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Posted in RICETTE UMORALI

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA
per 3 persone utopiche

2 pizzichi di sale

70 gr di maizena, ma proprio mai

 125 gr di farina più q.b. per sigillare la pasta

350 ml di acqua più q.b. per sigillare la pasta

150 gr di carne di suino

100 gr di germogli di soia

 2 cipollotti freschi

1 carota

90 gr di cavolo verza

1 cucchiaio di olio di semi di arachidi

1 costa di sedano

2 cucchiai di salsa di soia

È primavera: svegliatevi involtini. E tuffatevi nella splendida salsa di soia che, per legge, andrebbe consumata in ettolitri o dovrebbe piovere dal cielo.

Miei cari involtini, voi non gradite l’etichetta di amaro o di dolce, non vi trovate a vostro agio nel territorio dell’aspro o del salato. È una questione di gusto: voi rientrate nella categoria dell’umami. Sì, il sesto gusto. Che raffinatezza! Ho visto cose che voi umami.

Non lo sapeva quasi nessuno, nemmeno voi in persona, ma siete legati e avvolti a tale parola giapponese dal significato saporito. E il glutammato si espande a perdita d’occhio tra i prati in fiore.

La primavera ha un meraviglioso piglio prepotente capace, in un batter d’occhi, di spazzare via i malumori invernali. Non le importa della pioggia, del grigio, della vostra fiacca e dei vostri soliti cappotti scuri. Lei sboccia.

E tocca a noi tenere il passo.

In quest’improvvisa esplosione, messa per un momento tra parentesi la poesia, l’equinozio di primavera si rivela una giornata in cui dodici ore sono dedicate all’impazzare dei pollini, mimose, graminacee e polvere, e le restanti dodici al consumo smodato di antistaminici, fazzoletti di carta, collirio e ripetute elucubrazioni ai tavolini del bar: «Sono allergico? Ma non è che sono allergico? Sì, ne soffro da anni: sono allergico!».

Sono venticinque minuti che mi starnutisci sulla spalla, sono contenta che te ne sia accorto. Etciù. Siamo troppo sensibili.

Ma in questa serie di Scottex appallottolati che scandiscono le ore e nidificano su qualsiasi superficie piana, non sarà certo la fine dell’inverno a fermare la gioia di uno starnuto senza tregua.

Se non c’è rimedio all’allergia da equinozio – a cui l’iniquo pone fine col pensiero del giorno successivo – esistono però dei palliativi, un po’ blandi, che attutiscono il malessere di stagione: gli allergeni perenni.

Come le nevi, sono strane polveri sottili presenti costantemente nell’atmosfera, che procurano un forte prurito al naso e distraggono dagli acciacchi fisici.

Il primo, annebbiante come lo smog, è la schizofrenia da avverbio il cui sintomo più vistoso è l’uso indiscriminato e disgiuntivo del piuttosto. Queste vostre frasi piene di piuttosto che a mo’ di oppure mi disorientano. Resto in silenzio perché non riesco ad afferrare il significato e allora improvviso e rispondo con frasi in cui, al posto di ogni invece, piazzo un sempre. Pari e patta. Funziona così, no? Due avverbi deliranti prima dei pasti e si liberano le vie respiratorie.

Il secondo allergene senza via di scampo è lo strano caso dell’assolutamente cronico.

Domanda: Ti piace l’amatriciana? Risposta: Assolutamente! La frase finisce qui e io mi detesto un po’ perché lo prendo chiaramente per un sì.

Rimedio della nonna: aggiungere due gocce di biancospino e un qualcosa dopo l’avverbio. Restare a letto per due giorni.

Terza tra cotanto senno è la patologia delle patologie, la parola più alla moda come forse solo la sifilide poté essere nei suoi anni d’oro, il termine contagioso come il colera e bubbonico peggio della peste: know how.

Perché!? Dov’eravamo quando conoscenza, sapere, esperienza e i suoi fratelli si sono trasformati in know how? Mi ero distratta, ero sovrappensiero, meditavo sulla rinascita emotiva della bella stagione, ma giuro: non pensavo si arrivasse a tanto.

Per mettersi in salvo è necessaria una terapia di due settimane a base di scioglilingua, due aspirine a colazione e una bigliettino di scuse al Devoto Oli. Con la firma dei genitori.

BEVANDA CONSIGLIATA: Birra Tiger.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

 

Non so se quella notte le cose mi apparvero con un’evidenza che non avevano mai avuto fino ad allora o se, come avrebbe detto la veggente, avessi Nettuno quadrato al Sole: in ogni caso immaginai una soluzione che avrebbe permesso di rivelare al mondo intero la portata della mia lotta e di restare libero, al riparo dalle ricerche della polizia. Avrei scritto ai giornali! Decisi di mettere subito in pratica l’idea. Presi il grande quaderno rosso, quello in cui Christine credeva stessi scrivendo il romanzo, e scrissi in stampatello: «Progetto di lettera al caporedattore».

Serviva qualcosa di sensazionale, che attirasse l’attenzione.

Consapevole del poco tempo che potrà concedermi, andrò dritto al punto:

FERMI TUTTO!
FERMI la prossima edizione!
Sto per proporle la storia più sensazionale che un caporedattore possa sognare!

Era essenziale che l’altro mi prendesse sul serio. Dovevo dare l’impressione di aver pensato a tutto e previsto tutto.

Prima di entrare nel dettaglio, devo informarla che ho mandato la stessa missiva ai suoi principali concorrenti. Non c’è quindi bisogno di aggiungere che mai come in questo momento chi dorme non piglierà pesci.

L’importante era fargli prendere coscienza del valore di ciò che proponevo.

1) La natura dell’offerta

Se provo a mettermi per trenta secondi nei suoi panni, immagino che la reazione più naturale, leggendo queste righe, sarebbe chiedersi: «Ma chi è questo imbecille?».

Non si preoccupi, la cosa non mi disturba. Immagino che lei riceva ogni giorno molte sollecitazioni, alcune bislacche, altre più serie, e che abbia acquisito la capacità di valutare all’istante una proposta. Tuttavia, le capiteranno casi in cui il suo giudizio impiega un certo tempo prima di chiarirsi, come se una sorta di fiuto la spingesse a non buttare subito la lettera nel cestino.

Penso che in questo momento lei si trovi di fronte precisamente a questo dilemma. Scommetto che sta pensando: «È sicuramente l’ennesimo lunatico, per forza, è un lunatico…». Eppure qualcosa la trattiene dall’appallottolare il fo- glio di carta: «E se…».

Cerchiamo di far pendere la bilancia dalla parte giusta. Cosa abbiamo?
Un manifesto.
«Un altro, mi dirà lei. In ogni caso il mio giornale non pubblica questo genere di roba».

Ma stavolta è diverso.

«In cosa?», mi chiederà lei.
(La sento infastidita. Mi creda, avrei preferito spiegarle tutto a voce. Ma per ragioni di sicurezza che non tarderà a comprendere, non posso presentarmi in redazione. Così, per rispondere alla maggior parte delle sue eventuali domande, mi sono permesso di anticiparle meglio che ho potuto cercando di mettermi al suo posto).

Si tratta di un manifesto intitolato La strage degli imbecilli.

«Ambizioso».

Ambizioso, glielo concedo, ma per nulla utopistico se si sofferma seriamente sulla questione. Nelle righe che seguono, le esporrò il più chiaramente possibile a cosa sono arrivato. In poche parole, tutto quel che ho fatto dalla mia presa di coscienza fino alle attuali conseguenze della mia azione, compreso questo manifesto, allude a una VISIONE o, meglio ancora, a una LOTTA POLITICA.

Da oltre un anno conduco infatti da solo e senza aiuto una lotta globale su tutti i piani e a tutti i livelli, una lotta totale (vi dedico tutte le mie energie, la mia attenzione e il mio senso critico, nonché tutte le mie risorse, non lesino tempo né denaro), una lotta metodica, oserei dire scientifica, allo scopo di giungere a una teoria generale: una lotta quindi senza tregua, senza debolezze e senza pietà, contro l’imbecillità o, meglio, contro gli imbecilli (vedremo che la sfumatura non è secondaria).

Così riassunta, sono consapevole che la mia lotta può suscitare forse qualche sorriso.

Scommetterei anzi che, se lei accettasse di parlarne con me per qualche minuto, si troverebbe a dire:

«Ma l’imbecillità è solo una parola! Una comodità linguistica che usiamo senza riflettere!».

E di certo se lei spingesse un po’ oltre la riflessione, aggiungerebbe:

«In ogni caso, per qualcuno si è sempre imbecilli».

In un certo senso, non ha torto. Poche altre parole della nostra lingua offrono una tale varietà di impiego, di qui discende la difficoltà di afferrare e definire univocamente il significato. Forse capita anche a lei, quando qualcuno la fa ridere, di dirgli «Che imbecille che sei!»: e il suo interlocutore, lungi dall’offendersi, si sente lusingato come se avesse ricevuto un complimento.

Così, la parola può rivelarsi peggiorativa e offensiva («Brutto imbecille!») o edificante, se non amicale («Ah che imbecille che sei!»); e la differenza si fa spesso attraverso l’aggiunta di un qualificativo (oltre a brutto si trova spesso povero, grosso, vecchio…) e tramite l’intonazione che permette a chi ascolta di capire l’intenzione di chi sta parlando.

Erano le tre di notte passate. L’orizzonte non mi era mai parso così chiaro e sgombro di nubi. Stanco ma felice, chiusi il quaderno e andai a letto.

Redazione

Redazione

Un mondo vario da regalare, condividere, amare.

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IL VICINO DI HOBBES

IL VICINO DI HOBBES

 

L’erba del vicino è sempre la più verde, dicono. Sarà, ma l’erba del mio, di vicino, è francamente impresentabile, un’onta per tutto il nostro bel popolo inglese che invece in fatto di prati primeggia in Europa.

E non è nemmeno solo questione del prato: è proprio il vicino che è impresentabile. Ogni mattina esce guardingo da quel portoncino, guardandosi perennemente in giro, come se temesse di venire aggredito da un ladro appena richiuso il cancello della sua proprietà; credo anche che sotto a quel suo pastrano porti una qualche arma, un bastone o qualcosa del genere, perché una volta, tornando a casa di sera, l’ho sorpreso a inseguire un gatto randagio urlando: «Homo homini lupus, e figuriamoci feli!».

Si chiama Thomas Hobbes e sulla lastra di marmo appesa davanti a casa sua ha fatto scrivere, come professione, “filosofo e matematico”. Aggiungendoci subito sotto, col gesso: «Quindi andatevene via perché non ho soldi». Ha vissuto per qualche tempo in Francia, dove secondo i bene informati è riuscito a litigare un po’ con tutti, ma per la vecchiaia ha deciso di ritornare in patria, anche perché ormai la guerra civile da cui era scappato è terminata con la salita al potere di Oliver Cromwell.

Da qualche tempo il governo gli ha consentito infatti di tornare a Londra, a lavorare per i Cavendish, la famiglia di cui è quasi sempre stato a servizio, ma lui rimane sospettoso. Ha scritto qualche libro, mi dicono, in cui sostiene che la Repubblica sia una baggianata, e per questo aveva deciso di starsene lontano da Cromwell e dai suoi amici; poi però ha litigato anche con gli esiliati e coi reali scappati a Parigi e, insomma, ora forse s’è venduto al nemico.

Solo che è sempre così guardingo, sospettoso: crede che dappertutto ci siano spie del governo che lo controllano.

Ne ho avuto un’ulteriore dimostrazione ieri sera.

Me ne stavo beato sulla mia poltrona in salotto, intento a sfogliare un libro che faticosamente mi sono fatto portare da Parigi; un libro divertente, scritto da uno spagnolo, che racconta le avventure di un pazzoide che se ne va in giro per il paese a combattere contro i mulini a vento.

È anche per questo che mi dà particolarmente fastidio quando mi distolgono dalla lettura. Eppure accade sempre, ed è sempre mia moglie a farlo.

«Abbiamo finito il sale», mi ha detto.

«Bene», le ho risposto, senza alzare gli occhi dal volume.

«Sai che non mi piace il cibo insipido. Vallo a chiedere al vicino».

«Cosa? Il cibo insipido?».

«Dico: vai a chiedere un po’ di sale al vicino».

«Ma sei matta? Hai presente chi è il nostro vicino? Appena busso alla porta quello mi spara col cannone. Sono sicuro che ne tiene uno nell’entrata di casa».

«Non essere paranoico. Su, vai. Su, senza fare storie».

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E così mi sono recato nella casa degli orrori.

Toc toc. Toc toc. Toc toc. Ho dovuto bussare per almeno cinque minuti prima che qualcuno venisse alla porta.

«Chi è?», ho sentito, senza però che l’antro si aprisse.

«Ehm, salve… sono il signor Warren, della casa a fianco. Disturbo?».

«Sì, molto».

«Oh, me ne dispiaccio. Chiedo scusa. Avrei bisogno però di un piccolo, piccolissimo favore».

«Cioè?».

«Vede, malauguratamente in casa abbiamo finito il sale. Non è che lei ne avrebbe giusto un pochino da prestarmi?».

«Prestare? Intende dire che poi, dopo averlo usato, ha intenzione di riportarmelo?».

«No, certo che no, sarebbe impossibile. Se vuole domani, con i negozi aperti, la mia domestica può portargliene indietro altrettanto, ovviamente dopo averlo comprato».

«Sarei quindi costretto a sorbirmi un altro dialogo del genere, questa volta con la sua domestica?».

«Ehm, ecco, se vuole posso dire alla domestica di lasciarle il sale davanti alla porta, se non ha voglia di vederla».

«Davanti alla porta? Così che il primo passante me lo rubi?».

«Ma chi vuole che le rubi un po’ di sale?».

«Quanto è stupido. Non sa che la nostra vita è una bellum omnium contra omnes?».

«Ah, non mi parli in latino, caro signore, ché non lo comprendo. Se vuole capisco bene il francese».

«No, francese mai più. Mi ha deluso, quel paese. Come l’Inghilterra del resto…».

Intanto io ero sempre appoggiato a un portoncino chiuso, e i passanti mi scambiavano per un maniaco o per un pazzo che parlava da solo, tanto che dovevo ogni tanto fingere di star aspettando qualcuno, come per un appuntamento.

«Senta, Hobbes, ce l’ha questo sale oppure no?».

«Il sale ce l’ho, ovviamente. Mica sono uno sprovveduto».

«Bene. Può prestarmene un po’? La mia domestica domani gliene lascerà il doppio sulla porta, senza disturbare».

«Poi se ne andrà e mi lascerà in pace?».

«Certo che sì».

E così sono entrato nel sancta sanctorum del filosofo, ho superato le trappole per topi e quelle per umani (se non stavi attento, entrando in cucina facevi scattare un oscuro ingranaggio che ti faceva cadere una tagliola sul collo… una chicca importata dalla Francia, a sentir Hobbes), una suocera francamente impresentabile e i ritratti dei nemici (ho scorto i nomi di Cartesio, Wallis e Bramhall) contro cui si doveva divertire a lanciar coltelli; alla fine sono arrivato all’agognato sale.

Infine, il filosofo mi ha riaccompagnato alla porta, sempre puntandomi contro quella dannata rivoltella e raccomandandosi di non farmi più vedere.

Uno sfizio, però, andandomene me lo sono voluto togliere. Appena varcato il cancello di casa sua, quando credevo d’essere a distanza sufficiente da quella pistola antidiluviana, mi sono voltato verso di lui e gli ho detto: «Ehi, Hobbes!».

«Che vuole ancora?».

«Sua suocera è brutta come un mostro! Pare un leviatano!». E me ne sono fuggito.

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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LA ZIA DI FREUD

LA ZIA DI FREUD

 
 
La cosa che più non sopporto di noi ebrei è quando tentiamo di imitare i cristiani. Ad esempio adesso: visto che loro festeggiano il Natale, dobbiamo per forza far festa anche noi con ḥănukkāh, una celebrazione che, quand’ero piccola io, quasi nemmeno consideravamo. Così dobbiamo trovarci tutte le sere per accendere le candele e stare in compagnia, anche se magari della religione ce ne importa molto poco.

Oh, per carità, di per sé non sarebbe nemmeno una brutta cosa, festeggiare ogni tanto. Le feste sono belle. Sono certi parenti, più che altro, a rovinartele. Prendete mio nipote Sigmund: durante l’anno ci ignora totalmente, immerso com’è nei suoi studi, nei suoi articoli, nelle sue conferenze; ad ḥănukkāh però, a sorpresa, si presenta alla porta, armato del suo sigaro e del suo sguardo indagatore.

Già quand’era piccolo aveva dato i suoi bei grattacapi, a sua madre e a me. Ricordo ancora quand’era all’asilo e metteva costantemente le bambine in un angolo, si tirava giù i pantaloni e mostrava loro il pistolino, urlando: «Io ce l’ho e tu no! Io ce l’ho e tu no!». Quante volte siamo dovute correre da delle maestre esterrefatte, chiedendo perdono e immaginandoci la loro riprovazione. Già non tutti amano gli ebrei, ma se poi facciamo pure la figura dei maniaci sessuali la vita può diventare davvero molto difficile.

Prendete però quello che è successo l’anno scorso, proprio per la festa di ḥănukkāh. Eravamo tutti a tavola, intenti a parlare del più e del meno, quando ho servito la mia classica minestra di lenticchie. Subito Sigmund se ne è uscito con una delle sue solite frasi enigmatiche: «Lenticchie. Interessante…».

Noi, i vecchi di casa, ci siamo guardati con quel tipico sguardo d’intesa. Non abbiamo aperto bocca, ma tutti abbiamo letto il pensiero l’uno dell’altro: «Nessuno osi chiedergli cosa intende dire!».

Purtroppo a tavola non c’eravamo solo noi vecchi, ma anche i giovani e inesperti nipotini: «Cosa vuoi dire, zio Sigmund?», ha domandato quell’ingenua di Edith.

«Come scriveva lo stoico Artemidoro, sognarle è presagio di lutto. Sembra quasi che qui qualcuno voglia uccidere qualcun altro».

«Grande, zio! Come in un romanzo di Agatha Christie!», ha risposto Edith.

«Agatha chi?».

«Agatha Christie. È una giovane scrittrice inglese. Non hai mai letto niente di suo?».

«No. C’è qualche figlio che uccide suo padre, in questi romanzi?».

«Non lo so. Di omicidi ce ne sono parecchi, se è questo quello che cerchi».

«Sesso ce n’è?».

«Scusa?».

«Sesso. Hai presente? Il pene, la vagina, il fornicare, dentro e fuori, dentro e fuori… tutto l’armamentario…».

In tre secondi l’amabile cena in famiglia si era trasformata in tragedia: nonna Rachel stava per strozzarsi con le lenticchie che le erano andate di traverso (e Sigmund, in sottofondo, commentava: «Visto? L’avevo detto che sarebbe morto qualcuno. La psicoanalisi non sbaglia mai»); la piccola Edith sembrava in trance, incapace di svegliarsi dallo shock; la madre di Edith, Sarah, stava cercando in cucina un coltello per sgozzare Sigmund (urlando: «Hai ragione, Sigmund! Qualcuno oggi morirà!»).

Quell’anno abbiamo evitato il morto per miracolo. E quest’anno rischiava di andare anche peggio: già appena si è iniziato a parlare della festa, sono sorti i problemi.

Nonna Rachel ha avuto un infarto semplicemente guardando il calendario.

Sarah ha subito chiarito: «No, se c’è Sigmund io non vengo. Oppure vengo, ma mi porto dietro quel suo collega che odia tantissimo, quello Jung, e me lo porto a letto nella stanza in cui Sigmund dormiva da bambino, facendo in modo di farmi sorprendere da lui. Sai che colpo! Capace di scriverci cinque libri, su una cosa del genere!».

La giovane Edith invece dall’anno scorso ha dei problemi. Ha smesso di leggere i libri della signora Christie e ora si concede solo cose sconce, come quell’Amante di Lady Chatterley che si è procurata andando di nascosto in certi botteghini della periferia di Vienna, dove spacciano libri proibiti. Ha le occhiaie, il viso emaciato, e le stanno venendo gli stessi chiodi fissi di suo zio: il sesso, il – mi vergogno anche a scriverlo – pene, la libido.

E così ieri sera si è svolta l’ennesima, penosa cena di famiglia.

Già all’entrata Sigmund s’è lanciato nei suoi soliti saluti: «Buonasera a tutti. Oh, guarda, un vaso di fiori rossi al centro del tavolo: cara zia, ti dispiace proprio non aver più il mestruo, eh?». C’è da dire che sa come creare un clima disteso.

«Edith, per favore. Aiuta tuo zio col cappotto», ho quindi detto. La ragazza mi sembrava così assente, cercavo solo di smuoverla. I due si sono avviati verso l’entrata.

«Vuoi darmi il cappotto, zio Sigmund?», ha chiesto lei.

«Dipende. Cosa vuoi farci?».

«Pensavo di appenderlo…».

«Fammi vedere l’attaccapanni. Ce ne sono certi che sono dei poderosi simboli fallici; altri, invece, ricordano la vagina». Forse non era stata una buona idea mandare la povera Edith.

«Il cappotto, allora…?».

«Non so. A dire la verità ho un po’ di freddo…».

«Freddo? Ma se la zia ha messo il riscaldamento al massimo? Ci saranno quasi 30 gradi!».

«Eppure sento freddo».

«Dai, zio, morirai di caldo. Dammi quel cappotto».

«No!».

«Ma perché no? Io… Oh, un attimo! Aspetta! C’è qualcosa in quel cappotto!».

«Cosa? Che intendi?».

«Sì, ho capito. È un meccanismo psicologico. Non me lo vuoi dare perché per te quel cappotto rappresenta qualcosa! Cosa ti hanno fatto col cappotto quando eri piccolo, zio Sigmund? Violenza, mancanza d’affetto, qualcosa che hai visto? Cosa?».

«Ma no, Edith – s’è messo a sussurrarle –. Ci tengo dei cioccolatini pregiati, qui, nella tasca interna. Vedi? Non sopporto le lenticchie della zia, e ogni tanto me ne pappo uno. Se vuoi te ne posso passare qualcuno di nascosto».

«Cioccolatini?».

«Cioccolatini, sì».

«Tutto qua? Niente peni, vagine, strumenti sadomaso?».

«No, solo cioccolatini».

«Zio, certe volte sei una tale delusione…».

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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