevole condotta da genuino schizotipico, e gli effetti improbabili degli anti psicotici forse (dico forse) non mi hanno aiutato. Da qui a ridurla all’insulso intreccio lavoro-amore-droga ce ne passa comunque. Mi sminuisce e mi offende, se devo dirla tutta.

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Posted in TENDENZE

JUKEBOOKS, INCROCI TRA LIBRI E DISCHI

JUKEBOOKS, INCROCI TRA LIBRI E DISCHI

 

 

Si tratta di libri musicali in cui al posto dell’io narrante c’è l’io cantante e anziché i tradizionali capitoli da leggere ci sono “trackitoli” da ascoltare. Una nuova frontiera musical-letteraria? A fare da pioniera c’è la Jukebooks Label, la primissima “etichetta librografica”

Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto è giornalista freelance e autrice televisiva. Si occupa di musica, cinema, moda e lifestyle. Ha pubblicato i romanzi "Sushiettibile" e "I bambini sono nati con successo" e per Fazi, ne Le Meraviglie, il doppio romanzo "Circuito Chiuso/Annales" (2012) e l'ebook "Hipster Dixit - Manuale per diventare un Hipster con i baffi" (2013).

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Posted in In evidenza, Ultimi Articoli

LO SPRITZ

LO SPRITZ

Ore 17:00. Finalmente al fresco. Sono abbandonato, con gli occhi chiusi, sulla poltroncina in finto vimini di questo bar. Braccia penzoloni e gambe distese, come se mi avessero appena sparato. In bocca sento il salato del mio sudore. Unico mio pensiero: Tè freddo.

Sembra che abbia fatto la doccia vestito. Il venticello sui vestiti madidi di sudore, mi provoca un leggero brivido di piacere. Adesso i raggi del sole, filtrati dall’ombrellone color panna, sembrano quasi una carezza. Sono cullato come un bambino dal vento. Mi sento chiamare:

-Gabriele sei tu?

Riapro piano gli occhi e ti vedo. Sei tu? Non riesco a crederci. Come nulla fosse, continui a parlare e, senza chiedere nulla, ti metti a sedere di fronte a me.

-Da quanto tempo non ci vediamo?

Non rispondo, ma so benissimo da quanto non ci vediamo. Sono quasi tre anni. Ricordo quella sera. Torno dall’ufficio e come apro la porta vedo i tuoi vestiti sparsi per casa, come a tracciare un percorso. Immagino si tratti di una caccia al tesoro, alla fine avrò il premio.  Raccolgo, uno ad uno, gli indumenti: prima il vestito, le calze, il reggiseno. Sulla maniglia della camera da letto le tue mutandine.

Già ti immaginavo sinuosa, distesa sul fianco ad aspettarmi, immaginavo di accarezzare i tuoi lunghi capelli neri, di perdermi nei tuoi occhi blu… immagino il tesoro. Quando apro la porta, c’è quel panzone, peloso a divertirsi col mio premio. I vestiti mi scivolano dalle braccia. Guardo a terra forse per non vedervi, ai piedi del letto la collinetta dei suoi indumenti, spicca sulla vetta un mutandone bianco degno di un lottatore di sumo.

Ancora a cavalcioni su di lui, ti fermi un attimo, mi guardi:

-Ormai siamo troppo distanti.

Effettivamente, lui ti stava molto più vicino di me. Il tuo sguardo sembra dirmi: “Qui abbiamo ancora tanto da fare”. Mi sento esplodere come un vulcano, ma non riesco a dire nulla, come telecomandato Indietreggio fino alla porta ed esco.

A vederti adesso, sembra ti sia mangiato un elefante, i tuoi occhi non sembrano così blu e i capelli non sono più tanto neri.

Il cameriere arriva al tavolo:

-Signori cosa vi porto?

Non faccio in tempo ad aprire bocca che tu:

-l’aperitivo speciale e due Spritz.

-Subito signori.

Mentre il ragazzo si allontana, tu facendomi l’occhiolino:

-Ricordo ancora che amavi lo Spritz.

-I gusti possono cambiare.

Guardo l’ingresso del bar. Attendo il cameriere come si attende il chirurgo fuori dalla sala operatoria. Voglio solo bere e andare via.

Tu invece parli: del tuo lavoro, della tua nuova vita, di quanto sei felice. La tua voce che ricordavo musicale come quella di una sirena, ora mi sembra quella di un ambulanza, stridente come il gesso sulla lavagna.

Spengo l’udito e ti vedo solo muovere la bocca. Sembra di guardare un vecchio film di Chaplin, sopra le labbra rosse, mi sembra quasi di notare l’ombra dei suoi baffetti.

Finalmente vedo il cameriere. Trascina un carrellino. Oltre agli Spritz, ci sono vassoi stracolmi di roba: panini, tartine, olive, patatine e mignon. Sembra debba mangiare un esercito.

Arrivato al nostro tavolo, incastra uno dopo l’altro i vassoi, sembra una partita a Tetris. Non c’è spazio nemmeno per respirare.

-Il vostro aperitivo. Buon appetito.

Poi va via. Non ho nemmeno il tempo di prendere una tartina che inizi a cacciarti in bocca panini, olive e patatine a catena di montaggio. Scoppio a ridere. Tu con la bocca ancora piena:

-Che ridi?

-No niente.

Come dirti che l’anno scorso, parlando di te ad un amico, dissi:

-Era sexy anche quando mangiava.

Il cameriere ti guarda con gli occhi sgranati, mentre spazzoli uno dopo l’altro i vassoi. Faccio cenno di portarli via. Finge di non vedermi, guarda per aria e fischietta.

Credo che abbia paura. Forse pensa che nell’allungare il braccio per prendere i vassoi, nella foga, tu possa addentarglielo. Indisturbata continui a mangiare. Ti avventi su quegli innocenti tartine come un leone sulla sua preda. Mentre vedo le tue mascelle lavorare come schiaccia sassi e il cibo quasi uscirti dalla bocca, penso: ”È proprio vero, I gusti possono cambiare”.

Giangiacomo Tedeschi, allievo della Scuola Omero

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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Posted in RICETTE UMORALI

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA
per 3 persone utopiche

2 pizzichi di sale

70 gr di maizena, ma proprio mai

 125 gr di farina più q.b. per sigillare la pasta

350 ml di acqua più q.b. per sigillare la pasta

150 gr di carne di suino

100 gr di germogli di soia

 2 cipollotti freschi

1 carota

90 gr di cavolo verza

1 cucchiaio di olio di semi di arachidi

1 costa di sedano

2 cucchiai di salsa di soia

È primavera: svegliatevi involtini. E tuffatevi nella splendida salsa di soia che, per legge, andrebbe consumata in ettolitri o dovrebbe piovere dal cielo.

Miei cari involtini, voi non gradite l’etichetta di amaro o di dolce, non vi trovate a vostro agio nel territorio dell’aspro o del salato. È una questione di gusto: voi rientrate nella categoria dell’umami. Sì, il sesto gusto. Che raffinatezza! Ho visto cose che voi umami.

Non lo sapeva quasi nessuno, nemmeno voi in persona, ma siete legati e avvolti a tale parola giapponese dal significato saporito. E il glutammato si espande a perdita d’occhio tra i prati in fiore.

La primavera ha un meraviglioso piglio prepotente capace, in un batter d’occhi, di spazzare via i malumori invernali. Non le importa della pioggia, del grigio, della vostra fiacca e dei vostri soliti cappotti scuri. Lei sboccia.

E tocca a noi tenere il passo.

In quest’improvvisa esplosione, messa per un momento tra parentesi la poesia, l’equinozio di primavera si rivela una giornata in cui dodici ore sono dedicate all’impazzare dei pollini, mimose, graminacee e polvere, e le restanti dodici al consumo smodato di antistaminici, fazzoletti di carta, collirio e ripetute elucubrazioni ai tavolini del bar: «Sono allergico? Ma non è che sono allergico? Sì, ne soffro da anni: sono allergico!».

Sono venticinque minuti che mi starnutisci sulla spalla, sono contenta che te ne sia accorto. Etciù. Siamo troppo sensibili.

Ma in questa serie di Scottex appallottolati che scandiscono le ore e nidificano su qualsiasi superficie piana, non sarà certo la fine dell’inverno a fermare la gioia di uno starnuto senza tregua.

Se non c’è rimedio all’allergia da equinozio – a cui l’iniquo pone fine col pensiero del giorno successivo – esistono però dei palliativi, un po’ blandi, che attutiscono il malessere di stagione: gli allergeni perenni.

Come le nevi, sono strane polveri sottili presenti costantemente nell’atmosfera, che procurano un forte prurito al naso e distraggono dagli acciacchi fisici.

Il primo, annebbiante come lo smog, è la schizofrenia da avverbio il cui sintomo più vistoso è l’uso indiscriminato e disgiuntivo del piuttosto. Queste vostre frasi piene di piuttosto che a mo’ di oppure mi disorientano. Resto in silenzio perché non riesco ad afferrare il significato e allora improvviso e rispondo con frasi in cui, al posto di ogni invece, piazzo un sempre. Pari e patta. Funziona così, no? Due avverbi deliranti prima dei pasti e si liberano le vie respiratorie.

Il secondo allergene senza via di scampo è lo strano caso dell’assolutamente cronico.

Domanda: Ti piace l’amatriciana? Risposta: Assolutamente! La frase finisce qui e io mi detesto un po’ perché lo prendo chiaramente per un sì.

Rimedio della nonna: aggiungere due gocce di biancospino e un qualcosa dopo l’avverbio. Restare a letto per due giorni.

Terza tra cotanto senno è la patologia delle patologie, la parola più alla moda come forse solo la sifilide poté essere nei suoi anni d’oro, il termine contagioso come il colera e bubbonico peggio della peste: know how.

Perché!? Dov’eravamo quando conoscenza, sapere, esperienza e i suoi fratelli si sono trasformati in know how? Mi ero distratta, ero sovrappensiero, meditavo sulla rinascita emotiva della bella stagione, ma giuro: non pensavo si arrivasse a tanto.

Per mettersi in salvo è necessaria una terapia di due settimane a base di scioglilingua, due aspirine a colazione e una bigliettino di scuse al Devoto Oli. Con la firma dei genitori.

BEVANDA CONSIGLIATA: Birra Tiger.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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