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Posted in In evidenza, QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO, Ultimi Articoli

IL VICINO DI HOBBES

IL VICINO DI HOBBES

 

L’erba del vicino è sempre la più verde, dicono. Sarà, ma l’erba del mio, di vicino, è francamente impresentabile, un’onta per tutto il nostro bel popolo inglese che invece in fatto di prati primeggia in Europa.

E non è nemmeno solo questione del prato: è proprio il vicino che è impresentabile. Ogni mattina esce guardingo da quel portoncino, guardandosi perennemente in giro, come se temesse di venire aggredito da un ladro appena richiuso il cancello della sua proprietà; credo anche che sotto a quel suo pastrano porti una qualche arma, un bastone o qualcosa del genere, perché una volta, tornando a casa di sera, l’ho sorpreso a inseguire un gatto randagio urlando: «Homo homini lupus, e figuriamoci feli!».

Si chiama Thomas Hobbes e sulla lastra di marmo appesa davanti a casa sua ha fatto scrivere, come professione, “filosofo e matematico”. Aggiungendoci subito sotto, col gesso: «Quindi andatevene via perché non ho soldi». Ha vissuto per qualche tempo in Francia, dove secondo i bene informati è riuscito a litigare un po’ con tutti, ma per la vecchiaia ha deciso di ritornare in patria, anche perché ormai la guerra civile da cui era scappato è terminata con la salita al potere di Oliver Cromwell.

Da qualche tempo il governo gli ha consentito infatti di tornare a Londra, a lavorare per i Cavendish, la famiglia di cui è quasi sempre stato a servizio, ma lui rimane sospettoso. Ha scritto qualche libro, mi dicono, in cui sostiene che la Repubblica sia una baggianata, e per questo aveva deciso di starsene lontano da Cromwell e dai suoi amici; poi però ha litigato anche con gli esiliati e coi reali scappati a Parigi e, insomma, ora forse s’è venduto al nemico.

Solo che è sempre così guardingo, sospettoso: crede che dappertutto ci siano spie del governo che lo controllano.

Ne ho avuto un’ulteriore dimostrazione ieri sera.

Me ne stavo beato sulla mia poltrona in salotto, intento a sfogliare un libro che faticosamente mi sono fatto portare da Parigi; un libro divertente, scritto da uno spagnolo, che racconta le avventure di un pazzoide che se ne va in giro per il paese a combattere contro i mulini a vento.

È anche per questo che mi dà particolarmente fastidio quando mi distolgono dalla lettura. Eppure accade sempre, ed è sempre mia moglie a farlo.

«Abbiamo finito il sale», mi ha detto.

«Bene», le ho risposto, senza alzare gli occhi dal volume.

«Sai che non mi piace il cibo insipido. Vallo a chiedere al vicino».

«Cosa? Il cibo insipido?».

«Dico: vai a chiedere un po’ di sale al vicino».

«Ma sei matta? Hai presente chi è il nostro vicino? Appena busso alla porta quello mi spara col cannone. Sono sicuro che ne tiene uno nell’entrata di casa».

«Non essere paranoico. Su, vai. Su, senza fare storie».

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E così mi sono recato nella casa degli orrori.

Toc toc. Toc toc. Toc toc. Ho dovuto bussare per almeno cinque minuti prima che qualcuno venisse alla porta.

«Chi è?», ho sentito, senza però che l’antro si aprisse.

«Ehm, salve… sono il signor Warren, della casa a fianco. Disturbo?».

«Sì, molto».

«Oh, me ne dispiaccio. Chiedo scusa. Avrei bisogno però di un piccolo, piccolissimo favore».

«Cioè?».

«Vede, malauguratamente in casa abbiamo finito il sale. Non è che lei ne avrebbe giusto un pochino da prestarmi?».

«Prestare? Intende dire che poi, dopo averlo usato, ha intenzione di riportarmelo?».

«No, certo che no, sarebbe impossibile. Se vuole domani, con i negozi aperti, la mia domestica può portargliene indietro altrettanto, ovviamente dopo averlo comprato».

«Sarei quindi costretto a sorbirmi un altro dialogo del genere, questa volta con la sua domestica?».

«Ehm, ecco, se vuole posso dire alla domestica di lasciarle il sale davanti alla porta, se non ha voglia di vederla».

«Davanti alla porta? Così che il primo passante me lo rubi?».

«Ma chi vuole che le rubi un po’ di sale?».

«Quanto è stupido. Non sa che la nostra vita è una bellum omnium contra omnes?».

«Ah, non mi parli in latino, caro signore, ché non lo comprendo. Se vuole capisco bene il francese».

«No, francese mai più. Mi ha deluso, quel paese. Come l’Inghilterra del resto…».

Intanto io ero sempre appoggiato a un portoncino chiuso, e i passanti mi scambiavano per un maniaco o per un pazzo che parlava da solo, tanto che dovevo ogni tanto fingere di star aspettando qualcuno, come per un appuntamento.

«Senta, Hobbes, ce l’ha questo sale oppure no?».

«Il sale ce l’ho, ovviamente. Mica sono uno sprovveduto».

«Bene. Può prestarmene un po’? La mia domestica domani gliene lascerà il doppio sulla porta, senza disturbare».

«Poi se ne andrà e mi lascerà in pace?».

«Certo che sì».

E così sono entrato nel sancta sanctorum del filosofo, ho superato le trappole per topi e quelle per umani (se non stavi attento, entrando in cucina facevi scattare un oscuro ingranaggio che ti faceva cadere una tagliola sul collo… una chicca importata dalla Francia, a sentir Hobbes), una suocera francamente impresentabile e i ritratti dei nemici (ho scorto i nomi di Cartesio, Wallis e Bramhall) contro cui si doveva divertire a lanciar coltelli; alla fine sono arrivato all’agognato sale.

Infine, il filosofo mi ha riaccompagnato alla porta, sempre puntandomi contro quella dannata rivoltella e raccomandandosi di non farmi più vedere.

Uno sfizio, però, andandomene me lo sono voluto togliere. Appena varcato il cancello di casa sua, quando credevo d’essere a distanza sufficiente da quella pistola antidiluviana, mi sono voltato verso di lui e gli ho detto: «Ehi, Hobbes!».

«Che vuole ancora?».

«Sua suocera è brutta come un mostro! Pare un leviatano!». E me ne sono fuggito.

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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LA ZIA DI FREUD

LA ZIA DI FREUD

 
 
La cosa che più non sopporto di noi ebrei è quando tentiamo di imitare i cristiani. Ad esempio adesso: visto che loro festeggiano il Natale, dobbiamo per forza far festa anche noi con ḥănukkāh, una celebrazione che, quand’ero piccola io, quasi nemmeno consideravamo. Così dobbiamo trovarci tutte le sere per accendere le candele e stare in compagnia, anche se magari della religione ce ne importa molto poco.

Oh, per carità, di per sé non sarebbe nemmeno una brutta cosa, festeggiare ogni tanto. Le feste sono belle. Sono certi parenti, più che altro, a rovinartele. Prendete mio nipote Sigmund: durante l’anno ci ignora totalmente, immerso com’è nei suoi studi, nei suoi articoli, nelle sue conferenze; ad ḥănukkāh però, a sorpresa, si presenta alla porta, armato del suo sigaro e del suo sguardo indagatore.

Già quand’era piccolo aveva dato i suoi bei grattacapi, a sua madre e a me. Ricordo ancora quand’era all’asilo e metteva costantemente le bambine in un angolo, si tirava giù i pantaloni e mostrava loro il pistolino, urlando: «Io ce l’ho e tu no! Io ce l’ho e tu no!». Quante volte siamo dovute correre da delle maestre esterrefatte, chiedendo perdono e immaginandoci la loro riprovazione. Già non tutti amano gli ebrei, ma se poi facciamo pure la figura dei maniaci sessuali la vita può diventare davvero molto difficile.

Prendete però quello che è successo l’anno scorso, proprio per la festa di ḥănukkāh. Eravamo tutti a tavola, intenti a parlare del più e del meno, quando ho servito la mia classica minestra di lenticchie. Subito Sigmund se ne è uscito con una delle sue solite frasi enigmatiche: «Lenticchie. Interessante…».

Noi, i vecchi di casa, ci siamo guardati con quel tipico sguardo d’intesa. Non abbiamo aperto bocca, ma tutti abbiamo letto il pensiero l’uno dell’altro: «Nessuno osi chiedergli cosa intende dire!».

Purtroppo a tavola non c’eravamo solo noi vecchi, ma anche i giovani e inesperti nipotini: «Cosa vuoi dire, zio Sigmund?», ha domandato quell’ingenua di Edith.

«Come scriveva lo stoico Artemidoro, sognarle è presagio di lutto. Sembra quasi che qui qualcuno voglia uccidere qualcun altro».

«Grande, zio! Come in un romanzo di Agatha Christie!», ha risposto Edith.

«Agatha chi?».

«Agatha Christie. È una giovane scrittrice inglese. Non hai mai letto niente di suo?».

«No. C’è qualche figlio che uccide suo padre, in questi romanzi?».

«Non lo so. Di omicidi ce ne sono parecchi, se è questo quello che cerchi».

«Sesso ce n’è?».

«Scusa?».

«Sesso. Hai presente? Il pene, la vagina, il fornicare, dentro e fuori, dentro e fuori… tutto l’armamentario…».

In tre secondi l’amabile cena in famiglia si era trasformata in tragedia: nonna Rachel stava per strozzarsi con le lenticchie che le erano andate di traverso (e Sigmund, in sottofondo, commentava: «Visto? L’avevo detto che sarebbe morto qualcuno. La psicoanalisi non sbaglia mai»); la piccola Edith sembrava in trance, incapace di svegliarsi dallo shock; la madre di Edith, Sarah, stava cercando in cucina un coltello per sgozzare Sigmund (urlando: «Hai ragione, Sigmund! Qualcuno oggi morirà!»).

Quell’anno abbiamo evitato il morto per miracolo. E quest’anno rischiava di andare anche peggio: già appena si è iniziato a parlare della festa, sono sorti i problemi.

Nonna Rachel ha avuto un infarto semplicemente guardando il calendario.

Sarah ha subito chiarito: «No, se c’è Sigmund io non vengo. Oppure vengo, ma mi porto dietro quel suo collega che odia tantissimo, quello Jung, e me lo porto a letto nella stanza in cui Sigmund dormiva da bambino, facendo in modo di farmi sorprendere da lui. Sai che colpo! Capace di scriverci cinque libri, su una cosa del genere!».

La giovane Edith invece dall’anno scorso ha dei problemi. Ha smesso di leggere i libri della signora Christie e ora si concede solo cose sconce, come quell’Amante di Lady Chatterley che si è procurata andando di nascosto in certi botteghini della periferia di Vienna, dove spacciano libri proibiti. Ha le occhiaie, il viso emaciato, e le stanno venendo gli stessi chiodi fissi di suo zio: il sesso, il – mi vergogno anche a scriverlo – pene, la libido.

E così ieri sera si è svolta l’ennesima, penosa cena di famiglia.

Già all’entrata Sigmund s’è lanciato nei suoi soliti saluti: «Buonasera a tutti. Oh, guarda, un vaso di fiori rossi al centro del tavolo: cara zia, ti dispiace proprio non aver più il mestruo, eh?». C’è da dire che sa come creare un clima disteso.

«Edith, per favore. Aiuta tuo zio col cappotto», ho quindi detto. La ragazza mi sembrava così assente, cercavo solo di smuoverla. I due si sono avviati verso l’entrata.

«Vuoi darmi il cappotto, zio Sigmund?», ha chiesto lei.

«Dipende. Cosa vuoi farci?».

«Pensavo di appenderlo…».

«Fammi vedere l’attaccapanni. Ce ne sono certi che sono dei poderosi simboli fallici; altri, invece, ricordano la vagina». Forse non era stata una buona idea mandare la povera Edith.

«Il cappotto, allora…?».

«Non so. A dire la verità ho un po’ di freddo…».

«Freddo? Ma se la zia ha messo il riscaldamento al massimo? Ci saranno quasi 30 gradi!».

«Eppure sento freddo».

«Dai, zio, morirai di caldo. Dammi quel cappotto».

«No!».

«Ma perché no? Io… Oh, un attimo! Aspetta! C’è qualcosa in quel cappotto!».

«Cosa? Che intendi?».

«Sì, ho capito. È un meccanismo psicologico. Non me lo vuoi dare perché per te quel cappotto rappresenta qualcosa! Cosa ti hanno fatto col cappotto quando eri piccolo, zio Sigmund? Violenza, mancanza d’affetto, qualcosa che hai visto? Cosa?».

«Ma no, Edith – s’è messo a sussurrarle –. Ci tengo dei cioccolatini pregiati, qui, nella tasca interna. Vedi? Non sopporto le lenticchie della zia, e ogni tanto me ne pappo uno. Se vuoi te ne posso passare qualcuno di nascosto».

«Cioccolatini?».

«Cioccolatini, sì».

«Tutto qua? Niente peni, vagine, strumenti sadomaso?».

«No, solo cioccolatini».

«Zio, certe volte sei una tale delusione…».

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Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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LA BAMBINAIA DI HEGEL

LA BAMBINAIA DI HEGEL

 

 

Georg? Vuol dire Giorgino? Signore del cielo, certo che me lo ricordo, Giorgino. Non è un tipo facile da dimenticare, quel ragazzo. Mi ha dato certi grattacapi…

A prima vista sembrava un bambino serio, intelligente, molto ubbidiente. Sotto sotto, però, covava certe idee…

Sono entrata a servizio dai signori Hegel quando Giorgino aveva più o meno 7 anni. Allora ero una donna abbastanza giovane, da poco divenuta madre. Sa come funzionano queste cose: un signore comincia a farti due complimenti, tu non ci sei abituata e in quattro e quattr’otto ti ritrovi madre di una ragazzina che il laido vecchiaccio non vuole riconoscere. Mi son dovuta mettere a servizio per quello: per mantenere me e la piccolina.

Anche il giovane Georg sapeva bene come funzionano queste cose, nonostante avesse appena 7 anni. Proprio per questo ho passato vari anni a cercare di insegnargli – a furia di randellate – a comportarsi in maniera più consona al suo status, anche se si può dire che ho fallito. La sua storia, d’altronde, parla da sé.

I primi segnali che quel ragazzino non fosse proprio a posto li ebbi quando, pochi mesi dopo il mio arrivo, lo sorpresi un giorno a voler fare un gioco pericolosissimo con la mia figliola.

«L’ho chiamata roulette russa», mi spiegò, tutto pieno d’entusiasmo, mentre io fissavo inorridita la rivoltella che aveva posato sul tavolo in mezzo a loro.

«Roulette cosa?».

«Russa. L’ho chiamata così perché ci vuole un bel po’ di sangue freddo per farla. Vedete, si gioca così: si mette sul tavolo una rivoltella con una pallottola sola; poi, il primo si spara un colpo alla testa, senza sapere se la pallottola è in canna o se la pistola sparerà a vuoto; prosegue poi il secondo, sempre nelle medesime condizioni, e avanti così».

«Avanti così fino a quando?».

«Fino a quando uno non muore o non si arrende, per paura di morire. È molto interessante questa dinamica: perché ho notato che chi si arrende, per l’appunto per paura della morte, poi tende a sottomettersi a chi non ha avuto il suo stesso timore».

«E voi, signorino, siete un tipo che si arrende?».

«No, no, io faccio il padrone».

«E… a chi toccava il prossimo turno?».

«A me. Vostra figlia aveva appena tirato il grilletto, tutta piangente. È così poco prussiana, vostra figlia».

A quel punto sparai un colpo in aria, giusto per vedere se Giorgino sarebbe morto, se non fossi intervenuta. «BANG!», echeggiò nella sala. Il piccolo raggelò. Speravo di avergli dato una lezione di vita, almeno finché non si sentii un urlo di dolore provenire dal piano di sopra. Maledetti soffitti e pavimenti in legno: avevo azzoppato il vecchio zio Franz, in visita di cortesia. Per fortuna Giorgino era già un ragazzo di mondo e sapeva come cavarsi rapidamente d’impiccio. Quando il parentado scese nella stanza, eravamo già altrove e la pistola fumante era pronta per essere rimessa nella sua vetrinetta o venduta a qualche rivoluzionario scapestrato.

I grattacapi peggiori, però, arrivarono qualche anno dopo. Georg aveva appena iniziato il ginnasio ed era sovente preda dei bollenti spiriti della sua età. A farne le spese, manco a dirlo, la mia povera figliola. Li sorpresi un’altra volta, nella stessa sala di quando erano bambini.

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«Signorino! Oh mio Dio! Cosa state facendo?».

«Oh, niente, niente – farfugliò lui, cercando di rimettersi dentro ai pantaloni delle parti del corpo che effettivamente sarebbero dovute stare dentro ai pantaloni –. Io e vostra figlia… stavamo…».

«Stavate…?».

«Vi ricordate di quella volta in cui vi spiegai che chi ha paura della morte diventa servo?».

«Altroché se me la ricordo. Anche allora combinavate dei guai!».

«Ebbene, col tempo mi sono reso conto che non è vero che chi non teme la morte diventa padrone. O, meglio: diventa sì padrone, ma per poco. Non so fare a meno di vostra figlia, signora; sono io il suo servo».

«Già, come non sapevate fare a meno della figlia del signor Müller, l’altra settimana. E della figlia del dottor Becker, il mese prima».

«Cosa vi devo dire? Io sento che siamo parte di un tutto, che da soli non abbiamo alcun senso e che solo uniti possiamo raggiungere un qualche obiettivo».

«Sì, madre, lo dice sempre anche a me», intervenne quella disgraziata di mia figlia, facendomi salire i nervi a fior di pelle.

«Taci, tu! E voi, signorino: spero che questa sia stata la prima volta in cui avete cercato di svergognare la mia figliola».

«La prima? Be’, oggi sì: la prima».

Non ci vidi più: andai alla vetrinetta in cui era stata messa la cara e vecchia pistola e sparai un altro colpo in aria, per la rabbia. Fu solo quando sentii urlare un «Ancora? Ma che diavolo di problema avete, in questa casa?» che mi ricordai, troppo tardi, che in casa c’era di nuovo il caro zio Franz. Veniva a trovarci rarissimamente, ma sempre nel momento sbagliato.

 

Quindi no, non mi sorprende quel che mi dite: che prima o poi avrebbe messo incinta l’affittacamere o qualche altra povera ragazza era prevedibile.

Quello che non mi aspettavo è che sarebbe diventato filosofo. Ma cosa vi devo dire? A volte il destino ti punisce per tutte le tue malefatte, credo.

Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

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IL BAGNINO DI ERACLITO

IL BAGNINO DI ERACLITO

 

 

L’estate è la mia stagione preferita.
I ragazzi scendono al fiume e giocano con l’acqua, ritrovano la gioia di vivere dopo un inverno passato a studiare e allenarsi.
Anche gli adulti – magari con un po’ di timidezza – si spogliano e si tuffano, riscoprendo il piacere del contatto con la natura.
Sono scene molto belle, a cui io assisto dal mio sasso, controllando ogni momento e intervenendo se c’è da intervenire.
La città mi ha nominato “Guardiano del fiume”, che è un nome un po’ altisonante per dire che sostanzialmente faccio il bagnino. Al di là di tutto, è un lavoro che mi piace, e mi sembra di aver già chiarito perché.
C’è un unico difetto, sul quale, in altre circostanze, si potrebbe forse sorvolare: che al fiume non scendono solo le persone che vogliono giustamente divertirsi o rilassarsi. Nossignore, al fiume scendono anche tutti i matti della città. D’altronde, mica è vietato; e qual è il posto migliore per andare a fare i matti se non dove tutti gli altri vogliono stare in santa pace?
Tra tutti i pazzi, in particolare, ce n’è uno che è il più fastidioso. Si chiama Eraclito, anche se a lui piace farsi chiamare con dei soprannomi, stupidi, ovviamente. Pensate che ad Halloween — questa festa posticcia che ultimamente abbiamo importato dai persiani, niente a che vedere con le nostre sane tradizioni greche — si è vestito con un costume ricamato da sé, una cosa tipo “vendicatore mascherato”, o “giustiziere della notte”. Andava in giro, casa per casa, urlando: «Sono Eraclito l’oscuro! Sono Eraclito l’oscuro». Qualcuno ha proposto di processarlo per empietà e così avere una scusa per cacciarlo dalla polis, ma alla fine non se ne è fatto niente.
«È solo un povero pazzo», dicevano i più.
Sì, sarà pur vero, ma quel povero pazzo, quando scende al fiume, sono io a dovermelo sorbire.
E quando scende al fiume non fa più solo qualche schiamazzo mascherato. Nossignore, quando scende al fiume lui deve fare “il filosofo”. «Devo dimostrare le mie teorie – dice sempre – così la gente di Efeso capirà che dico il vero». E, detto questo, si tuffa nel fiume e comincia a nuotare forsennatamente, a più non posso, cercando di battere la corrente in velocità.
Nuota così forte che sembra sempre sul punto di farsi venire un colpo e affogare, per questo ogni volta che lo vedo arrivare mi preparo, e poi costeggio il fiume assicurandomi che non tracolli, cosa che però, dopo qualche decina di metri, puntualmente fa.
A quel punto tocca a me: mi getto nel fiume, lo acchiappo prima che finisca sott’acqua e lo trascino di peso a riva, mentre lui continua a urlare che ce la farà, prima o dopo, a bagnarsi due volte nello stesso fiume.
«Tu deliri, Eraclito – gli dico, mentre tento di rianimarlo e di fargli sputare l’acqua che ha ingerito –. Non serve che affoghi per dimostrare che ti sei già bagnato ben più di due volte in questo stesso fiume».
«No, bagnino – mi risponde lui –. Il fiume non è lo stesso dell’altra volta, è cambiato».
«Sei confuso per lo spavento. È lo stesso, te lo assicuro».
«No, le acque sono defluite. L’acqua è nuova. Tutto scorre e nulla rimane mai uguale a se stesso. Panta rei!».
«Certo, certo, come vuoi. A me l’acqua pare sempre sporca uguale, sempre la stessa latrina. Ma se tu dici che scorre, mi fido. D’altronde, sei filosofo».
«Sì, appunto».
«Di giorno filosofo e di sera cavaliere oscuro, no?».
«Oscuro e basta. Il cavallo non mi piace».
Questa scena si ripete ormai tutti i giorni. Ho anche scritto al tiranno, Melancoma, chiedendogli di darmi una mano con questo tizio, perché le prime due o tre volte ci può anche stare di salvare un vecchio pazzo dall’annegamento, ma quando lo si deve fare tutti i giorni mi pare lecito chiedere quantomeno un aumento.
Melancoma mi ha detto che l’ha convocato e ci ha parlato a lungo, ma a quanto pare Eraclito non è disposto a cambiare le proprie abitudini. Anzi, sembra aver avuto anche un certo ascendente sul nostro tiranno, che ora ne tesse le lodi in ogni dove e dice di voler cambiare vita per seguire i suoi insegnamenti; speriamo solo che non si metta pure lui a fare bagni a tradimento nel fiume, perché due pazzi per volta sarebbero decisamente troppo.

 

Ermanno Ferretti

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I BIOGRAFI DI ARTHUR SCHOPENHAUER

I BIOGRAFI DI ARTHUR SCHOPENHAUER

 

Solitamente, in questa rubrica invento qualche storiella grottesca prendendo spunto da fatti o aneddoti della biografia dei vari filosofi. Lo faccio perché credo sia carino mostrare il lato comico e assurdo della filosofia, ma anche perché i grandi pensatori hanno spesso vite piuttosto banali, e la fantasia può aiutare a renderle più interessanti.

Oggi, per una volta, voglio però fare un’eccezione; c’è, infatti, un filosofo che non ha bisogno di interventi creativi, perché ha vissuto una vita che è già grottesca di suo: Arthur Schopenhauer.

Voi lo ricorderete, probabilmente, come il filosofo del pessimismo cosmico, del dolore e delle vie di liberazione, del velo di Maya e del nirvana. E, in effetti, fu tutto questo. Quello che a volte non si ricorda o non si conosce, però, è la sua vita privata, e soprattutto i suoi problemi con le donne.

Misogino incallito, Schopenhauer doveva sembrare particolarmente burbero, in vita.

Bertrand Russell riferisce che una volta, infastidito da una vecchia che chiacchierava con un’amica davanti alla porta del suo appartamento, la spinse letteralmente giù dalle scale; questa riportò conseguenze permanenti e gli fece causa: il giudice decretò che il filosofo le pagasse un vitalizio di 15 talleri al trimestre, a scopo di risarcimento. Schopenhauer, però, non si pentì affatto del gesto, e quando la vecchia morì, una ventina d’anni dopo, annotò sul suo registro dei conti la formula latina Obit anus, abit onus, cioè «la vecchia muore, il debito cessa».

D’altronde, non aveva nessuna stima delle donne. Scriveva che «il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, poteva essere stato chiamato il bel sesso soltanto dall’intelletto maschile obnubilato dall’istinto sessuale», e che «poiché non esiste l’istituto della poligamia, gli uomini per metà della loro vita sono puttanieri e per l’altra metà cornuti; e le donne si dividono, di conseguenza, in tradite e traditrici. Chi si ammoglia giovane, più tardi si trascina dietro una vecchia; a chi si ammoglia più tardi toccano prima malattie veneree e poi corna. La poligamia avrebbe tra i molti vantaggi anche quello che l’uomo non verrebbe ad avere un legame così stretto con i propri suoceri, il terrore dei quali impedisce ora innumerevoli matrimoni. E però: dieci suocere invece di una!».

Due erano le sole cose che sembrava amare davvero: il suo barboncino e il suo denaro. In difesa del primo, scrisse varie e sentite pagine contro la crudeltà sugli animali, attaccando anche la pratica – che allora non suscitava generalmente grandi dilemmi morali – della vivisezione a scopo scientifico; per quanto riguarda il denaro, invece, litigò per anni con la madre riguardo all’eredità paterna, che era di fatto l’unica questione di cui ormai discutesse con i parenti.

Il padre, d’altro canto, l’aveva per anni istruito all’arte della mercanzia e all’importanza dei conti, e il suo suicidio era stato probabilmente provocato proprio dalla madre di Schopenhauer, a quanto pare troppo distratta dal proprio ego. Freud non avrebbe avuto nessuna difficoltà, insomma, nell’individuare le cause della misoginia del filosofo tedesco.

E se mai avete visto i suoi ritratti più famosi, in cui viene rappresentato con un viso accigliato e un po’ terribile e con delle basette ispide e ampi ciuffi di capelli ai lati della calvizie, probabilmente avrete pensato – come me – che quel filosofo aveva un’aria familiare, magari non riuscendo a identificare chi vi ricordasse. Ebbene, facendo due più due, a me sembra chiaro che i tratti principali di Schopenhauer – avarizia, misoginia, pessimismo e disprezzo, unite a basette improponibili – siano quelli del primo Paperon de’ Paperoni di Carl Barks e quindi anche dell’Ebenzer Scrooge di Charles Dickens.

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Probabilmente né Dickens né Barks pensavano a Schopenhauer, lo so bene: i loro riferimenti erano i capitalisti della loro epoca, non certo un oscuro filosofo tedesco vissuto qualche decennio (nel caso di Dickens) o secolo (nel caso di Barks) prima. Ma io sono convinto che un legame, inconscio e culturale, ci sia. Anche perché, in fondo, la noluntas schopenhaueriana, cioè l’unico modo per uscire dal dolore e raggiungere il nirvana, in parte la si trova realizzata proprio in Paperone: certo, vive e respira solo per il denaro, ma è riuscito, come un asceta del capitalismo, a rinunciare e ad annullare tutti gli altri desideri, cercando ciò che è spiacevole (la scomodità, i vestiti da quattro soldi, il cibo umile).

Zio Paperone, anzi, è forse un esempio di ascesi molto più concreto di quello che fu Schopenhauer. Ancora Russell, in effetti, lo apostrofava così: «Il vangelo schopenhaueriano della rinuncia non è molto coerente né molto sincero. E neppure è sincera la sua dottrina, se ci è lecito giudicare dalla vita di Schopenhauer. Abitualmente pranzava bene, ad un buon ristorante; ebbe molti amori triviali, sensuali, ma non appassionati; era eccezionalmente litigioso ed avaro fuori dal comune. […] Sotto tutti gli altri aspetti era un completo egoista. È difficile credere che un uomo profondamente convinto della virtù dell’ascetismo e della rassegnazione non abbia mai fatto nessun tentativo d’applicare nella pratica le sue convinzioni».

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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