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Posted in QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO

LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

LA FIDANZATINA DI KIERKEGAARD

 

 

Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io. Io, Frida Thomsen, e prima che la vecchiaia mi porti via, in quest’anno del signore 1878, voglio che questa mia testimonianza rimanga ai posteri. Per questo sto scrivendo queste mie ultime memorie, per far sì che le prossime generazioni sappiano del grande imbroglio a cui gli studiosi le stanno sottoponendo.

Io e Søren ci incontrammo per la prima volta nell’ottobre del 1820, alle scuole elementari. Lui era un ragazzino aitante, alto, con un voluminoso ciuffo in testa; io, una bambina adorabile. Fu amore a prima vista. Ricordo ancora come conversavamo, durante l’intervallo.

«Frida – mi diceva – sposami! Baciami! Fuggiamo insieme».

«Ma non posso, Søren: ho solo 7 anni!».

«È vero, è un po’ presto per fuggire: non potrei mantenerti. Allora sposami e baciami soltanto».

«È presto anche per sposarmi».

«E allora baciami, però: non puoi mica dir di no a tutte le mie proposte».

In questo modo otteneva un bacio tutte le mattine, mentre il severo preside luterano ci cercava per tutto il cortile della scuola.

Era così allegro, a quei tempi: non il musone che sarebbe diventato poi, quando si sarebbe fidanzato con Regine.

Il nostro rapporto era speciale. Ogni giorno mi scriveva una lettera d’amore, firmandosi “Il tuo Don Giovanni”. Certo, anche le mie amiche Signe, Astrid, Marie e Ida dicevano di ricevere identiche lettere firmate da un omonimo ammiratore segreto, ma di sicuro non era il mio Søren: lui era capace di scegliere una sola donna per volta.

Me lo aveva confessato candidamente dopo un’interrogazione di matematica: «Vedi, Frida – mi aveva spiegato, con quei suoi modi così affabili –, ogni femmina porta con sé due genitori che potrebbero diventare due suoceri, tre amiche del cuore che potrebbero diventare tre astiose megere, quattro nonni che non farebbero altro che chiedere continuamente nipotini, cinque dame di compagnia che poi bisognerebbe mantenere, come minimo sei cugine che vorrebbero di tanto in tanto venire in casa a farti visita e così via: stare con una donna è già di per sé abbastanza gravoso, sicché quale matto vorrebbe prendersene addirittura due?».

Io gli credevo, e non avevo motivo di non credergli.

So benissimo che c’è anche chi dice che quel libercolo uscito qui in Danimarca qualche tempo fa, Aut Aut, fosse stato scritto dal mio Søren sotto pseudonimo, e che quindi quel Diario del seduttore non fosse altro che il resoconto dettagliato delle tecniche di seduzione che era solito usare alle scuole elementari, ma il mondo è pieno di malelingue e non bisogna certo dare ascolto a tutte. Io il mio Søren lo conoscevo bene, e sono certissima che lui, un libraccio come Aut Aut, non l’avrebbe mai scritto.

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E poi, nel maggio del 1821, mi fece uno di quei regali che si possono fare solo alla donna della propria vita: mi rivelò il segreto della sua famiglia, un segreto che nessuno ha mai conosciuto e sul quale, a quanto mi dicono, dibattono oggigiorno i maggiori esperti della sua opera.

Ebbene sì, com’è ormai risaputo il mio Søren era convinto che sulla sua famiglia gravasse una maledizione. I suoi biografi hanno sostenuto le più fantasiose ipotesi sull’origine di questa spada di Damocle: c’è chi dice che il padre di Søren, Michael, da bambino avesse maledetto Dio e per questo si sarebbe attirato l’ira divina (ma chi lo dice, evidentemente, non conosce Gustav, l’ex stalliere della mia famiglia, che inveisce contro Dio dalla mattina alla sera ma ha sposato la donna più bella del paese e si dice abbia accumulato una fortuna, nascosta in una banca svizzera); altri, invece, sostengono che Michael – sempre lui! – abbia attirato l’ira divina non rispettando il lutto per la prima moglie, e seducendo la domestica Anne quand’era passato troppo poco tempo dall’arrivo della vedovanza (ma in questo caso, cosa dovrebbe accadere a quelli che seducono la cameriera quando la moglie è ancora viva?).

No, niente di tutto questo: fantasie, solo fantasie. La verità è un’altra, e Søren me la sussurrò all’orecchio mentre stavamo nascosti nel bagno delle bambine per sfuggire al rigido preside luterano: «Vedi, Frida – mi disse, con gli occhi languidi da danish lover –, su di me e sui miei parenti grava una pesantissima maledizione…».

«Oddio, Søren: quale?».

«Noi siamo tutti belli e maledetti! Il nostro destino è l’inferno, pupa; perché è meglio bruciare che spegnersi lentamente».

«Ohhh – sospirai, sciogliendomi tutta –. Ma io ti credevo così devoto, così cristiano».

«Eh, sai: bisogna un po’ adattarsi, di questi tempi. Mascherarsi, fingersi devoti quando si è tutt’altro. Il mondo è pieno di vecchi pietisti come mio padre, che non vedono di buon occhio noi giovani… non saprei come definirci. Dannati? Forse esistenzialisti? Che ne dici, ti piace? Noi giovani esistenzialisti».

«Fa molto “ragazzacci”».

«Sì, era l’effetto che volevo ottenere».

E poi mi baciò, ardentemente, su una guancia. Avvampai tutta.

D’altronde, l’ho già detto. Macché Regine Olsen e Regine Olsen: l’unico vero amore della vita di Søren Kierkegaard sono stata io.

Ermanno Ferretti

 

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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L’ALTRO ALLIEVO DI ARISTOTELE

L’ALTRO ALLIEVO DI ARISTOTELE

 

 

Non sono nato fortunato. E quando non nasci fortunato, non c’è nulla da fare: la sorte non te la puoi inventare, non la puoi decidere. Quella che ti capita, ti capita.

Ad esempio, ho un fratello gemello. Si chiama Creonte, come il famoso re di Tebe. Siamo gemelli identici, eppure mia madre ha sempre detto che lui è più carino di me.

«Ma perché, mamma? Cosa abbiamo di diverso?», le chiedevo, ingenuo, da bambino.

«Non lo so, è più una sensazione…», mi rispondeva.

Così io le tendevo degli agguati: dicevo che uscivo, che andavo all’agorà e qualche minuto dopo mi presentavo da lei, spacciandomi per Creonte, sicuro che così mi avrebbe trovato finalmente bello.

«Ma cos’hai, oggi, figlio mio?», mi diceva, appena mi vedeva.

«Io? Niente, mamma. Sto benissimo, mi sento anche più in forma del solito. Non vedi come sono carino, oggi?».

«Carino? Ma se sei una schifezza! Sembri quasi tuo fratello! Tornatene a letto, riposati un po’, su!».

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Anche quando fu ora di mandarci a scuola, da un maestro, a me toccò la sorte peggiore. Per Creonte i miei genitori trovarono un maestro proveniente dalla Ionia, un eracliteo, che lavorava come precettore solamente per lui; per me invece decisero di non sborsare il denaro per un maestro esclusivo, e cercarono di infilarmi nel tempo libero di qualche filosofo che già insegnava ad altri.

Alla fine mi affibbiarono a questo tizio, un filosofo piuttosto strano. Pensate, viene da Stagira: ma chi cavolo è mai venuto da Stagira? Nemmeno pensavo sapessero scrivere, a Stagira.

 

Si chiama Aristotele, e quando lo conobbi insegnava a Mitilene, sull’isola di Lesbo. Mi trasferii armi e bagagli da lui, pronto ad essere educato nei ritagli di tempo: di mattina, infatti, il mio maestro teneva lezioni per i molti allievi della sua scuola che, non avendo nulla da fare a Lesbo, si presentavano puntuali alla sua porta; al pomeriggio un po’ riposava e un po’ seguiva alcuni esperimenti di zoologia che aveva impiantato sull’isola; prima di cena, quasi di sfuggita, si ricordava di me («Oh, già, ci sei pure tu») e mi rifilava qualche massima a buon mercato, raccomandandomi di studiare i suoi libri, dove avrei trovato tutto quello che mi serviva.

 

La situazione è peggiorata quando, ad un certo punto, si è presentato alla porta della sua scuola un messo proveniente dalla Macedonia. Ora, quando stai facendo da precettore ad un allievo – tra l’altro a mezzo servizio, come capitava a me – la buona educazione ti impone di non accettare altri lavori; un medico, mentre cerca di salvare la vita a un paziente, mica si fa portare nello studio uno malato di raffreddore, no? E allora perché io dovevo finire per dividere i servigi del mio maestro con un altro?

 

E comunque il messo portava un incarico per il mio maestro e Aristotele, manco a dirlo, lo accettò subito.

«Mio caro allievo, domani partiamo per Pella», mi spiegò, quando ancora non sapevo nulla di tutta la faccenda.

«Un viaggio d’istruzione? Che bello! Non mi porti mai da nessuna parte, maestro».

«No, non un viaggio d’istruzione. Ci trasferiamo là».

«A Pella?».

«Sì. È la capitale dei macedoni. Lo sai, no? O forse no, in effetti: geografia non l’abbiamo ancora fatta, giusto?».

«Siamo fermi alla filosofia prima, maestro. L’essere come categorie, anche se io non c’ho ancora capito niente».

«Fa niente, caro mio. Lascia perdere la filosofia prima: andiamo a vedere dove si decidono le sorti del mondo».

«A Pella?».

«Sì. Diventerò maestro di Alessandro, il figlio di Filippo II».

«Ah. Un re, dunque?».

«Un principe, un futuro sovrano. Pensa, potrò influenzarlo nelle sue decisioni, nelle sue idee politiche. Platone avrebbe dato tranquillamente un braccio per un’opportunità del genere».

«Sì, ma io?».

«Tu cosa?».

«No, dico: i miei genitori hanno pagato per la mia istruzione».

«Capirai, per quei quattro soldi che mi hanno dato…».

«Oh, insomma – sbottai, probabilmente arrossendo –, sempre quattro soldi sono. Io ho diritto ad un’istruzione».

«È giusto. Ti porto con me: quando non dovrò occuparmi di Alessandro, mi occuperò di te».

«Cioè quando?».

«Be’, Alessandro dovrà pur andare alla latrina, di tanto in tanto».

 

E così da due anni vivo alla corte dei macedoni, questi barbari che programmano di conquistare la Grecia e la Persia, indifferentemente.

Sono trattato tutto sommato piuttosto bene, ma soffro dello stesso destino che mi ha accompagnato tutta la vita. Prendete Alessandro: non è certo bello, è tozzo, con gli occhi di due colori diversi, e senza barba; eppure io, per tutti, sono il meno carino dei due.

«Ma perché? – chiedo ogni volta – Cos’ha lui che io non ho?».

«Non lo so, è più una sensazione…», mi rispondono tutti.

Quando non nasci fortunato, non c’è nulla da fare.

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

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IL MIOPE DI SPINOZA

IL MIOPE DI SPINOZA

Toc toc.

«Sì?».

«Cercavo il signor Van Der Meer».

«Non sono io. Dovete aver sbagliato porta».

«Siete sicuro? Perché mi hanno detto di venire al numero 7 di questa strada».

«Questo è il numero 37. Il 7 credo sia là in fondo».

«Dove?».

«Là. Vedete?».

«No, a dire il vero non vedo molto. Non è che potreste accompagnarmi fino al 37?».

«Il 37 è questo. Voi dovete andare al 7. E comunque avrei da fare».

«Siete un fioraio?».

«No. Perché?».

«Ho visto adesso il nome sulla porta: Spinoso. Dovrete avere a che fare con le rose, per un soprannome del genere».

«Non Spinoso; Spinoza. È il mio nome».

«Ah, Spinoza… Mi suona familiare, ma non mi pare un nome delle nostre parti. Da dove venite? Rotterdam?».

«I miei genitori venivano dal Portogallo».

«Oh, il Portogallo. Bella terra. E cosa vi ha portati qui in Olanda?».

«Veramente avrei da fare, signore. Guardate: se proseguite dritto per la strada arrivate senza problemi al numero 7».

«Oh, ma non ho fretta, caro Spinoso. E poi, mi perderei».

«Spinoza».

«Spinoza».

«D’accordo, allora. Accomodatevi. Sedete lì. Devo finire un lavoro, poi potrò accompagnarvi».

«Che lavoro fate? Fioraio? Perché ho visto il vostro soprannome scritto sulla porta e…».

«Mi prendete in giro?».

«Chi? Io?».

«Voi».

«No. Perché dovrei? Neppure vi conosco».

«Uhm. Comunque, faccio il tornitore di lenti».

«Lenti? Uh, capitate a fagiolo, allora. Siete ottico?».

«Una specie».

«Siete sicuro di non chiamarvi Van Der Meer? Perché mi hanno detto che Van Der Meer è proprio un bravo ottico».

«Sì, sono sicuro di non chiamarmi così. Mi chiamo Spinoza, Baruch Spinoza».

«Eppure il vostro nome non mi suona nuovo. Siete bravo nel vostro lavoro? Siete famoso?».

«Sicuramente sono più bravo di quello che vi ha venduto le lenti che portate ora: mi sembrate cieco come una talpa».

«Eh, lo so. Anche quella volta che mi hanno fatto questi occhiali stavo cercando Van Der Meer, ma sono finito in casa di un certo Janssen o qualcosa del genere. Me le ha fatte lui, queste lenti. Non sono nemmeno sicuro che fosse un ottico: aveva scritto Spinoso anche lui, sulla porta».

«Spinoso?».

«Sì, ma lui aveva anche delle rose nello studio. Nel vostro non ne vedo. Anche se magari ci potrebbero essere: non vedo granché».

«No, non ci sono rose. Solo libri e lenti».

«Libri e lenti? Fate gli occhiali e poi li fate provare subito ai presbiti?».

«No, i libri sono lì per me. Studio e scrivo».

«Trattati di ottica?».

«No, per carità. Altre cose».

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«Io leggo molto, ma francamente non ricordo libri scritti da Van Der Meer».

«Ma io non mi chiamo Van Der Meer, porca di quella…».

«Uh, va bene, va bene. Non siete Van Der Meer. L’ho capito. Avete ragione, ho pure letto il vostro nome sulla porta. Janssen!».

«Spinoza».

«Ah, già. Spinoza. Portoghese. Ecco perché mi suonava familiare, allora: devo aver letto qualche vostro libro. Su, ditemi qualche titolo».

«Ho scritto qualcosa su Cartesio».

«Ah, Cartesio. Già, gran pensatore. Ma non credo d’aver letto roba vostra su Cartesio. Su, qualche altro titolo».

«Gli altri li ho pubblicati anonimamente. Non c’è il mio nome scritto sopra».

«E perché no?».

«Perché non voglio finire nei guai».

«Uh, per un libro, che sarà mai? Chi volete che li legga, i libri, oggigiorno?».

«Li legge sempre la gente sbagliata».

«Be’, suvvia, ditemi il titolo del libro anonimo. Cos’era, un libro in cui deridevate un qualche Statolder?».

«No, peggio».

«Peggio? Sarà mica…».

«Sì, quello».

«Parlavate di cose sconce? Guardate che ne ho letti, di libri così, ai miei tempi… È così che sono diventato quasi cieco».

«No, che avete capito? Niente cose sconce. Ho detto “peggio”, ma peggio per davvero».

«E cosa volete che ci sia di peggio delle cose sconce, a questo mondo?».

«La religione».

«Ah, mamma. Ma allora siete anche un poco fesso, scusate. Non lo sapete che di religione è sempre meglio non parlare? Che il mondo là fuori è fatto di vari tipi di miopi, soprattutto quando si parla di religione?».

«Oh, lo so bene».

«E poi non dovreste raccontarmi queste cose. Perché, vedete: io sono un pubblico ufficiale. Ora che so che avete pubblicato delle opere contro la religione, sono tenuto a far rapporto. Fossero state cose sconce, avrei potuto sorvolare, in cambio magari di una copia, di una sbirciatina, ma così no. Non posso rischiare. Prima o poi si saprà che sono stato nel vostro studio, e devo denunciarvi prima che denuncino me. Non avete nulla da dire?».

«Che volete che dica? Ormai sono abituato a tali accuse».

«Ebbene, accompagnatemi fuori. Da lì saprò trovare la strada per il mio ufficio. E aspettatevi presto una visita delle guardie pubbliche. Ripetetemi solo il numero civico di casa vostra, ché al momento non lo ricordo».

«Il… il 7».

«Bene. Arrivederci, signor Van Der Meer».

«Arrivederci, signore».

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

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IL NONNO DI VOLTAIRE

IL NONNO DI VOLTAIRE

 

 

«Senta, mi faccia chiamare mio nipote: lui sistemerà tutto».

«Signor Arouet, sono ore che continua a farneticare di questo nipote. Ora suo nipote non c’è e deve ancora spiegarci il motivo di questa lite».

«Macché lite e lite. È stato un semplice scambio di vedute. Abbiamo discusso un po’, tutto qua».

«La signora dice che lei l’ha minacciata».

«Io? Minacciata? Quella pazza megera! Io non ho minacciato nessuno! È lei che è ignorante e non capisce niente di quello che le si dice. Stupida e ignorante!».

«E dice anche che l’ha offesa».

«Io? Offesa? Ma no, io non offendo nessuno. Figuriamoci. Voi lo sapete, no, chi sono io?».

«Sì, lo sta ripetendo da ore: è il nonno del signor François-Marie Arouet. E io le sto ripetendo che non ho idea di chi sia quest’uomo».

«Ma come no? Avete cercato di metterlo in carcere tante di quelle volte…».

«Come?».

«Eh?».

«In carcere?».

«Non c’è mai stato sul serio. Ha solo avuto qualche amico in carcere, diciamo…».

«Suo nipote frequenta dei delinquenti? Guardi che qua il suo quadro, signor Arouet, si sta complicando. Solitamente, persone nella sua condizione sono già alla ruota o sottoposte a processo… è solo per via della sua reputazione in città che noi ci stiamo, per così dire, andando cauti».

«Oh, lo so, lo so. Ne parla anche mio nipote in quel suo libro…».

«Parla di cosa?».

«Di come fate di solito. Torture, processi sommari, ingiustizie. Vi fa apparire proprio come dei barbari».

«Signor Arouet, la mia pazienza sta giungendo al termine. Allora, avete o non avete minacciato la vostra badante? L’avete o non l’avete offesa?».

«Senta, le ho solo detto che non capisce l’ironia. Lo sa come sono queste badanti italiane: si offendono subito».

«La signora ci ha detto che lei l’ha offesa in maniera molto pesante. Che è sceso sul personale».

«Ebbene sì, lo ammetto. Le ho detto che la sua pasta fa schifo! Cos’è, un reato? Odio la cucina italiana, mi fa letteralmente schifo. E gliel’ho detto chiaro e tondo. Vengono qui da noi, si mescolano con noi, e vogliono imporci le loro tradizioni, anche quando sono disgustose. Oggi è la pasta, e domani cosa sarà? Il mandolino? I figli che rimangono in casa fino ai quarant’anni? Tutte quelle strane forme di pane che non sono la nostra baguette? La malavita organizzata? Il papa? La Madonna? Cos’altro ci vorranno imporre, quegli italiani? È dai tempi di Giulio Cesare che vogliono colonizzarci, è una cosa orribile e scandalosa! Tornatene a casa tua, le ho detto. Gli italiani vanno aiutati a casa loro, le ho detto. Ho fatto bene, signor capitano? Ho fatto bene? Scusi, sa, ma credo mi sia sfuggito il suo nome».

«Michel Belmondo».

«Belmondo?».

«Sì, signor Arouet. Belmondo».

«Ah».

«Nonno, nonno!».

«Oh, che fortuna: è arrivato mio nipote».

«Che fortuna, già».

«Salve, mi chiamo François-Marie Arouet, per servirla. Come mai trattenete mio nonno?».

«Lo stiamo interrogando. La sua badante l’ha denunciato per offese e minacce».

«Offese e minacce? Nonno!».

«Ho detto solo quello che penso! Non sei tu quello che darebbe la vita per farmi dire quello che penso? Ecco, ora dai pure la tua vita: fatti arrestare al posto mio».

«Ma no, nonno. Ti ho già spiegato che non ho mai scritto quella frase, sono i miei fan che…».

«No, aspetti: io l’ho già sentita quella frase. Adesso effettivamente il suo nome mi suona un po’ più familiare. Arouet, Arouet… dov’è che l’ho sentito?».

«Forse mi conoscete meglio per il mio pseudonimo: Voltaire, difensore degli oppressi, oppositore delle teorie più stupide, propulsore di idee nuove».

«Oddio, sì, ora ricordo! Io ho due suoi libri in casa mia!».

«D’altronde, chi non ne ha, dico bene? Cosa ha letto? Il Trattato sulla tolleranza? Micromega? Il Candido?».

«Oh, non ha capito: non ho letto nulla. Mi hanno regalato un suo libro per Natale, e adesso lo uso per tenere fermo un tavolo che oscillava. Il titolo onestamente non lo ricordo, ma mi avevano detto che questo Voltaire si chiamava in realtà Arouet».

«Lascialo perdere, nipote: è italiano. Lo sai come sono fatti».

«Be’, comunque sia, cosa posso fare per far uscire mio nonno da questa incresciosa situazione? Con chi devo parlare?».

«Se convince la badante a ritirare la denuncia…».

«Giusto, la badante. Dov’è, ora?».

«Di là, col figlio».

«Vado a parlarle, nonno. Tu resta qui col signore, d’accordo? E non combinare guai».

«Nessun guaio. Sono uomo di mondo».

«Be’, senta, ora che siamo rimasti soli… davvero non li ha letti, i libri di mio nipote?».

«Neanche un rigo. Mi sono perso molto?».

«Non ne ho idea, non li ho letti nemmeno io. Ma non glielo dica, per carità, che è così permaloso…».

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LA MOGLIE DI SOCRATE

LA MOGLIE DI SOCRATE

 

 

Diceva mia madre: «Santippe, mia cara, prima o poi dovrai prendere marito». E io: «Mamma, come diceva quel tale: c’è sempre tempo». «Occhio, che arriverà anche il momento in cui di tempo non ce ne sarà più».

E io rimandavo, ma sotto sotto sapevo che prima o poi avrei dovuto farla contenta, avrei dovuto davvero prendere marito.

 

Il fatto era che non è mai facile scegliere un compagno di vita. Ci sono certi tipacci, in giro… E poi, chi lo sa? Meglio giovane o anziano? Ricco o povero? Ambizioso o devoto alla famiglia?

 

Mia madre, per dire, un partito me l’aveva anche trovato. Aristofane, si chiamava. Scriveva commedie, che è un mestiere a mio giudizio abbastanza meschino: prendere in giro la gente per campare non mi sembrava il massimo, nella vita.

No, io volevo un uomo che fosse importante, amico dei potenti, con tante ricche famiglie disposte a mantenerlo. Proprio quando diedi queste indicazioni a mia madre fu lei che – per la verità forse un po’ esasperata – mi condusse dall’uomo che sarebbe diventato il mio consorte: «Vuoi un uomo che conosce Alcibiade e Crizia? Un uomo che ha un sacco di allievi ricchissimi che non vedono l’ora di mantenerlo? Un uomo che è noto in tutta Atene? Eccotelo. Si chiama Socrate, ed è scapolo».

Mi presentai con le dovute cautele, feci un inchino e un sorriso appena accennato. A me, a prima vista, non pareva tutto ‘sto granché: vestito in modo molto modesto, sembrava anche un po’ rachitico. Certo, aveva dietro torme di allievi che lo seguivano passo passo, e questo non poteva non stupire una ragazzotta di campagna come me: all’epoca non avevo ancora vent’anni e non sapevo come girasse il mondo.

 

In breve ci sposammo. Già dalla prima notte di nozze capii che qualcosa non andava: tutti gli allievi pretesero di entrare in camera da letto con noi, e a me proprio non andava di farlo con un sacco di ragazzotti brufolosi a guardarci sbavanti e a prendere appunti sulle loro tavolette di cera. Me lo ricordo ancora lo sguardo di quel suo studente dalla fronte larga, che sussurrava: «Donne in comune, donne in comune…». Inquietante.

 

Poi mi portò in viaggio di nozze. Per tutto il tempo del fidanzamento non mi aveva voluto rivelare la destinazione, affermando che sarebbe stata una sorpresa che mi avrebbe lasciata a bocca aperta. Pensavo alla Magna Grecia: Siracusa, Akraga, al limite, più a nord, Elea; oppure l’Asia Minore, la Ionia. Nei miei sogni più arditi avevo anche ipotizzato l’Egitto o la Persia.

«Ma cosa c’è di più bello dell’Acropoli di Atene?», mi disse Socrate, quando già avevo la valigia in mano.

«L’Acropoli? Di Atene?».

«Certo. Ce la invidia tutta la Grecia. Pensa, ci passeggiano un sacco di pensatori che vengono da ogni parte del mondo per discutere di filosofia. E quindi ho pensato: perché non passare lì il nostro viaggio di nozze?».

«Sull’Acropoli?».

«Certo, sull’Acropoli».

«A discutere con i pensatori?».

«Esaltante, vero?».

«Niente mare, niente piramidi?».

«Ehm, no, direi di no».

«Niente giro turistico della Sicilia?».

«Ecco… no, niente».

«Niente oriente misterioso, dune del deserto, cucina italiana?».

«No, cara».

«Solo pensatori squattrinati e pidocchiosi che passeggiano per l’Acropoli della nostra città?».

«Ora non vederla così male, tesoro».

 

Ma non è nemmeno solo questione del viaggio di nozze. Il problema è proprio come si comporta nella quotidianità. Prima cosa: non ha un lavoro. Cioè, i sofisti insegnano e si fanno pagare, lui invece no: ha un sacco di allievi ricchissimi, ma non vuole un centesimo. E di lavorare sul serio, sui campi o in qualche bottega, non ne vuol nemmeno sentir parlare.

«Ma Socrate, marito mio, come pensi di sfamare la tua famiglia? Sono pure incinta…».

«Il denaro è un’occupazione molto vile, Santippe. Tu partorirai un bimbo, ma io faccio partorire le anime, mica bruscolini».

«Partorire le anime? Socrate, ti prego: sii concreto. Dobbiamo arrivare alla fine del mese. Che cosa fai tutto il giorno?».

«Mah, sai: faccio cose, vedo gente…».

 

Per non parlare delle volte in cui passa le serate in giro per la città. Di solito passa per casa alle 7 di sera, quando ho già messo la carne sul fuoco.

«Cara, stasera mangio fuori».

«Ancora? Ma dove?».

«Mi hanno invitato a casa di amici. Si parla d’amore».

«D’amore? Ma stai qua con noi, ché hai tre figli a cui bisogna cambiare la fasciatura: dimostracelo qua, l’amore».

«Eros non si occupa di queste quisquilie».

«Infatti mica l’ho chiesto a Eros, l’ho chiesto a te».

«Ti manderò il mio allievo, Platone, a darti una mano. Io devo proprio andare».

«No, Platone no! Quello è un maniaco. Mi divide i figli in tre classi: e a Menesseno tocca sempre fare il lavoratore, e s’incazza».

«Dai, non è così male. Ora devo andare».

«No, Socrate! Ti ho detto di stare qui con noi e tu starai qui».

«Cara, è la mia missione. Un giorno la città mi ripagherà per questo».

«Socrate, non osare varcare quella soglia o, quant’è vero Zeus, ti tiro in testa l’acqua della brocca».

«Amore, mi dispiace, ma mi aspettano. Pensa, c’è anche il tuo ex, Aristofane».

«Socrate, ultimo avviso: fermati!».

«Devo proprio. Ci vediamo dopo».

Splash. Non potei fare a meno di mantenere la promessa.

«E sì che lo sapevo – commentò lui mentre filava a gambe levate – che il tuono di Santippe si trasforma sempre in pioggia».

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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