Pages Menu
Categories Menu

Posted in RICETTE UMORALI

LIQUORE STREGA

LIQUORE STREGA

LIQUORE STREGA – QUASI UNA POSTFAZIONE
per 1 persona trepidante

erbe

magia

Ricetta arcana, occulta più di quella della Coca-Cola, imponderabile più degli archivi vaticani e dei servizi segreti. Pozione giallo-abbagliante, color zafferano, che splende in bottiglie d’antan e scorre, a fine pasto, in bicchierini minuscoli.

Filtro magico, netto e deciso, tutto d’un pezzo di vetro, fieramente d’epoca, indifferente alle mode del momento, solenne protagonista dei finali di partita; spavaldo e socievole, ma di una socialità del secolo scorso che rifugge la mondanità disordinata; animo in fondo schivo, legato a valori autentici, eppure grande animatore di gozzovigli e bisbocce.

Alleato dei dolci, partner ideale del pan di Spagna, dei caffè corretti, delle cioccolate calde, delle macedonie più audaci. Liquore del ritorno a casa, degli amici ritrovati che, nella foga dei brindisi importanti, trasborda dal calice, vola in aria, cade sugli astanti e li unisce in un fedele appiccichio di dita, mani e indumenti; protagonista indiscusso del Natale, con tutta la sua sterminata genia di torroni, torroncini, magie, creme e dessert d’ogni specie.

Invitato d’onore dell’eponimo e ambito premio letterario, linfa degli scrittori e degli amanti dei party, inchiostro giallo e carta canta.

Bevanda trasversale che, nella sua terra d’origine, non lascia indifferente nessuno e unisce il centenario al seienne, il fighetto al fricchettone, l’hipster al punkabbestia; liquido che, puntualmente, inchioda alla dogana i pacchi di vivande spediti dai genitori ai figli all’estero.

Ti riconosco, Strega. Finalmente.

Così recitava una vecchia réclame e così potrei andare avanti a canticchiare gingol del celebre digestivo che per chi, come me, è nato a Benevento raffigura un punto cardine della propria identità alcolica.

Se difatti lo Strega, fuori dall’aerea dei due fiumi (gialli anch’essi) che attraversano la città, il Tigri e l’Eufrate, costituisce un distillato da centellinare a timidi sorsi, a Benevento rappresenta invece un liquido da consumare necessariamente a fiumi. Appunto.

Sin da bambini, veniamo addestrati al consumo consapevole di Strega, che scorre in tutte le pietanze dolci, diventa torrone, penetra nella cioccolata, nelle mele, nei gelati, sicché nessuno può sottrarsi a un confronto diretto e cristallino con la pozione gialla.

E, se da piccola, con un piccolo morso rompevo i Goccioloni per sbarazzarmi del liquore e mangiare la cioccolata, adesso rifilo il cioccolatino a qualche passante e butto giù l’alcol tutto d’un fiato.

D’altro canto, la sbornia da Strega è un fenomeno sociologico che ha luogo unicamente nel contado magico e che spiega anche perché, dopo l’adolescenza, molti degli autoctoni non riescano più a bere il distillato. In questi casi, la normativa prevede dei programmi di rinserimento nella società, di recupero del cittadino, volti a superare la problematica Io-Strega e a conservare la residenza a Benevento.

A nessuno, infatti, è concesso storcere il muso davanti al cicchetto dorato, rifiutarne l’offerta, o peggio fare outing dichiarando alla tribù di non gradirne il sapore… Anatema! Scomunica! Immediata battaglia di Benevento, sconfitta storica, espulsione dal regno, ossa in co del ponte dove le bagna la pioggia e muove il vento. Grave mora economica per i parenti dell’eretico.

Per legge, ogni famiglia deve custodirne una bottiglia nel mobiletto dei cordiali, ogni bar, ristorante, pub, sala da thè, pompa di benzina ne deve essere lecitamente provvisto.

Sciagura a chi inaugura mostre senza le piccole ampolle prêt-à-porter o la cioccolata giallo-rossa; rovina per le pièce teatrali e i concerti senza una benedizione di acqua santa catarifrangente. Tutti i banchetti del reame, dai pranzi matrimoniali ai buffet dei convegni, devono invitare il totem liquoroso per scongiurare la nefandezza di una possibile risposta negativa alla richiesta di un goccio di Strega.

Ecco la catastrofe, l’onta incancellabile, il vituperio delle genti.

Per gli indigeni, lo Strega è infatti come la mostarda per i francesi, il ketchup per gli americani, la maionese per i nostalgici della democrazia cristiana: va su tutto. E questo andare omnicomprensivo non è solo legato al verbo bere, ma anche al verbo irrorare poiché sulla scena del fine pasto, tra le molliche e i gusci di noce, il liquore incontra il dolce e ci si fionda, pronto a innaffiarlo.

«Aggiungiamo un po’ di Strega?», è la domanda del goloso di turno a cui, il resto della tavolata, non può sottrarsi. La goccia di liquore rappresenta allora una sorta di firma dell’opera d’arte o di sottoscrizione alla pietanza.

Pertanto, si procede all’apertura della bottiglia che, da un angolo remoto della casa, ha assistito, intanto, al mutare delle stagioni e dei nostri umori.

Nel gesto primordiale dell’opening, l’attrito del tappo con lo zucchero depositato sul collo dell’ampolla produce un suono inconfondibile, una sorta di crr-crr che, come un richiamo ancestrale, farà accorrere alla vostra tavola tutti i beneventani presenti nel raggio di un chilometro (dunque pensateci bene!), insieme alle streghe in volo sulle scope Tonkita, alle nottole di Minerva, ai noci, ai pentoloni e ai barbagianni per dare inizio, finalmente,

al Sabba-to sera.

PIETANZA CONSIGLIATA: l’universo commestibile.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in RICETTE UMORALI

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA PER TRE PERSONE UTOPICHE

INVOLTINI PRIMAVERA
per 3 persone utopiche

2 pizzichi di sale

70 gr di maizena, ma proprio mai

 125 gr di farina più q.b. per sigillare la pasta

350 ml di acqua più q.b. per sigillare la pasta

150 gr di carne di suino

100 gr di germogli di soia

 2 cipollotti freschi

1 carota

90 gr di cavolo verza

1 cucchiaio di olio di semi di arachidi

1 costa di sedano

2 cucchiai di salsa di soia

È primavera: svegliatevi involtini. E tuffatevi nella splendida salsa di soia che, per legge, andrebbe consumata in ettolitri o dovrebbe piovere dal cielo.

Miei cari involtini, voi non gradite l’etichetta di amaro o di dolce, non vi trovate a vostro agio nel territorio dell’aspro o del salato. È una questione di gusto: voi rientrate nella categoria dell’umami. Sì, il sesto gusto. Che raffinatezza! Ho visto cose che voi umami.

Non lo sapeva quasi nessuno, nemmeno voi in persona, ma siete legati e avvolti a tale parola giapponese dal significato saporito. E il glutammato si espande a perdita d’occhio tra i prati in fiore.

La primavera ha un meraviglioso piglio prepotente capace, in un batter d’occhi, di spazzare via i malumori invernali. Non le importa della pioggia, del grigio, della vostra fiacca e dei vostri soliti cappotti scuri. Lei sboccia.

E tocca a noi tenere il passo.

In quest’improvvisa esplosione, messa per un momento tra parentesi la poesia, l’equinozio di primavera si rivela una giornata in cui dodici ore sono dedicate all’impazzare dei pollini, mimose, graminacee e polvere, e le restanti dodici al consumo smodato di antistaminici, fazzoletti di carta, collirio e ripetute elucubrazioni ai tavolini del bar: «Sono allergico? Ma non è che sono allergico? Sì, ne soffro da anni: sono allergico!».

Sono venticinque minuti che mi starnutisci sulla spalla, sono contenta che te ne sia accorto. Etciù. Siamo troppo sensibili.

Ma in questa serie di Scottex appallottolati che scandiscono le ore e nidificano su qualsiasi superficie piana, non sarà certo la fine dell’inverno a fermare la gioia di uno starnuto senza tregua.

Se non c’è rimedio all’allergia da equinozio – a cui l’iniquo pone fine col pensiero del giorno successivo – esistono però dei palliativi, un po’ blandi, che attutiscono il malessere di stagione: gli allergeni perenni.

Come le nevi, sono strane polveri sottili presenti costantemente nell’atmosfera, che procurano un forte prurito al naso e distraggono dagli acciacchi fisici.

Il primo, annebbiante come lo smog, è la schizofrenia da avverbio il cui sintomo più vistoso è l’uso indiscriminato e disgiuntivo del piuttosto. Queste vostre frasi piene di piuttosto che a mo’ di oppure mi disorientano. Resto in silenzio perché non riesco ad afferrare il significato e allora improvviso e rispondo con frasi in cui, al posto di ogni invece, piazzo un sempre. Pari e patta. Funziona così, no? Due avverbi deliranti prima dei pasti e si liberano le vie respiratorie.

Il secondo allergene senza via di scampo è lo strano caso dell’assolutamente cronico.

Domanda: Ti piace l’amatriciana? Risposta: Assolutamente! La frase finisce qui e io mi detesto un po’ perché lo prendo chiaramente per un sì.

Rimedio della nonna: aggiungere due gocce di biancospino e un qualcosa dopo l’avverbio. Restare a letto per due giorni.

Terza tra cotanto senno è la patologia delle patologie, la parola più alla moda come forse solo la sifilide poté essere nei suoi anni d’oro, il termine contagioso come il colera e bubbonico peggio della peste: know how.

Perché!? Dov’eravamo quando conoscenza, sapere, esperienza e i suoi fratelli si sono trasformati in know how? Mi ero distratta, ero sovrappensiero, meditavo sulla rinascita emotiva della bella stagione, ma giuro: non pensavo si arrivasse a tanto.

Per mettersi in salvo è necessaria una terapia di due settimane a base di scioglilingua, due aspirine a colazione e una bigliettino di scuse al Devoto Oli. Con la firma dei genitori.

BEVANDA CONSIGLIATA: Birra Tiger.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

PANETTONE PER TRE PERSONE DAI CAPELLI LISCI

PANETTONE PER TRE PERSONE DAI CAPELLI LISCI

Per il primo impasto – che non si scorda mai:
270 gr di lievito madre- sempre certo è
780 gr di farina
210 gr di burro
210 gr di zucchero
6 tuorli d’uovo
500 gr d’acqua

Per il secondo impasto:
170 gr di farina
60 gr di burro fuso
60 gr di zucchero
30 gr di miele
6 tuorli d’uovo
8 gr di sale
500 gr di uvetta
250 gr di cedri
250 gr di arance
vaniglia

Lavorate il lievito e le uova per cinque minuti. Unite lo zucchero e 300 gr d’acqua, il burro e la farina. Quando la pasta sarà legata (e imbavagliata), aggiungete l’acqua rimasta. Mettete l’impasto in un recipiente e lasciatelo lievitare, per dodici ore, ricoprendolo con un telo. Fate una faccia a forma di punto di domanda e poi smettetela di interrogarvi su cosa accadrà mai sotto il velo di Maya. Arrendetevi al mistero. Non parlate al conducente.
Nel frattempo, vi restano dodici ore da trascorrere con la sottoscritta. Partiamo dalle vostre intenzioni gastronomiche. Punto primo: come avete osato fare un panettone con le vostre mani da comuni mortali? Anatema!
Il panettone, da che mondo è mondo, è confezionato nottetempo dalle scintillanti braccia dell’industria nei meandri della cripta del duomo di Milano, conficcato in succinte scatole anni Ottanta e collocato, poi, nelle ziggurat d’esposizione dei supermercati.
Punto secondo: a chi vorreste rifilare tale pseudo panettone preparato, ahimè, sempre da voi?
Il professionismo dei mangiatori natalizi non contempla l’assunzione di calorie inutili solo per farvi piacere.
Esistono masserizie metafisiche cui l’umano non può tendere senza peccare di hybris verso la grande madre-industria: la Nutella, i bastoncini Findus o il panettone Motta. Le vostre colpe si riverseranno sui vostri figli, e sui figli dei vostri figli, e sui figli dei figli dei vostri figli, mentre voi sarete scorticati vivi, trasformati in ragni, in sofficini o in lattine di Sprite. Infine, il vostro panettone grondante tracotanza sarà colpito da un fulmine, mentre un cataclisma devasterà il pianeta. Vi consiglio, serenamente, di cambiare ricetta.
Il panettone industriale, simbolo del Natale nell’era del capitalismo, non è trangugiato da nessuno perché –diciamocelo- a nessuno piace realmente (né il Natale, né il Capitalismo).
Differente da quello artigianale (che non significa fatto da voi giacché due puntate di masterchef non vi hanno trasformato in un pasticcere o in vostra nonna), il Nostro compare a fine pasto o nei momenti fiacchi delle feste unicamente per senso del dovere. E soprattutto, viene consumato (mai fino in fondo, ma sempre con sufficienza), perché rientra nella prassi burocratica. Perché Egli sa di tradizione e, purtroppo, anche di canditi. Che orrore.
Passi l’uva passa, ma i canditi! Perché? Quei cubetti di plastica giallastra che si infrangono sui denti. Erano proprio necessari?
“Che mangino pandori!”, tuonerà il commensale settecentesco per tagliare corto, ma il pandoro è una soluzione troppo facile: che gusto c’è a mangiare un dessert puerile che non conosce il dolce supplizio del candito?
“Dobbiamo mangiare il panettone!” ribatterà l’integralista col presepe stampato sulla t-shirt. Dura lex sed lex.
E allora eccolo che arriva a tavola, col suo incedere lento, sempre uguale nei secoli, sempre con la stessa espressione sul volto. Ecco le fette cubiste sul tovagliolo ed ecco noi tapini, con sperticata pazienza, a estrarre uno a uno i canditi dall’impasto, in silenzio, rassegnati, come in un estenuante m’ama-non-m’ama senza speranza, senza trepidazione, senza batticuore.
E ariecco il Nostro a colazione, immutato e un po’ tumefatto. Al bando i coltelli: è tempo di sventrarlo direttamente con le mani prima di rivederlo a pranzo, e poi a merenda, e poi ancora placidamente seduto in casa altrui. Sì, perché lui è ovunque, non risparmia nessuno e, soprattutto, non finisce mai.
Se, infatti, i dolci, come tutte le più belle cose, vivono solo un giorno come le rose, il sempiterno panettone invece è duro a morire. E più passa il tempo, più s’indurisce, più assume il destino di un soprammobile da cucina.
Eccolo mentre ci guarda imperterrito durante i giorni di festa, finché non torniamo al lavoro, finché, a primavera, non mettiamo via gli addobbi natalizi.
Ospite fisso al nostro tavolo, presenza rassicurante ma segretamente invisa, ci osserva lungamente e poi, d’improvviso, sparisce lasciandoci solo una carta marroncina piena di brandelli e una domanda: “Dove vanno d’estate i panettoni?”.

Bevanda consigliata: Grappa barricata da buttare giù tutta d’un fiato.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

PANINO AL CRUDO PER QUATTRO RAGAZZE ALLA BIENNALE

PANINO AL CRUDO PER QUATTRO RAGAZZE ALLA BIENNALE

 

Venezia, una quadrupla

Sveglia alle 8

Campane e piccioni

3 turisti infingardi già in assetto di guerra

4 cornetti

4 cappuccini

1 acqua grande liscia

“Liscia?”

“Naturale”

“Minerale naturale?”

“Naturale, naturale…”

Camminare

“Andiamo prima a vedere Tapies a Palazzo Fortuny?”

Camminare

Padiglione del Kuwait

Molte scale

1 gondoliere

Padiglione dell’ Azerbaijan

Ore 12

Canal grande

Insolazione

Un ponte

Un altro ponte

Un altro ponte ancora

Padiglione della Palestina

7 giapponesi

“Cominciamo dai giardini!”

Andare, camminare

4 banane anti svenimento

Consultare la cartina

Padiglione Spagna

Macchine fotografiche

Belgio, Olanda

Camminare

“Hai un elastico pe i capelli?”

Palazzo Enciclopedico

Guardare le opere

Leggere tutte le didascalie fino alla fine

Un caffè? No, non perdiamo tempo

Padiglione della Russia

Padiglione del Giappone

Francia

Germania

Inghilterra

“Ci mancano solo l’Alsazia e la Lorena”

Leggere le brochure

Israele

Camminare

“Ma sono le due e mezzo, non mangiamo?”

“La fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia”

Ok, ma se non mangiamo qualcosa ci estinguiamo. E poi siamo già dentro.

Gaber ci perdonerà.

Pane al pane

Crudo al crudo

Tempo di masticazione: due minuti

Acqua

“Ricominciamo!”

Osservare

Brasile

Austria

Egitto

Grecia

Polvere

Contemplare

Felicità

Ore 16

Abbiamo saltato la Danimarca

“Torniamo indietro!”

Stati uniti

Guardare, guardare, guardare

“Ma un giro al bookshop ce lo dobbiamo fare!”

Sfogliare

Camminare

Ore 18

“Ce ne dobbiamo andare o ci chiudono dentro!”

Uscire

Camminare

Commentare

Discutere

Camminare

Un ponte

Un altro ponte

“Uno spritz?”

Un giro di spritz

Un altro giro

“Questa è la nostra cena”

Ore 21

Camminare

Camminare

“Possiamo andare a mangiare in un posto fighissimo che conosco!”

Camminare

Camminare

“Un altro spritz?”

Una gondola

Ore 23

Un tempo avevo i piedi

Camminare

Camminare

Thò un ponte!

Ore 24

“Qual è il piano per domani?”

“Fondazione Prada, eventi collaterali e tutto l’Arsenale”

Doccia

Litigare sul ruolo di curatore

Ore 2

Dormire

Sveglia ore 8

Campane e piccioni

 

Prendete una giornata così. Aggiungete 35 gradi, una grande dose di adrenalina e un cappello di paglia. Unite al composto un dolore ai piedi costante, ma ormai irrilevante.

Mischiate all’intingolo sentimenti di stupore, curiosità, emozione. Aggiustate di sale con la lista delle opere che non vi hanno convinto. In una terrina a parte, mettete le idee che vi sono venute. Moltiplicate il tutto per tre. Infornate per 15 minuti ed ecco a voi un weekend d’arte. Impiattate e servite in tavola ancora caldo. Fumante, come la vostra testa.

 

Bevanda consigliata: Acqua minerale naturale

 

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More

Posted in In evidenza, RICETTE UMORALI, Ultimi Articoli

OSTRICHE PER QUATTRO ITALIANI A PARIGI

OSTRICHE PER QUATTRO ITALIANI A PARIGI

 
12 ostriche

limone

pioggia, pioggia, pioggia e Francia

 

Prendete le ostriche. Guardatele negli occhi. Confessate a voi stessi che per aprirle necessitate di uno scalpello, di un cric, di un cavadenti del vecchio West e di una pinza da officina modello Metropolis di Fritz Lang.

Prendete il telefono e chiamate un killer. Aspettate che bussi al citofono e, nel frattempo, meditate su quanti arnesi abbia dovuto brevettare l’umanità nella sua storia per riuscire a farsi un aperitivo. Ringraziate lo Zeitgeist che non sia toccato a voi, discendenti dell’homo in-habilis, essere uno dei primi ominidi sulla terra, altrimenti col piffero che avremmo avuto un apriscatole. Risentitevi pure. Stizzitevi anche davanti al ritardo del killer –non esistono più i killer di una volta- e decidete di andare a mangiare ostriche al ristorante.

Ma cosa accade quando, sotto una pioggia testarda e i morsi della fame, si finisce nel primo ristorante di Montmartre? È palesemente una sòla. Strilla lo spirito gourmet che entro mi rugge. Tuttavia è troppo tardi e spinti dai camerieri – pessimo indizio sull’individuazione di un buon ristorante- siamo già tutti e quattro intorno a una tovaglia a scacchi bianca e rossa, abbiamo il basco in testa, la maglia a righe e la baguette sotto l’ascella.

Un pianista comincia languido a suonare.

“Per noi ostriche!”

Siete sicuri?

“Tu no?”

Non so. Questo posto non mi convince. Ci siamo solo noi, i poster della Torre Eiffel e quel tavolo di americani con la biondona triste che non mangia nulla sotto le avance del signore panzuto. Non posso non guardarli di nascosto: sono cresciuta vedendo serie TV degli Stati Uniti e non appena vedo americani vagamente telegenici devo guardarli. È più forte di me.

“Sarà. Ma per noi sempre ostriche! Tu?”

Oddio, non so. Mi perdo in quest’enigma chiamato menù e, sotto lo sguardo ansiogeno del cameriere, scelgo cozze con patatine fritte a dimostrare a me stessa, in uno sperimentalismo smodato, che a volte so anche stupirmi.

“Che cosa?! Cozze e patatine fritte!?”

Ebbene sì…Voi?

Noi ostriche! Noi escargot! Escargot…escargot…escargot???

Cala il silenzio. Pronunciata la fatidica parola qualcosa, stride, non combacia, lascia perplessi. Al tavolo accanto, la biondona rifatta piange sul suo dolce mentre il panzuto continua a ordinare portate. Per un momento tutto si congela finché gli ostricanti, sbalorditi, si guardano in faccia e urlano: “No! Ma le escargot sono le lumache!”.

Panico. Eccole impiattate. Arrivano in tavola. Coi gusci.

Ora voi potete chiamarle con nomi zuccherosi e affascinanti, legarle a storie nebbiose sulla Senna e bla bla bla, ma io in realtà le conosco bene, so da dove vengono, so che in realtà si chiamano ciammarruche, a tratti ciammarruchielli (conosco quel loro nome che già dal suono riporta all’attrito tra il corpo della lumaca e la terra su cui l’animale si trascina).

So che escono dal regno dell’invisibile dopo le piogge estive quando ti metti il maglione di filo sui vestiti di cotone. E so bene che gli anziani ne sono ghiotti: seduti ai tavoli delle sagre di paese, cavano il corpo lumacoso con uno stuzzicadenti oppure, con grande dedizione, succhiano i gusci, uno dopo l’altro, facendo quel tipico rumore che risuona, come una eco, nei secoli dei secoli amen. La mia infanzia, d’altra parte, è popolata da queste scene estive di rara inquietudine.

“Assaggiale!”

No, non ce la faccio.

Gli americani si alzano. Iniziano a ballare e sorridono al pianista. La bionda ha cominciato a parlare ad alta voce mentre il panzuto, rabbuiato in un angolo del tavolo, conta da solo un fascio di banconote.

“Assaggiale!”

No. Ho già preso cozze e patatine fritte. Ho una dignità gastronomica da difendere. Mica posso fare tutto io. E poi le lumache mi fanno venire i brividi, ma allo stesso tempo mi inteneriscono con quel grande amore per la lentezza e quella casa, come una grande valigia, sempre sulle spalle. Forse un po’ mi assomigliano…

“Allora assaggiale, non hai scuse!”

E invece ce l’ho: Cosimo Piovasco di Rondò, meglio noto come il barone rampate, a dodici anni si rifiuta di mangiare un piatto di lumache e, in contrasto col padre, decide di salire su un albero da cui non scenderà mai più.

Non sfidatemi. Sul cibo non scherzo.

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

More Posts

Read More