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INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE

 

 

Antonio Pascale è autore di numerosi libri tra cui La manutenzione degli affetti, Passa la bellezza, S’è fatta ora, tutti caratterizzati da un tono delicato, ironico, spesso malinconico. Il suo ultimo romanzo, Le attenuanti sentimentali, mescola alla perfezione intelligenza e humour.

Cosa leggi in genere?

Molti saggi, pochi romanzi, e libri per ragazzi. Dai saggi imparo molto, dai romanzi meno (più che altro è una questione di forma narrativa, a volte la trovo usurata) e dai libri per ragazzi una dose piacevole di ingenuità.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Troppi. Ne scelgo una, Alice Munro.

 

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Un racconto, La signora con il cagnolino, Cechov.

 

Lo scrittore umoristico preferito?

Due intellettuali veri, Aristofane e Mark Twain, le donne in assemblea e il diario di Adamo ed Eva, quest’ultimo credo, il più bel trattato, (direi definitivo) sulla genesi dei nostri sentimenti, non chi siamo ma come siamo arrivati fin qua.

 

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Ecco appunto, non scrivo (almeno non abbastanza narrativa) o perché ho troppo modelli e non riesco a farli confluire tutti in un libro, e al contrario, tutti quelli che  esamino, per accidente o per scelta, in un particolare momento della vita, non mi piacciono.

 

Che tipo di humour prediligi?

In verità mi piace la comicità, stile Paperissima, altrimenti quel tipo di humour usato come difesa dalla morte, quello mi piace, l’importante è che sia diretta principalmente verso te stesso o verso i membri del tuo stesso club, insomma scompagini invece di impaginare certezze.

 

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Dunque, alcune sono di derivazione casertana, cioè nascono dall’abitudine al bar e allo sfottò, alte, la maggioranza le indovino (se le indovino) costruendo delle storie (quando riesco a costruirle). Comunque il metodo è sempre lo stesso, un difetto, un tic, diventa motivo di gioco e quindi, si spera, di conoscenza.

 

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Sì, sempre. Gli scrittori che si documentano sono bravi ma non li capisco, cioè non capisco come fanno (ed è questa la loro bravura) a documentarsi.

 

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

Dipende dalla paura della morte.

 

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Dipende se coltivi la paura della morte.

 

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Uhm,  non saprei, in genere vince il sarcasmo contro gli altri, che è un modo per giudicare i buoni e i cattivi e salvarsi  l’anima.

 

Progetti futuri?

Appunto, ho 50 anni, vado verso i 60, e in un attimo compirò ’80 anni, quindi dato lo scarso tempo a disposizione, mi piacerebbe non mollare.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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LETTERA A PAPÀ

LETTERA A PAPÀ

Pubblichiamo un estratto de Lettera a papà di Francesco Muzzopappa, autore di Una posizione scomoda e Affari di famiglia, pubblicato nella collana Corsivi del Corriere della Sera, una confessione ruvida ed emozionante, una originale riflessione su una verità speciale, quella del rapporto tra padre e figlio, che mostra come anche attraverso la perdita, anche attraverso la sofferenza, ciascuno diventa ciò che è.

 

– Ieri sono venuti a trovarmi i miei compagni di classe, in blocco, con preside e professori inclusi. Mi chiedevano tutti del tuo aneurisma, come se avessi davvero voglia di parlarne. C’era pure Davide, il mio compagno di banco. Sicuramente te lo ricordi. È quel tizio che ci siamo portati in campeggio due estati fa: capelli rossi pettinati a schiaffo di lato, occhi melodrammatici e una specie di canotto al posto delle labbra. In coda a tutti gli altri, si è avvicinato con la testa bassa e mi ha stretto la mano dicendo condoglianze. Io l’ho ringraziato e gli ho chiesto se aveva voglia di tornare più tardi (senza tutto lo squadrone della morte di facce tristi) per fare una partita ad Halo e lui mi ha chiesto se ne ero sicuro e io gli ho detto sì.

E infatti è tornato.

All’inizio è stato facile, perché ho messo su il gioco e abbiamo cominciato a fare le solite cose, tipo smadonnare, lanciare le Vans contro la tele e bere l’aranciata, che Lamberto come sai è astemio e guai a tenere birra in casa. Abbiamo aiutato Sarah Palmer a superare alcune prove del programma di addestramento virtuale della UNSC Infinity e ci stavamo divertendo un casino, papà, e per un momento ti ho anche messo da parte.

Solo che poi Davide ha cominciato a diventare serio, a rimettersi le Vans, a sedersi dritto e composto come avesse ricevuto l’illuminazione divina. Ha iniziato a chiedermi come stavo “davvero” e io gli ho detto che, insomma, come vuoi che stia? Allora ha stoppato il gioco e mi ha guardato con la faccia da ‘Mi dispiace’, e io gli ho detto di piantarla, che tanto non serve a nulla. Ma lui niente. Vuoi che parliamo?, mi ha fatto, tutto solenne, come fossimo le amiche del cuore. Al che gli ho detto che non c’era niente di cui parlare. E invece ha insistito fissandomi con quegli occhioni da Pollyanna che si porta appresso. È sempre il solito. È un bambino travestito da quindicenne.

Te lo ricordi, no? Te lo ricordi quanto è idiota?

Te lo ricordi, in campeggio, due estati fa, che gli hai fatto la pasta col tonno, che ci hai messo tanto peperoncino (proprio come piace a noi) e lui annaspava, agitando le mani davanti alla bocca per sventolarsi?

Te lo ricordi che tutte le sere doveva per forza chiamare casa per dire che stava bene, come fosse in un lager nazista pieno di generali delle SS?

E quella volta che una medusa l’ha beccato in pieno sulla gamba e tu gli hai detto di pisciarsi addosso per calmare il bruciore e lui si vergognava e stava male e allora gli ho pisciato io, sulla gamba, mentre tu lo tenevi.

Te le ricordi le risate, papà? Te le ricordi?

Be’, sappi che ha pianto per te, quel cretino. Mi ha pianto davanti agli occhi, imbecille di uno scemo, che stava tirando dentro anche me, demente di un idiota.

E per uno che è cresciuto strappando le ali alle farfalle e tagliando le code delle lucertole, diventare l’incarnazione della persona sentimentale e vedermelo davanti in lacrime è stato pesante, papà.

Lì ho capito che la cosa era vera, papà, che eri morto sul serio.

 

Muzzo-02

 

Francesco Muzzopappa

Lettera a papà

1,99 €

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne, Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda è il suo primo romanzo.

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LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

 

Non so se quella notte le cose mi apparvero con un’evidenza che non avevano mai avuto fino ad allora o se, come avrebbe detto la veggente, avessi Nettuno quadrato al Sole: in ogni caso immaginai una soluzione che avrebbe permesso di rivelare al mondo intero la portata della mia lotta e di restare libero, al riparo dalle ricerche della polizia. Avrei scritto ai giornali! Decisi di mettere subito in pratica l’idea. Presi il grande quaderno rosso, quello in cui Christine credeva stessi scrivendo il romanzo, e scrissi in stampatello: «Progetto di lettera al caporedattore».

Serviva qualcosa di sensazionale, che attirasse l’attenzione.

Consapevole del poco tempo che potrà concedermi, andrò dritto al punto:

FERMI TUTTO!
FERMI la prossima edizione!
Sto per proporle la storia più sensazionale che un caporedattore possa sognare!

Era essenziale che l’altro mi prendesse sul serio. Dovevo dare l’impressione di aver pensato a tutto e previsto tutto.

Prima di entrare nel dettaglio, devo informarla che ho mandato la stessa missiva ai suoi principali concorrenti. Non c’è quindi bisogno di aggiungere che mai come in questo momento chi dorme non piglierà pesci.

L’importante era fargli prendere coscienza del valore di ciò che proponevo.

1) La natura dell’offerta

Se provo a mettermi per trenta secondi nei suoi panni, immagino che la reazione più naturale, leggendo queste righe, sarebbe chiedersi: «Ma chi è questo imbecille?».

Non si preoccupi, la cosa non mi disturba. Immagino che lei riceva ogni giorno molte sollecitazioni, alcune bislacche, altre più serie, e che abbia acquisito la capacità di valutare all’istante una proposta. Tuttavia, le capiteranno casi in cui il suo giudizio impiega un certo tempo prima di chiarirsi, come se una sorta di fiuto la spingesse a non buttare subito la lettera nel cestino.

Penso che in questo momento lei si trovi di fronte precisamente a questo dilemma. Scommetto che sta pensando: «È sicuramente l’ennesimo lunatico, per forza, è un lunatico…». Eppure qualcosa la trattiene dall’appallottolare il fo- glio di carta: «E se…».

Cerchiamo di far pendere la bilancia dalla parte giusta. Cosa abbiamo?
Un manifesto.
«Un altro, mi dirà lei. In ogni caso il mio giornale non pubblica questo genere di roba».

Ma stavolta è diverso.

«In cosa?», mi chiederà lei.
(La sento infastidita. Mi creda, avrei preferito spiegarle tutto a voce. Ma per ragioni di sicurezza che non tarderà a comprendere, non posso presentarmi in redazione. Così, per rispondere alla maggior parte delle sue eventuali domande, mi sono permesso di anticiparle meglio che ho potuto cercando di mettermi al suo posto).

Si tratta di un manifesto intitolato La strage degli imbecilli.

«Ambizioso».

Ambizioso, glielo concedo, ma per nulla utopistico se si sofferma seriamente sulla questione. Nelle righe che seguono, le esporrò il più chiaramente possibile a cosa sono arrivato. In poche parole, tutto quel che ho fatto dalla mia presa di coscienza fino alle attuali conseguenze della mia azione, compreso questo manifesto, allude a una VISIONE o, meglio ancora, a una LOTTA POLITICA.

Da oltre un anno conduco infatti da solo e senza aiuto una lotta globale su tutti i piani e a tutti i livelli, una lotta totale (vi dedico tutte le mie energie, la mia attenzione e il mio senso critico, nonché tutte le mie risorse, non lesino tempo né denaro), una lotta metodica, oserei dire scientifica, allo scopo di giungere a una teoria generale: una lotta quindi senza tregua, senza debolezze e senza pietà, contro l’imbecillità o, meglio, contro gli imbecilli (vedremo che la sfumatura non è secondaria).

Così riassunta, sono consapevole che la mia lotta può suscitare forse qualche sorriso.

Scommetterei anzi che, se lei accettasse di parlarne con me per qualche minuto, si troverebbe a dire:

«Ma l’imbecillità è solo una parola! Una comodità linguistica che usiamo senza riflettere!».

E di certo se lei spingesse un po’ oltre la riflessione, aggiungerebbe:

«In ogni caso, per qualcuno si è sempre imbecilli».

In un certo senso, non ha torto. Poche altre parole della nostra lingua offrono una tale varietà di impiego, di qui discende la difficoltà di afferrare e definire univocamente il significato. Forse capita anche a lei, quando qualcuno la fa ridere, di dirgli «Che imbecille che sei!»: e il suo interlocutore, lungi dall’offendersi, si sente lusingato come se avesse ricevuto un complimento.

Così, la parola può rivelarsi peggiorativa e offensiva («Brutto imbecille!») o edificante, se non amicale («Ah che imbecille che sei!»); e la differenza si fa spesso attraverso l’aggiunta di un qualificativo (oltre a brutto si trova spesso povero, grosso, vecchio…) e tramite l’intonazione che permette a chi ascolta di capire l’intenzione di chi sta parlando.

Erano le tre di notte passate. L’orizzonte non mi era mai parso così chiaro e sgombro di nubi. Stanco ma felice, chiusi il quaderno e andai a letto.

Redazione

Redazione

Un mondo vario da regalare, condividere, amare.

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Posted in I CONSIGLI DELLA NONNA

MAGARI TI AGGIUNGO SU F…

MAGARI TI AGGIUNGO SU F…

 

 

Serata estiva, esterno fiori di campo, qualche nuvola, una lingua felpata di umidità lì dove si è posata la pioggia. Va tutto bene. Ti stai annoiando da ore, ma va tutto bene.

Amici di amici di vecchissimi amici hanno proposto un giretto fuori città e capita l’occasione per fermarsi alla baracca fra i fiori di campo, mangiare l’anguria, parlare del tempo che cambia e “fortuna che ha smesso di piovere”.

Lei è un’amica di amici di vecchissimi amici, una ragazza giovane e pulita, un po’ incolore. L’hai pensato appena l’hai vista, appena l’hai sentita ridere con quei gorgheggi da soprano leggero. “Sei un po’ incolore” hai pensato. E ti sei presentata col tuo vocione tenorile al catrame, sbattendole davanti la tua chiassosa porzione di carne e di colori scuri e di gestualità scatenata.

Vi siete piaciute?

Vi siete piaciute, nonostante la diversità. Ti sei accorta che quella ragazza profuma di buono e ha un sorriso bianco e ingenuo che spalanca fossette ai lati della bocca. Un nome banale, piccole pause fra una parola e l’altra, opinioni sparse e moderate. Se sorride, lo fa con discrezione. Se mangia il cocomero si pulisce attentamente le mani a occhi bassi. Interviene poco nella discussione, ma dice la sua in maniera semplice ed educata.

Dopo poco avete capito di andare d’accordo e avete fumato una sigaretta insieme. Fuma anche lei, ma anziché frugare imprecando in una gigantesca borsa dai manici consumati (come te), infila a colpo sicuro la mano sottile in una piccola borsetta di pelle scura. Ragiona e ragiona bene, ha un certo acume da regalare fra un discorso e l’altro, fuma composta e si ferma a dieci tiri dal filtro mentre tu quasi mastichi gommapiuma arroventata.

Non ci usciresti mai assieme, ma è una brava personcina e ti ha fatto compagnia mentre il resto del gruppo divorava cocomero stravaccato su una panca. Ti ha parlato – parecchio – del suo cagnolino e delle attività sportive, di politica e di vacanze. E la serata è finita, lei è stata un piacevole diversivo e avete conversato gradevolmente.

Al momento dei saluti una voce dentro di te ti suggerisce che là fuori – dove i fiori abbassano la testa e l’asfalto confonde le vite di innumerevoli persone – sarà un caso improbabile incontrarla ancora. Non vi rivedrete, rimarrete un offuscato ricordo estivo e ognuna tornerà ai propri amici.

Ma lei, salutandoti, avanza una timida richiesta: “teniamoci in contatto”. Considerato che non daresti mai il tuo numero di telefono a una persona appena conosciuta (perché sei rimasta scottata da pregresse esperienze con venditori telefonici di libri e casse di vino) ti viene in mente un’unica cosa da dire. E la dici, interrompendoti a metà, con un rovinoso crollo dell’enfasi:

“Magari potrei aggiungerti su F…”

Ti fermi e resti a bocca aperta, ci pensi. Riconosci istintivamente il pericolo perché Facebook è il pericolo e tu lo sai. Non sai pressoché nulla della tizia che hai davanti, ma se la tua incauta mano andrà alla ricerca di un clic, lei saprà molto di te. Scoprirà che sbarchi il lunario scrivendo cose e forse si catapulterà a chiederti “dove sia possibile ordinare un (tremendo) libro che hai scritto nove anni fa”. Verrà a sapere che hai una nonna, un fratello, un fidanzato e di quelli apprenderà molte cose. Indagherà fra le foto della tua casa in campagna, in casi estremi potrebbe decidere di darti consigli sulla ristrutturazione. Scoprirà che canti in un coro gospel e potresti trovartela davanti mentre sei intenta a battere le mani con il corpo avvolto da una tunica bianca, per strada, durante una serata musicale.

Sei sicura di volerle dare una corsia preferenziale così ampia sugli affari tuoi? Perché forse, il numero di telefono, è il male minore.

“… acebook”.

Quando concludi la frase e le riveli il tuo nome, lo fai con la speranza che un nome così lungo non le rimanga impresso. Vi salutate e prendete direzioni opposte, in te si è acceso un fuocherello di speranza: “non vi sentirete mai, vi siete rivelate i nomi solo per educazione avendo passato la serata insieme. E la serata è finita”.

Due ore dopo hai una richiesta di amicizia lampeggiante e capisci che il tuo fuocherello di speranza interiore è solo l’effetto placebo di ogni errore che fai.

Lì per lì, tuttavia, cerchi di addomesticare la tua esagerata diffidenza e ti ripeti che quella ragazza è la persona più ordinaria sulla faccia della terra, non ti creerà problemi, starà al calduccio fra i tuoi contatti e non ti accorgerai nemmeno della sua presenza. Decidi di fare un piccolo giro di ricognizione fra le sue foto e tiri un sospiro di sollievo: vacanze al mare con le amiche, feste di laurea, foto con mamma e papà. Una vita semplice e lineare. Così ti rimproveri un po’ per la tua malignità: non puoi diffidare di tutti, sempre, così irragionevolmente. Sei proprio un orso, Maria Silvia, piantala!

Lei tace per ventiquattro ore, è una ragazza timida e lo è anche in rete. Tu dormi sonni tranquilli e dentro di te l’hai già dimenticata.

La mattina dopo, sulla home del noto social network, c’è una sfilza di post scritti dalla timida sconosciuta: un’esplosione disumana di contenuti che azzera totalmente la rilevanza delle notizie di cronaca. Sulla tua home c’è lei e lei, su Facebook, è abituata a urlare.

BASTA CON QUESTE COSEEEEEE inneggia lei, condividendo notizie sulla tassazione.

GLI UOMINI SONO TUTTI STR… strilla poco dopo lei scagliandosi furiosamente contro l’altro sesso.

IO VADO A DORMIRE, ANDATE TUTTI A FAN… è la sua personale buonanotte al mondo virtuale.

Mitragliate di parole, parolacce, punti esclamativi e vocali a caso dove “AAAAAAA” funge da urlo di battaglia. Uso sregolato del Caps Bloc, ettolitri di livore distillato in invettive contro chiunque, malsane eccitazioni davanti a foto di nudo maschile, idee cospiratorie di sorta, sostegno impulsivo di tutte le cause umanitarie che le capitino a tiro e post frenetici, con uno scarto di ventotto secondi netti fra uno e l’altro.

La timida ragazza che ti ha aggiunta su Facebook ha una doppia vita: nella sua seconda vita è una donna che strilla dalla mattina alla sera sbrodolando bile.

E siccome è troppo tardi per eliminarla dai tuoi contatti (e cominci ad avere paura di lei, adesso che hai letto come vorrebbe torturare con un punteruolo chi tratta male le tartarughe), resti impotente spettatore del madornale errore che hai fatto.

Fra le due, la più pazza sei tu.

Lo sei ogni volta che permetti a qualcuno di sbatterti in faccia la persona che vorrebbe essere a dispetto di quella che è realmente. Eppure lo sai che Facebook, su questo, ha costruito un impero.

Adesso resti lì, tramortita dagli sfoghi del tuo nuovo contatto, impotente spettatrice di una mutazione.

E non puoi nemmeno scrivere un liberatorio BASTAAAAAAA perché non è nel tuo stile.

È nel suo.

Maria Silvia Avanzato

Maria Silvia Avanzato

Nata a Bologna nel 1985, ha vinto numerosi concorsi letterari con racconti e romanzi scritti a partire dall’età di cinque anni tra cui "Ratafià per l’assassino", "Granturco su foglia di the", "L’età dei lupi", "Cipria Vaniglia" e "Il morso degli angeli". Scrive articoli per il web, soggetti teatrali e testi musicali. Le piace oscillare fra ironia e noir e convive con un editor inflessibile dai ferrei giudizi: sua nonna.

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INTERVISTA A CRISTIANO CAVINA

INTERVISTA A CRISTIANO CAVINA

 

 

Cristiano Cavina è l’autore di libri teneri e divertentissimi (tutti editi da Marcos Y Marcos) ambientati per lo più nel suo paese natale: Casola Valsenio in provincia di Ravenna. Poco amante dello studio, ha lavorato come muratore, portalettere e pizzaiolo, attività che svolge fieramente tutt’ora e di cui ha rivelato tutti i segreti nell’ultimo La pizza per autodidatti. Vincitore di diversi premi (dal Tondelli al Vigevano fino alla selezione Premio Strega 2009 con I frutti dimenticati), per la collana Contromano di Laterza, ha pubblicato Romagna mia, raccolta di pezzi ironici a sfondo autobiografico, come del resto tutta la sua opera.

Cosa leggi in genere?
Io leggo un po’ di tutto, anche saggistica o poesia, ma soprattutto romanzi. Un mucchio di romanzi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?
Beh, dipende. Da lettore, ci sono un sacco di grandi romanzieri anglosassoni che sono i miei autori preferiti, quelli che scrivono onestamente per intrattenerti, tipo Ken Follet o John Grisham. Ma poi dipende con chi sto parlando, perché i miei preferiti sono anche i sudamericani, più o meno tutti.
E sono i miei autori preferiti anche un paio di italiani ahimè scomparsi da tempo, che nessuno o quasi legge più, tipo Parise e Guareschi.
Senza dimenticare Fante e Soriano.
Sono tutti più o meno pari merito.
Se proprio devo nominarne qualcuno, tipo tre, allora dico Eduardo Galeano, Dumas padre e Stephen King. E Mark Twain.
E anche Ed Mcbain!

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?
Casa d’altri di Silvio D’Arzo. Oppure tutto Don Camillo. Oppure Tutto Soriano.

Lo scrittore umoristico preferito?
Credo che sia Mark Twain. Vabbè che la risposta giusta a tutte le domande sulla narrativa è sempre Mark Twain!

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?
Io credo che la mia voce, quella con cui scrivo le mie storie, sia un misto di autori che ho amato da ragazzo, Guareschi, Soriano, Twain, Fante, Parise; è impossibile elencarli tutti: è una miscela di tutto quello che ho amato leggere e anche di quello che ho ascoltato.

Che tipo di humour prediligi?
Non so, non credevo che esistessero tipi diversi di humour.
A me piace sia quello genuino alla Guareschi, quello stralunato alla Campanile, ma anche quello più raffinato alla Alan Bennet. Anche se per me, le pagine più ironiche della narrativa di tutti i tempi sono il capitolo sul combattimento dei galli ne Il Giorno della Locusta di West.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?
Mah, direi che è da quando sono bambino che dico cavolate o che ne ascolto: è un misto di memoria e improvvisazione.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?
I miei personaggi, nella maggior parte dei casi, si rifanno alle persone che ho visto e vedo continuamente intorno a me a Casola Valsenio, il mio paese. Cioè, sono proprio loro. Non mi sono nemmeno mai preso la briga di cambiargli il nome.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?
Se non sai riderci su, il nostro diventa un brutto mondo in cui campare.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?
Boh! Ma credo più la prima che la seconda. Credo sia più un’attitudine innata, o quantomeno assorbita fin da piccoli nell’ambiente in cui siamo cresciuti, magari anche sviluppata come antidoto a quanto ci circondava, che qualcosa che si può imparare un po’ alla volta come il latino. Non penso si possa apprendere da adulti.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?
Non so se in Italia c’è un genere umoristico. In Italia l’unico genere è il giallo, al massimo ci sono un mucchio di commissari o investigatori con il senso dell’umorismo.
Ci sono però ottimi scrittori umoristici ma non so dire se sono considerati o meno. Posso dire che li considero io. Penso a Morozzi, per esempio, o a Vitali.

Progetti futuri?
Io non ho mai progetti futuri. Io faccio tutto all’improvviso, a precipizio, con l’acqua alla gola. Non sono mica buono a progettare le cose. Se ero buono facevo l’ingegnere o l’architetto, mica il pizzaiolo.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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