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Posted in In evidenza, QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO, Ultimi Articoli

IL NONNO DI VOLTAIRE

IL NONNO DI VOLTAIRE

 

 

«Senta, mi faccia chiamare mio nipote: lui sistemerà tutto».

«Signor Arouet, sono ore che continua a farneticare di questo nipote. Ora suo nipote non c’è e deve ancora spiegarci il motivo di questa lite».

«Macché lite e lite. È stato un semplice scambio di vedute. Abbiamo discusso un po’, tutto qua».

«La signora dice che lei l’ha minacciata».

«Io? Minacciata? Quella pazza megera! Io non ho minacciato nessuno! È lei che è ignorante e non capisce niente di quello che le si dice. Stupida e ignorante!».

«E dice anche che l’ha offesa».

«Io? Offesa? Ma no, io non offendo nessuno. Figuriamoci. Voi lo sapete, no, chi sono io?».

«Sì, lo sta ripetendo da ore: è il nonno del signor François-Marie Arouet. E io le sto ripetendo che non ho idea di chi sia quest’uomo».

«Ma come no? Avete cercato di metterlo in carcere tante di quelle volte…».

«Come?».

«Eh?».

«In carcere?».

«Non c’è mai stato sul serio. Ha solo avuto qualche amico in carcere, diciamo…».

«Suo nipote frequenta dei delinquenti? Guardi che qua il suo quadro, signor Arouet, si sta complicando. Solitamente, persone nella sua condizione sono già alla ruota o sottoposte a processo… è solo per via della sua reputazione in città che noi ci stiamo, per così dire, andando cauti».

«Oh, lo so, lo so. Ne parla anche mio nipote in quel suo libro…».

«Parla di cosa?».

«Di come fate di solito. Torture, processi sommari, ingiustizie. Vi fa apparire proprio come dei barbari».

«Signor Arouet, la mia pazienza sta giungendo al termine. Allora, avete o non avete minacciato la vostra badante? L’avete o non l’avete offesa?».

«Senta, le ho solo detto che non capisce l’ironia. Lo sa come sono queste badanti italiane: si offendono subito».

«La signora ci ha detto che lei l’ha offesa in maniera molto pesante. Che è sceso sul personale».

«Ebbene sì, lo ammetto. Le ho detto che la sua pasta fa schifo! Cos’è, un reato? Odio la cucina italiana, mi fa letteralmente schifo. E gliel’ho detto chiaro e tondo. Vengono qui da noi, si mescolano con noi, e vogliono imporci le loro tradizioni, anche quando sono disgustose. Oggi è la pasta, e domani cosa sarà? Il mandolino? I figli che rimangono in casa fino ai quarant’anni? Tutte quelle strane forme di pane che non sono la nostra baguette? La malavita organizzata? Il papa? La Madonna? Cos’altro ci vorranno imporre, quegli italiani? È dai tempi di Giulio Cesare che vogliono colonizzarci, è una cosa orribile e scandalosa! Tornatene a casa tua, le ho detto. Gli italiani vanno aiutati a casa loro, le ho detto. Ho fatto bene, signor capitano? Ho fatto bene? Scusi, sa, ma credo mi sia sfuggito il suo nome».

«Michel Belmondo».

«Belmondo?».

«Sì, signor Arouet. Belmondo».

«Ah».

«Nonno, nonno!».

«Oh, che fortuna: è arrivato mio nipote».

«Che fortuna, già».

«Salve, mi chiamo François-Marie Arouet, per servirla. Come mai trattenete mio nonno?».

«Lo stiamo interrogando. La sua badante l’ha denunciato per offese e minacce».

«Offese e minacce? Nonno!».

«Ho detto solo quello che penso! Non sei tu quello che darebbe la vita per farmi dire quello che penso? Ecco, ora dai pure la tua vita: fatti arrestare al posto mio».

«Ma no, nonno. Ti ho già spiegato che non ho mai scritto quella frase, sono i miei fan che…».

«No, aspetti: io l’ho già sentita quella frase. Adesso effettivamente il suo nome mi suona un po’ più familiare. Arouet, Arouet… dov’è che l’ho sentito?».

«Forse mi conoscete meglio per il mio pseudonimo: Voltaire, difensore degli oppressi, oppositore delle teorie più stupide, propulsore di idee nuove».

«Oddio, sì, ora ricordo! Io ho due suoi libri in casa mia!».

«D’altronde, chi non ne ha, dico bene? Cosa ha letto? Il Trattato sulla tolleranza? Micromega? Il Candido?».

«Oh, non ha capito: non ho letto nulla. Mi hanno regalato un suo libro per Natale, e adesso lo uso per tenere fermo un tavolo che oscillava. Il titolo onestamente non lo ricordo, ma mi avevano detto che questo Voltaire si chiamava in realtà Arouet».

«Lascialo perdere, nipote: è italiano. Lo sai come sono fatti».

«Be’, comunque sia, cosa posso fare per far uscire mio nonno da questa incresciosa situazione? Con chi devo parlare?».

«Se convince la badante a ritirare la denuncia…».

«Giusto, la badante. Dov’è, ora?».

«Di là, col figlio».

«Vado a parlarle, nonno. Tu resta qui col signore, d’accordo? E non combinare guai».

«Nessun guaio. Sono uomo di mondo».

«Be’, senta, ora che siamo rimasti soli… davvero non li ha letti, i libri di mio nipote?».

«Neanche un rigo. Mi sono perso molto?».

«Non ne ho idea, non li ho letti nemmeno io. Ma non glielo dica, per carità, che è così permaloso…».

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Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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IL VICINO DI HOBBES

IL VICINO DI HOBBES

 

L’erba del vicino è sempre la più verde, dicono. Sarà, ma l’erba del mio, di vicino, è francamente impresentabile, un’onta per tutto il nostro bel popolo inglese che invece in fatto di prati primeggia in Europa.

E non è nemmeno solo questione del prato: è proprio il vicino che è impresentabile. Ogni mattina esce guardingo da quel portoncino, guardandosi perennemente in giro, come se temesse di venire aggredito da un ladro appena richiuso il cancello della sua proprietà; credo anche che sotto a quel suo pastrano porti una qualche arma, un bastone o qualcosa del genere, perché una volta, tornando a casa di sera, l’ho sorpreso a inseguire un gatto randagio urlando: «Homo homini lupus, e figuriamoci feli!».

Si chiama Thomas Hobbes e sulla lastra di marmo appesa davanti a casa sua ha fatto scrivere, come professione, “filosofo e matematico”. Aggiungendoci subito sotto, col gesso: «Quindi andatevene via perché non ho soldi». Ha vissuto per qualche tempo in Francia, dove secondo i bene informati è riuscito a litigare un po’ con tutti, ma per la vecchiaia ha deciso di ritornare in patria, anche perché ormai la guerra civile da cui era scappato è terminata con la salita al potere di Oliver Cromwell.

Da qualche tempo il governo gli ha consentito infatti di tornare a Londra, a lavorare per i Cavendish, la famiglia di cui è quasi sempre stato a servizio, ma lui rimane sospettoso. Ha scritto qualche libro, mi dicono, in cui sostiene che la Repubblica sia una baggianata, e per questo aveva deciso di starsene lontano da Cromwell e dai suoi amici; poi però ha litigato anche con gli esiliati e coi reali scappati a Parigi e, insomma, ora forse s’è venduto al nemico.

Solo che è sempre così guardingo, sospettoso: crede che dappertutto ci siano spie del governo che lo controllano.

Ne ho avuto un’ulteriore dimostrazione ieri sera.

Me ne stavo beato sulla mia poltrona in salotto, intento a sfogliare un libro che faticosamente mi sono fatto portare da Parigi; un libro divertente, scritto da uno spagnolo, che racconta le avventure di un pazzoide che se ne va in giro per il paese a combattere contro i mulini a vento.

È anche per questo che mi dà particolarmente fastidio quando mi distolgono dalla lettura. Eppure accade sempre, ed è sempre mia moglie a farlo.

«Abbiamo finito il sale», mi ha detto.

«Bene», le ho risposto, senza alzare gli occhi dal volume.

«Sai che non mi piace il cibo insipido. Vallo a chiedere al vicino».

«Cosa? Il cibo insipido?».

«Dico: vai a chiedere un po’ di sale al vicino».

«Ma sei matta? Hai presente chi è il nostro vicino? Appena busso alla porta quello mi spara col cannone. Sono sicuro che ne tiene uno nell’entrata di casa».

«Non essere paranoico. Su, vai. Su, senza fare storie».

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E così mi sono recato nella casa degli orrori.

Toc toc. Toc toc. Toc toc. Ho dovuto bussare per almeno cinque minuti prima che qualcuno venisse alla porta.

«Chi è?», ho sentito, senza però che l’antro si aprisse.

«Ehm, salve… sono il signor Warren, della casa a fianco. Disturbo?».

«Sì, molto».

«Oh, me ne dispiaccio. Chiedo scusa. Avrei bisogno però di un piccolo, piccolissimo favore».

«Cioè?».

«Vede, malauguratamente in casa abbiamo finito il sale. Non è che lei ne avrebbe giusto un pochino da prestarmi?».

«Prestare? Intende dire che poi, dopo averlo usato, ha intenzione di riportarmelo?».

«No, certo che no, sarebbe impossibile. Se vuole domani, con i negozi aperti, la mia domestica può portargliene indietro altrettanto, ovviamente dopo averlo comprato».

«Sarei quindi costretto a sorbirmi un altro dialogo del genere, questa volta con la sua domestica?».

«Ehm, ecco, se vuole posso dire alla domestica di lasciarle il sale davanti alla porta, se non ha voglia di vederla».

«Davanti alla porta? Così che il primo passante me lo rubi?».

«Ma chi vuole che le rubi un po’ di sale?».

«Quanto è stupido. Non sa che la nostra vita è una bellum omnium contra omnes?».

«Ah, non mi parli in latino, caro signore, ché non lo comprendo. Se vuole capisco bene il francese».

«No, francese mai più. Mi ha deluso, quel paese. Come l’Inghilterra del resto…».

Intanto io ero sempre appoggiato a un portoncino chiuso, e i passanti mi scambiavano per un maniaco o per un pazzo che parlava da solo, tanto che dovevo ogni tanto fingere di star aspettando qualcuno, come per un appuntamento.

«Senta, Hobbes, ce l’ha questo sale oppure no?».

«Il sale ce l’ho, ovviamente. Mica sono uno sprovveduto».

«Bene. Può prestarmene un po’? La mia domestica domani gliene lascerà il doppio sulla porta, senza disturbare».

«Poi se ne andrà e mi lascerà in pace?».

«Certo che sì».

E così sono entrato nel sancta sanctorum del filosofo, ho superato le trappole per topi e quelle per umani (se non stavi attento, entrando in cucina facevi scattare un oscuro ingranaggio che ti faceva cadere una tagliola sul collo… una chicca importata dalla Francia, a sentir Hobbes), una suocera francamente impresentabile e i ritratti dei nemici (ho scorto i nomi di Cartesio, Wallis e Bramhall) contro cui si doveva divertire a lanciar coltelli; alla fine sono arrivato all’agognato sale.

Infine, il filosofo mi ha riaccompagnato alla porta, sempre puntandomi contro quella dannata rivoltella e raccomandandosi di non farmi più vedere.

Uno sfizio, però, andandomene me lo sono voluto togliere. Appena varcato il cancello di casa sua, quando credevo d’essere a distanza sufficiente da quella pistola antidiluviana, mi sono voltato verso di lui e gli ho detto: «Ehi, Hobbes!».

«Che vuole ancora?».

«Sua suocera è brutta come un mostro! Pare un leviatano!». E me ne sono fuggito.

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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INTERVISTA A FEDERICO BACCOMO DUCHESNE

INTERVISTA A FEDERICO BACCOMO DUCHESNE

 

 

Federico Baccomo Duchesne ha brillantemente esordito nel 2009 con Studio Illegale (Marsilio), storia esilarante di un giovane avvocato e delle sue vicissitudini lavorative, all’origine del film con protagonista Fabio Volo. Con La gente che sta bene, nel 2011, è tornato all’ambientazione degli studi legali internazionali con un romanzo da cui è stato tratto un altro lungometraggio con attori del calibro di Claudio Bisio, Margherita Buy e Diego Abatantuono. Di pochi mesi fa è Peep Show, l’ultimo lavoro, “sulla fama, la solitudine e l’ossessione di apparire”.

Cosa leggi in genere?

Spiace esordire con un luogo comune: ma leggo un po’ di tutto. Probabilmente i romanzi si prendono la fetta più grande, romanzi di ogni genere, ma amo molto anche saggi, racconti, poesie, fino ai pezzi di letteratura brevissima, come battute e aforismi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Cambiano con gli anni e con gli umori, anche se ci sono autori cui torno sempre, da quando li ho incrociati per la prima volta, penso a Dostoevskij e King, Buzzati e Borges, per citare solo alcuni dei cosiddetti numi tutelari. Una delle scoperte relativamente recenti, che ha finito per scalare in fretta il mio personale olimpo, è Richard Powers, la cui intelligenza e ambizione fanno un po’ da esempio.

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Il mago di John Fowles. L’autore dice che è un romanzo di adolescenza scritto da un adolescente tardivo, e, per quanto la definizione mi sembri un po’ fuorviante, soprattutto oggi che la categoria dei romanzi per adolescenti finisce per collezionare libri che con questo hanno poco in comune, dicevo, per quanto la definizione possa essere fuorviante, mi sembra racconti bene la meraviglia che un libro così può dare a chi lo legge e ha dato a chi l’ha scritto: la meraviglia adolescenziale delle scoperte e delle prime volte.

Lo scrittore umoristico preferito?

Ce ne sono di tantissimi, ma probabilmente quello che, più di altri, mi ha fatto scoprire quanto può essere grande il potere comico delle parole è Jack Handey. Provo a fare un esempio del suo tipo di umorismo: “Ai bambini piacciono molto gli scherzi. Per esempio, qualche tempo fa stavo portando mio nipote a Disneyland, ma a un certo punto ho svoltato verso un vecchio magazzino incenerito. «Oh no», ho urlato, «Disneyland è andato a fuoco». Lui ha pianto e ha pianto, ma penso che, in fondo, pensasse dentro di sé che fosse davvero un bello scherzo. Poi ho cominciato a guidare verso il vero Disneyland, ma ormai si era fatto un po’ tardi.”

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Cerco di trattenermi dal prendere qualcuno a modello di scrittura, anche se poi, lo si voglia o meno, gli autori più amati restano sempre presenti in testa. La cosa buona è che, in ogni caso, anche impegnandosi, la copia o l’imitazione (non parlo di plagio, cerco di intenderle in senso positivo) si rivelano impossibili. Di un quadro si possono anche riprendere i tratti, i colori, un certo stile, ma dietro la costruzione non solo di una frase, ma di un intero romanzo, c’è un meccanismo di pensiero dell’autore talmente lungo, complesso e contaminato, che riprodurlo mi sembra comunque un’impresa impossibile.

Che tipo di humour prediligi?

Mi piace l’umorismo che coglie impreparati, che riesce a far ridere di qualcosa cui, di solito, non si associa una risata. C’è chi lo chiama umorismo nero, ma mi sembra il colore sbagliato per quello che, in fondo, è l’umorismo che più alleggerisce il peso di certi argomenti.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le battute che nascono di getto, quando non sono scontate, sono spesso le più belle, prendono alla sprovvista anche chi le inventa, che si trova così a creare in un attimo connessioni che, a pensarci su molto, probabilmente non troverebbe nemmeno. Però, le battute di getto sono come l’ispirazione: ogni tanto arriva ma non ci puoi fare troppo affidamento. Da qui nasce la necessità di costruirle. È la parte più difficile ma anche quella che dà maggiori soddisfazioni. Ogni volta è una scoperta, un continuo esercizio a guardare il mondo da prospettive storte, inedite.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Per quel che vale un’autocertificazione, la tendenza che noto nella mia scrittura è quella di allontanamento da ciò che conosco, che cerco di far sì che non sia un andare a casaccio tra storie che non stanno in piedi, ma un modo per cercare occhi nuovi attraverso cui guardare. È uno degli aspetti che mi diverte di più come lettore, e, lo sto scoprendo ora, come autore. Naturalmente, trattandosi di occhi in cui mi piacerebbe guardare, probabilmente sintetizzano passioni e sentimenti che sono anche miei: in questo senso si può dire che ci sia in loro qualcosa di fondamentale che conosco e a cui mi rifaccio.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

C’è una definizione di Dave Barry, scrittore umoristico e premio Pulitzer, che dice il senso dell’umorismo è la misura della nostra consapevolezza di vivere in un mondo senza senso, e la risata è il rilascio dell’ansia che nasce da questa consapevolezza. Non so se sia davvero la definizione migliore, ma trovo che riesca a centrare quello che è per me l’umorismo e il peso che ha nella mia vita: un ottimo compagno per la sopravvivenza.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Un po’ e un po’. Il talento comico innato, quel modo di trovare l’imprevisto dentro al cliché, porta a risultati umoristici difficilmente raggiungibili da chi non ce l’ha in dote. Ma penso sia come nel disegno: magari non si raggiunge l’inventiva di Picasso, ma un buon ritratto, con l’esercizio, sono tutti in grado di farlo.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Forse l’umorismo, a livello letterario, viene ancora visto come qualcosa di poco degno, ma per coerenza con la leggerezza che porta con sé credo ci si possa ridere sopra.

Progetti futuri?

Scrivere un nuovo romanzo in cui, sempre per quel capovolgimento che ogni battuta porta con sé, provo a mettere da parte, per un attimo, proprio l’umorismo.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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Posted in TUTTO IL MONDO È PAESE

NON TROVO LE SCARPE

NON TROVO LE SCARPE

 

 

Non trovo le scarpe.

Capita spesso.

Molto spesso.

Troppo spesso.

Le ho tolte ieri sera in salotto. O in camera da letto. O forse sul terrazzo mentre guardavo le nuvole. O in bagno, per farmi la doccia. Magari in taverna. O sotto la scrivania del computer.

All’inizio la prendo con filosofia. Le cerco con calma. Poi il tempo passa, gli appuntamenti si avvicinano, il traffico aumenta, e il nervosismo pure.

Dove cavolo ho messo le scarpe.

Non sono nella scarpiera, né sul balcone del primo piano, né su quello del secondo, né sul davanzale della finestra in camera. Non sono in garage, né in auto, né nell’armadio dove tengo gli attrezzi.

Orcogiuda dove ho messo le scarpe. Sono il solito scemo, non presto attenzione.

Ingrosso i quadricipiti sulle scale. Ricontrollo i balconi, i davanzali, la lavanderia, il freezer (dove un decennio fa ho ritrovato le infradito estive dopo un’ora di imprecazioni).

Niente, non ci sono.

Controllo tra le scarpe della mia ragazza. Blu, nero, rosso, beige, sabbia del Madagascar, sabbia delle Maldive, sabbia di Lignano Sabbiadoro, grigio piombo, grigio argento, grigio lupo, grigio topo. Coi tacchi, senza tacchi, con la zeppa, senza zeppa, con mezza zeppa e mezzo tacco, ballerine, stivaletti, decolleté, infradito, espadrillas. Ci sono i moonboots del ‘90 nella loro scatola originale.

Io non riesco a tenere in ordine le scarpe di calcetto prese il mese scorso. Sono lì nell’angolo che mi osservano. E se loro sono lì, chi c’è nella loro scatola?

Ecco, ho ritrovato le scarpe.

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli, 27 anni, è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il Master in scrittura presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e Fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo. "Nemmeno le galline" (in uscita a settembre) è il suo primo romanzo.

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IL RAGAZZO DELLE CONSEGNE DI MARX

IL RAGAZZO DELLE CONSEGNE DI MARX

 

 

Uno spettro si aggira per il mio portafoglio: lo spettro della mancia. È uno spettro perché sono mesi che non la vedo. Volatilizzata, scomparsa. E la cosa veramente triste è che il signore per cui lavoro in maniera quasi esclusiva non crede negli spettri: è un materialista. E quindi – dice lui – se non crede negli spettri non crede nemmeno nella mia mancia. È un maestro, con le parole.

Mi presento: mi chiamo Jack e di mestiere faccio le consegne. Teoricamente, mi occuperei delle consegne di tutto il quartiere: alla mattina passo dal fioraio, dall’edicolante, dal panettiere, e chiedo se c’è qualcosa da consegnare; poi trascorro tutto il resto della giornata a portare la loro roba in giro per Londra. Questo, almeno, era quello che accadeva fino a pochi mesi fa, prima che capitassi nelle grinfie di questo Karl Marx.

Mi sono informato parecchio su di lui, in questi mesi: dicono che si è trasferito qui da Parigi nel ’49 o giù di lì, ma che prima non aveva i soldi per comprare nulla; ultimamente, invece, deve aver avuto qualche donazione, o trovato un lavoro, e insomma può permettersi tutta una serie di cose. Il guaio è che non gliene basta una, di rivista: ne legge a decine, a centinaia. Si fa portare quindici gazzette tedesche, che non ho nemmeno idea di cosa parlino; e poi libri in francese, in italiano, in russo, in un sacco di altre lingue che non riesco nemmeno a decifrare. Non so sinceramente che cosa ci possa fare con tutti quei libri: quanti tavoli traballanti può avere, in quella casa così piccola?

L’unica cosa positiva, quando vado a consegnargli la roba, sono le donne di casa: sua moglie, Jenny, è una signora radiosa, bella ed elegante, nonostante per casa di soldi sembrino girarne ben pochi. Lei, quando all’inizio mi apriva da sola, una piccola mancia me la dava. Poi il vecchio Karl se n’è accorto, e addio scellini!

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Ma la cosa migliore sono le due figlie, Laura ed Eleonor. Giovani, carine, non fidanzate. Un pochino tetre, forse, ma su quello si poteva soprassedere; il guaio vero è che appena ti presenti, ti chiedono subito per chi parteggi. Prendiamo Laura, la più vecchia. Qualche mese fa mi ha fatto entrare in casa, un giorno, perché pioveva forte e non avevo l’ombrello.

«Si sieda – mi fa –. Gradisce un tè?».

«Sì, grazie, miss Laura».

«Bene. La cucina è lì, il tè lo trova là. Se lo faccia».

«Uh? Me lo preparo io?».

«Certo. Non vorrà mica sfruttare qualcuno perché lo faccia al posto suo, no?».

«No, certo che no».

Mi sono messo a scaldare l’acqua.

«Be’? Non mi chiede niente?», mi dice, all’improvviso.

«Cosa?».

«Non mi chiede se gradisco anch’io un tè?».

«Oh, giusto. Gradisce un tè, signorina?».

«Sì, grazie».

«Se lo faccia, allora», le ho detto, ma senza ironia, pensando che quella fosse l’abitudine di casa.

«Che screanzato!», mi ha risposto, e se ne è andata.

È tornata qualche minuto dopo, quando stavo finendo il tè bollente.

«Mi scusi, signorina – ho ripreso –. Non volevo offenderla. Credevo…».

«Credeva…?».

«Che non volesse sfruttarmi».

«Ragazzo mio, lei è proprio giovane. Ancora non capisce la differenza tra sfruttamento e gentilezza».

«No, infatti».

«Per chi parteggia, lei?».

«Cosa?».

«Dico: per chi parteggia?».

«Per nessuno. Per chi dovrei parteggiare?».

«Intendo: comunisti, socialisti utopisti, anarchici, radicali, positivisti, liberali democratici, giovani hegeliani?».

«Non so che cosa siano queste cose… Sono malattie?».

«Alcune sì. Però non può non conoscere queste cose. Si sieda: le chiamo mio padre».

«Suo padre?».

«Sì, le spiegherà alcune cose».

Fu quello il mio primo incontro col vecchio Karl.

«Piacere, signor…?».

«Oh, mi chiami Jack. Lei invece…?».

«Mi chiami Karl, caro amico. Lei è proletario, vero?».

«No, no. Le assicuro che non sono malato. Sano come un pesce».

«Che c’entra? Le ho chiesto se è proletario».

«Ah, non è una delle malattie di prima?».

«Be’, chiaro, da un certo punto di vista è una malattia, l’esser proletari. Lei è discretamente acuto, caro Jack. Mi dica: quante ora lavora, al giorno?».

«Dipende: otto, dieci, dodici, a seconda dei giorni».

«E quanto è pagato? Ha una tariffa oraria?».

«No, mi pagano a giornata. Dieci scellini».

«Quindi dieci scellini se lavora 8 ore e sempre dieci scellini se ne lavora 12».

«Esatto».

«Vede: quelle quattro ore in più che fa in certi giorni sono il più banale plus-lavoro che ci sia. Non servono neanche calcoli. Lei è sfruttato, giovanotto, come minimo per quelle quattro ore in più».

«Lo so bene, Karl. Quelle quattro ore in più le faccio nei giorni in cui devo consegnare roba da voi!».

«Eh? Cosa vorrebbe dire? Che siamo noi a sfruttarla?».

«Forse no. Forse vuol dire che siete gentili. Credo di non saper ben distinguere tra sfruttamento e gentilezza».

«Oh, lei ha bisogno di studiare un po’. Tenga, si legga questo mio manoscritto. L’ho intitolato “Il Capitale”».

«Signor Karl, io non sono andato tanto a scuola, ma credo si dica “La capitale”».

Dopo quella mia uscita – e, giuro, non ho ancora capito perché – mi ha cacciato fuori di casa a calci. Da allora si presenta sempre e solo lui, alla porta, quando arrivo per le consegne. E, come detto, niente mancia.

«La mancia è l’oppio dei ragazzi delle consegne», mi ha perfino detto, una volta. Forse è per questo che non mi dà la mancia: perché crede che me la possa spendere tutta in droga!

 

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Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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