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LA REGINA LUCIA (ESTRATTO)

LA REGINA LUCIA (ESTRATTO)

 

 
Sebbene quel mattino di luglio il sole fosse caldo, la signora Lucas, mandati avanti la cameriera e i bagagli con la carrozza che le era stata inviata dal marito, preferì percorrere a piedi il mezzo miglio che separava la stazione da casa sua. Dopo quelle quattro ore di treno una passeggiatina sarebbe stata piacevole; e per quanto lo celasse alla sua coscienza, un altro motivo la induceva ad agire così. Era universalmente noto a tutti i suoi amici di Riseholme che sarebbe arrivata quel giorno con il treno delle 12,26 e a quell’ora la via principale del villaggio sarebbe stata sicuramente affollata. Così i suoi amici avrebbero visto la carrozza con il bagaglio fermarsi alla porta di The Hurst e non scendere nessuno tranne la sua cameriera.
Sarebbe stata una cosa interessante per loro: avrebbe provocato uno di quei piccoli brividi di piacevole eccitazione e scatenato quelle congetture che fornivano a Riseholme il suo pane quotidiano di emozioni. Tutti si sarebbero chiesti che cosa le fosse capitato, se non si fosse ammalata proprio all’ultimo minuto prima di lasciare la città, e se la sua ben nota forza d’animo, unita al suo riguardo per i sentimenti altrui, non l’avesse comunque spinta a mandare la cameriera ad avvertire suo marito di non preoccuparsi. Questo avrebbe senz’altro suggerito la signora Quantock, perché la sua mente, dedita allo studio della Scienza Cristiana, e determinata com’era a negare l’esistenza del dolore, della malattia e della morte per quello che riguardava se stessa, era invece sempre piena delle visioni più tetre per ciò che riguardava i suoi amici. Così, alla minima scusa, ipotizzava che tutti loro, poveri ciechi, soffrissero a causa di pretese infondate. E così, se la carrozza fosse già arrivata a The Hurst, e il suo arrivo fosse già stato notato o riferito a Daisy Quantock, vi erano ampie possibilità che questa avesse cominciato a dare la sua versione per spiegare quell’assenza. Con molte probabilità anche Georgie Pillson aveva notato l’anticlimax dell’arrivo della carrozza, ma avrebbe azzardato una spiegazione molto più plausibile, per quanto sbagliata. Avrebbe senz’altro indovinato che lei aveva mandato alla stazione la cameriera con il bagaglio per prendere il posto, mentre, dimentica del trascorrere del tempo, passava l’ultima mezz’ora in contemplazione dei capolavori italiani alla National Gallery o dei bronzi greci al British Museum. Non era di certo alla Royal Academy, perché la cultura di Riseholme, guidata da lei, respingeva in quanto privi di valore tutti gli sforzi artistici posteriori a Sir Joshua Reynolds, e anche molte cose precedenti… Suo marito, d’altro canto, saldamente ancorato alle ovvietà, sarebbe stato capace in modo deludente, anche prima che la cameriera avesse confermato la sua ipotesi, di concludere che lei stava semplicemente venendo a piedi dalla stazione.
Il motivo, dunque, che l’aveva spinta a mandare avanti la carrozza, sebbene nato inconsciamente, penetrò presto la sua coscienza, e quei tentativi di indovinare ciò che gli altri avrebbero pensato vedendola arrivare senza lei a bordo scaturivano dagli istinti drammatici che formavano tanta parte della sua mentalità, e le facevano sempre prendere, come per diritto divino, la parte principale negli intrattenimenti istrionici con i quali gli abitanti colti di Riseholme trascorrevano il tempo, o meglio, occupavano strenuamente i momenti strappati allo studio dell’arte e della letteratura, e ai loro impegni sociali. Per la verità non si limitava a prendere la parte principale, ma, se possibile, sosteneva due ruoli, essendo inoltre direttore di scena e responsabile dell’adattamento scenico, se non addirittura scenografo. Qualsiasi cosa facesse (ed erano moltissime le cose di cui si occupava), vi metteva tutta la forza delle sue percezioni drammatiche; e con tale ardore da non avere il tempo di guardare la platea: contemplava solo se stessa e la propria energia. Quando suonava il pianoforte, il che accadeva spesso, dedicando un’ora tutti i giorni a questo esercizio, non si preoccupava minimamente di cosa avrebbe potuto pensare chi fosse passato nella strada davanti a casa sua dei trilli che uscivano dalla finestra aperta: era solamente Emmeline Lucas, assorbita dal glorioso Bach, dal raffinato Scarlatti o dal nobile Beethoven. Quest’ultimo, forse, era il suo compositore preferito. Erano molte le sere in cui lei, a luci spente, e con solo il dolce fulgore della luna che entrava attraverso le finestre senza tende, sedeva con il suo profilo simile a un cammeo (o forse a una testina stampata su un francobollo), stagliato contro le pareti di quercia scura della sua sala da musica, estasiando se stessa e chi la ascoltava, se aveva degli ospiti per il pranzo, con il pathos squisito del primo movimento della sonata Al chiaro di luna. Devota e in adorazione del Maestro, il cui ritratto era appeso sopra il suo Steinway a coda, non si era tuttavia mai convinta che i due movimenti successivi fossero allo stesso sbalorditivo livello del primo, e inoltre “andavano” molto più velocemente. Quel giorno, comunque, durante il viaggio di ritorno in treno aveva riflettuto con serietà e, pianificando le sue nuove occupazioni, decise che avrebbe cercato di studiarli, così da poterne superare le complessità con accettabile perizia. Fino ad allora si era fermata in tutta sicurezza alla fine del primo movimento, durante quelle séances al chiaro di luna, affermando che gli altri due erano assai più simili al mattino e al pomeriggio. Con un sospiro chiudeva poi il piano dolcemente e, magari tergendosi qualche genuina lacrima dagli occhi, accendeva la luce elettrica, e prendendo un libro dal tavolo, in cui un tagliacarte segnava il punto della sua penetrazione, diceva: «Georgie, devi assolutamente promettermi di leggere questa vita di Antonio Caporelli appena la finisco. Prima non avevo mai capito l’ascesa della Scuola Veneziana. Riesco persino a sentire l’odore della marea che sale nella laguna e a vedere il campanile dell’amata Torcello».
Georgie allora deponeva il telaio da ricamo sul quale stava lavorando a un disegno preso da una cappa italiana, e sospirava anche lui.
«Sei meravigliosa!», diceva. «Come fai a trovare il tempo per tutto?».
E lei replicava con l’apoftegma che avrebbe fatto il giro di Riseholme il giorno seguente: «Mio caro, sono proprio le persone piene di cose da fare che hanno tempo per tutto».

Si potrebbe pensare che le attività descritte fin qui fossero abbastanza per impegnare una persona in modo totale, e che lei non avesse tempo per altro, ma questo non era assolutamente il caso della signora Lucas. Proprio come Rubens, il pittore, si compiaceva di essere anche l’ambasciatore alla corte di St James (una carriera sufficiente in sé per la maggior parte degli uomini attivi), così la signora Lucas si compiaceva, negli intervalli della sua ricerca dell’Arte per l’Arte, di essere non solo un’ambasciatrice, bensì un monarca. Forse Riseholme poteva essere inclusa, secondo il rozzo materialismo delle carte geografiche, nel regno della Gran Bretagna, ma in un senso più reale e intimo formava un regno completo di per sé, e la sua regina era indubitabilmente la signora Lucas, che governava con una sicura autocrazia, piacevole da vedere in un’epoca in cui i troni crollavano e le corone imperiali turbinavano come foglie morte nel vento autunnale. Chi governava Riseholme, più felice di chi era a capo della Russia, non doveva temere l’inebriante veleno bolscevico, perché in tutto quel pentolone, che ribolliva in modo così piacevole di cultura, non c’era una singola bolla di fermento rivoluzionario. Là non c’era né povertà né scontento, né minacce sussurrate di rivolta. La signora Lucas, indaffarata e serena, lavorava più duramente di uno qualsiasi dei suoi sudditi, ed esercitava un controllo al contempo popolare e autocratico.
Nella sua mente era in un certo senso consapevole di quella sovranità, mentre svoltava l’ultimo angolo caldo e arrivava in vista della strada del villaggio che costituiva il suo regno. Apparteneva proprio a lei, come un tesoro trovato appartiene alla Corona, perché era stata lei a dare impulso alla trasformazione di quel remoto paesino elisabettiano nel palazzo di cultura sorto dove dieci anni prima una popolazione di agricoltori conduceva la sua vita bovina e non illuminata in quelle case grigie di pietra o di mattoni e legno. Prima di allora, mentre suo marito ammassava una fortuna, rispettabile tanto per il suo ammontare quanto per la sua origine, nell’Ordine degli Avvocati, lei aveva solo tenuto accesa una piccola ma ferma lampada di cultura a Onslow Gardens. La loro comune ambizione tuttavia era sempre stata quella di bearsi e tenersi occupati sotto cieli artistici dove i bisogni materiali venissero soddisfatti da solidi investimenti. Così, quando vi furono sufficienti migliaia di sterline in titoli sicuri, lo aveva persuaso con facilità a comprare tre di quelle case costruite una accanto all’altra in un isolato con edifici bassi a due piani, e, attraverso il giudizioso abbattimento dei muri divisori, le aveva trasformate in una comoda abitazione, aggiungendo poi una nuova ala che usciva ad angolo retto sul retro, ed era, se si può dire, appena più vistosamente elisabettiana del fusto in cui era innestata. Qui infatti era situato il famoso fumoir, con la paglia sul pavimento, una credenza in cui erano allineati dei boccali da birra di peltro, e delle finestre dai vetri piombati così antichi che era praticamente impossibile vedere qualcosa attraverso di essi. C’era inoltre un enorme camino incorniciato da travi di quercia, con un sedile su ogni lato del focolare foderato di ferro, e uno spiedo dello stesso metallo appeso proprio a metà. Per quanto nel resto della casa, per comodità, lei avesse permesso che venisse installata l’elettricità, qui questa concessione non era stata fatta, e alcuni candelabri a muro reggevano delle fioche lampade di ferro: solo chi fosse dotato di una vista più che acuta era quindi in grado di leggere. Anche a questi, però, risultava difficile leggere, perché il leggio sul tavolo sosteneva solo alcuni volumi dai caratteri neri e indecifrabili che risalivano, al più tardi, all’inizio del diciassettesimo secolo, e per trovarcisi a proprio agio bisognava essere in uno stato mentale di fanatismo elisabettiano. Ma la signora Lucas vi trascorreva spesso i rari momenti d’ozio, suonando il virginale accanto alla finestra, o affumicandosi con la legna che bruciava, mentre con occhi lacrimosi decifrava un elzeviro di Orazio, piuttosto tardo, in verità, sebbene indubitabilmente un affare.
La casa era posta sul lato del villaggio più vicino alla stazione; così, quando davanti a lei si aprì il panorama del suo regno, ne distava solo pochi passi. Una siepe di tasso, comprata intera da una fattoria vicina, e trapiantata poi con grandi zolle di terra e alcune lumache indignate intorno alle sue radici, separava il giardinetto oblungo dalla strada, e gettava sul praticello al suo interno delle ombre mostruose, uguali alla forma in cui era stata tagliata. Qui, come era giusto che fosse, non si poteva trovare un fiore che non fosse menzionato nelle opere teatrali di Shakespeare: era chiamato infatti il giardino shakespeariano, e l’aiuola che si distendeva sotto le finestre della camera da pranzo era detta di Ofelia, perché consisteva solo di quei fiori che la fanciulla sconvolta distribuiva ai suoi amici mentre avrebbe dovuto essere internata in un manicomio. La signora Lucas spesso rifletteva sulla fortunata congiuntura che quelle istituzioni fossero sconosciute al tempo di Elisabetta. Le viole, ovviamente, formavano la decorazione principale (per quanto vi fossero delle floridissime piante di ruta), e la signora Lucas se ne appuntava sempre un mazzetto, quando erano in fiore, per ispirare i suoi pensieri, e le trovava molto efficaci. Intorno alla meridiana, posta in mezzo a uno dei quadrati d’erba fra i quali un vialetto di pietrisco conduceva alla porta principale, c’era un’aiuola rotonda, ora, in luglio, tristemente vuota, perché ospitava solo i fiori primaverili enumerati da Perdita. Ma ogni anno, il primo giorno in cui l’aiuola di Perdita faceva sfoggio dei suoi primi boccioli, era una ricorrenza deliziosa: la notizia si spargeva rapidamente per il regno della signora Lucas, i suoi sudditi la ricevevano con grande felicità e venivano a rendere omaggio alla violetta o alla giunchiglia, o a qualsiasi altra cosa fosse.
Le tre case, destramente trasformate in The Hurst, presentavano una facciata irregolare, affascinante e pittoresca. Due erano di pietra grigia della regione, e quella di mezzo, alla cui porta conduceva il vialetto pavimentato, era di mattoni e legno. Alcune finestre piombate, con delle robuste colonnine divisorie, davano luce alla camera su cui si aprivano, e a quelle originali ne erano state aggiunte delle altre che potevano essere notate da un occhio attento, perché avevano un aspetto marcatamente più vecchio delle restanti. Allo stesso modo la porta d’ingresso appariva antichissima, e questo era dovuto al fatto che quella trovatavi dalla signora Lucas era troppo malridotta per essere minimamente utile nel tener fuori vento e pioggia. Ciò l’aveva indotta a farne costruire una ancora più vecchia, fatta di assi prese da un granaio in disuso, e a farla imbullettare con grandi chiodi di ferro di antica foggia forgiati dal fabbro del villaggio. Questi era riuscito a far sì che alcuni sembrassero recare la data dell’anno del signore 1603. Sulla porta pendeva il braccio dell’insegna di una locanda, e nello spazio dove una volta era appesa, adesso era inserita una lanterna, in cui era infissa, ben nascosta alla vista dai vetri patinati che la circondavano, una luce elettrica. Questa rappresentava una delle concessioni necessarie alle comodità moderne, perché nessuna lampada a olio avrebbe potuto perforare quei pannelli segnatamente opachi, e illuminare il vialetto fino al cancello. Meglio quindi avere una luce elettrica che lasciare che i propri ospiti andassero a picchiare la testa contro l’aiuola di Perdita. Accanto a questo portone da fortezza pendeva il pesante cordone di un campanello di ferro, che terminava con una sirena. Quando la signora Lucas l’aveva fatto installare, si riusciva a tirare a prezzo di un grande sforzo fisico, nel senso che soltanto un uomo molto atletico, usando tutte e due le mani e piantando in terra i piedi con fermezza, riusciva a muoverlo, e allora un’enorme campana di bronzo suonava nel corridoio della servitù, e rintoccava (se l’atleta continuava a tirare) con vibrazioni tanto sonore che l’intonaco del soffitto veniva giù a fiocchi. Così lei aveva fatto un’altra concessione alla fragilità dell’attuale generazione e alla scomodità di avere fiocchi di intonaco nei piatti freddi che venivano serviti in camera da pranzo, e ora sul retro della coda della sirena c’era un piccolo bottone d’osso, tinto di nero e praticamente invisibile, e il cordone era stato trasformato in un congegno elettrico che andava premuto invece che tirato. In questo modo i visitatori potevano rendere noto il loro arrivo senza grandi sforzi, la sirena non aveva perso nulla della sua verginità elisabettiana, e lo spirito di Shakespeare che si aggirava per il suo giardino non avrebbe notato alcun anacronismo.
Sebbene i genitori della signora Lucas le avessero conferito il nome di Emmeline, non c’era da meravigliarsi che fosse da sempre conosciuta fra i più intimi dei suoi sudditi come Lucia, pronunciato all’italiana, ovviamente (la Lucia, la moglie di Lucas), ed era con un Lucia mia che suo marito la salutò quando le andò incontro sulla soglia di The Hurst. L’aveva aspettata guardando attraverso i vetri del salotto mentre meditava su uno dei suoi poemetti in prosa che formavano un contributo così dilettevole alla cultura di Riseholme; perché sebbene, come si è accennato, nella vita pratica fosse saldamente ancorato alle ovvietà, c’erano delle finestre nella sua anima che si aprivano su prospettive vaghe ed eteree che, lontanissime dall’essere ovvie, erano intelleggibili a fatica. Queste odi scaturivano nel ritmo sciolto di Walt Whitman, ma la loro dolce soavità e i loro contenuti non recavano alcuna somiglianza con la produzione di quel barbarico bardo, perché tutti consideravano Walt Whitman come un americano rozzo e volgare. Di questi poemetti in prosa erano già stati pubblicati due volumi, certamente non nelle tipografie di Londra dove si pensava solo a far soldi, ma al Ye Signe of Ye Daffodille, sulla piazza del villaggio, dove i caratteri tipografici erano sistemati a mano, e molto poco, ma della migliore qualità, veniva pubblicato. La stampa era iniziata solo di recente, e a spese del signor Lucas. Aveva tuttavia già prodotto una edizione dei sonetti di Shakespeare, oltre a poemi suoi. Questi erano apparsi con dei caratteri non rifiniti su carta spessa e giallastra, e sembrava che i margini fossero stati tagliati dall’indice di un lettore impaziente, tanto erano laceri e irregolari, e i volumi erano rilegati in pergamena. I titoli di questi due esili fiori di poesia, Flotsam e Jetsam, erano impressi all’esterno in caratteri neri, e la copertina era ulteriormente adornata da una sorta di sigillo in rilievo e da nastri dall’aspetto antico, così che, non appena terminato, il Flotsam del signor Lucas si poteva legare con due fiocchi, e cominciare il Jetsam.
Quel giorno, il poema in prosa Solitudine non stava procedendo bene, e Philip Lucas fu felicissimo di sentire lo scatto del cancello del giardino, che gli segnalava la fine della sua solitudine, almeno per il momento: alzando lo sguardo, vide la figura ondeggiante della moglie che si presentava ai suoi occhi attraverso i vetri irregolari e spessi della finestra del salotto, così difficili da trovare, ma che avevano rimpiazzato ormai completamente quelli banali, ordinari e non rifrangenti che c’erano prima. Saltò su con notevole alacrità nonostante fosse un uomo robusto e ben nutrito, e aprì la porta d’ingresso imbullettata molto prima che Lucia avesse percorso il vialetto di pietrisco, dato che si era fermata a indugiare sull’aiuola di Perdita.
«Lucia mia!»1, esclamò lui. «Ben arrivata! Sei venuta a piedi dalla stazione».
«Sì, Pepino mio caro», replicò lei. «Stai bene?».
Lui la baciò e tornò a usare la lingua di Shakespeare, perché il loro italiano, nonostante scorresse in modo perfetto fin dove arrivava, non arrivava certo molto lontano, ed era inutile per la conversazione, a meno che non volessero limitarsi ai saluti e a chiedere l’ora. Ma era interessante parlare in quell’idioma, per quel poco che era possibile.
«Molto bene», disse lui, «è bellissimo riaverti a casa. E Londra com’era?», domandò, con il tono in cui avrebbe potuto chiedere notizie della salute di un parente povero senza molte possibilità di guarigione.
Lei sorrise con un velo di tristezza.
«Incredibilmente indaffarata con nulla», disse lei. «In questi quindici giorni non ho quasi avuto un momento per me. Colazioni, pranzi, ricevimenti di ogni tipo: non sono riuscita ad andare alla metà degli intrattenimenti ai quali ero stata invitata. Adorabile South Kensington!».
«Carissima, quando Londra riesce ad acciuffarti, non è da sorprendersi che cerchino tutti di sfruttarti al massimo», replicò lui. «Non devi fargliene una colpa».
«No, caro, non lo faccio. Sono stati tutti gentilissimi e molto ospitali: hanno fatto del loro meglio. Se incolpo qualcuno, è me stessa che incolpo. Ma credo che questa vita di Riseholme con la sua eleganza e la sua ricercatezza ci vizi per quello che riguarda poi gli altri posti. Londra è come un nodo ferroviario: non ha una vera vita di per sé. Manca di delicatezza, non si apprezzano le sfumature. L’individualità non ha modo di esistere: tutti schiamazzano, schiamazzano e starnazzano. Se c’è un concerto in una casa privata – tu conosci le mie idee sulla musica e di come sia per me del tutto impossibile ascoltarla se si è incastrati in mezzo a una fila di gente – si è poi subito trascinati fuori per andare a un pranzo. C’è sempre folla, c’è sempre cibo, non si può stare soli, ed è unicamente nella solitudine che, come dice Goethe, le percezioni fanno sbocciare i loro fiori. Nessuno a Londra ha tempo per ascoltare: pensano tutti a chi c’è e a chi non c’è, e a cosa si farà dopo. Lo squisito presente, come dici tu in uno dei tuoi poemi, là non esiste: è sempre il febbrile futuro».
«Che frase deliziosa! Avrei dovuto rubare questa gemma per il mio povero poema se tu l’avessi scoperta prima».
Lei era troppo abituata a quell’incenso per fare qualcosa di più che odorarlo inconsciamente, e proseguì con la sua terribile accusa.
«Non che io veda qualcosa di male in tutto il daffare di Londra», disse con severa imparzialità, «perché se essere indaffarati fosse un crimine, sono certa che pochi di noi qui scamperebbero all’impiccagione. Ma prendi la mia vita, o la tua, se è per questo; be’, forse la mia. Spesso e volentieri sono sola dal breakfast fino all’ora di colazione, ma in quelle ore riesco a fare più cose importanti che non a Londra durante tutto il giorno, notte compresa. Passo un’ora con la mia musica, senza alzare lo sguardo per vedere chi sono i miei vicini, imparando, studiando, bevendo la divina melodia. Poi sbrigo la mia corrispondenza, tu sai cosa significa, e mi resta un’ora per leggere, così che quando tu arrivi a dirmi che la colazione è pronta, scopri che ho vagabondato per chiese veneziane, o che sono stata seduta in quella cameretta buia di Weimar, o era Lipsia? Come avrei trascorso quelle stesse ore a Londra? Forse a sedere per mezz’ora nel parco, con la carissima Aggie che mi indica con degli spasmi di emozione trepidante una donna che era in tribunale per il divorzio, o una testa coronata che è andata in rovina. Poi mi trascinerebbe a qualche mostra privata piena delle solite persone che si fissano e che schiamazzano fra di loro, o che guardano dipinti che mi lasciano, povera me, senza fiato e mi fanno rabbrividire. No, sono grata di essere tornata alla mia dolce Riseholme. Qui posso lavorare e pensare».
Si guardò intorno nell’ingresso rivestito da pannelli, raggiante di tenera felicità per essere nuovamente a casa, dimenticando così la stanchezza dovuta alla passeggiata dalla stazione. Ovunque cadessero i suoi occhi, quegli occhi scuri e acuti che somigliavano a bottoni rivestiti di lucente stoffa americana, non vedevano nulla fuori luogo, mentre a Londra invece tante cose stonavano. C’erano dei lustri boccali da birra di rame sul davanzale, una ciotola con del pot-pourri sul tavolo nero nel mezzo della stanza, un sedile di quercia davanti al camino, un paio di tappeti persiani sul pavimento tirato a lucido. Anche la camera aveva la sua particolarità, come lei aveva fatto notare nel memorabile saggio letto davanti alla Società Letteraria di Riseholme, intitolato Umorismo nel mobilio, e un bidone di bronzo per il latte serviva da contenitore per bastoni e ombrelli. Ugualmente bizzarro era il piatto di frutta di pietra, molto realistica, collocato dietro al pot-pourri, o il ragno peloso giapponese poggiato sopra una ragnatela di seta sulla finestra. Era così spaventosamente realistico che la nuova domestica di Lucia un mattino aveva abbandonato i suoi doveri per cercare l’aiuto del giardiniere e ammazzarlo. Il piatto di frutta di pietra aveva sortito lo stesso successo, perché una volta lei aveva detto a Georgie Pillson: «Il mio giardiniere mi ha mandato le prime mele e pere: non vorresti prenderne una e portarla a casa?». Solo quando egli sentì il peso della pera (aveva abilmente scelto la più grande) si capì che lo scherzo era riuscito e che lui non si era reso conto che non fossero vere. Poi però Georgie si era preso la sua rivincita, perché, aspettando l’occasione giusta, aveva collocato una pera autentica in mezzo alle sue simili di pietra, e passandoci accanto con Lucia, l’aveva presa e aprendo la bocca l’aveva addentata con tutta la forza delle sue mandibole. Lei si era sentita svenire in quell’istante, al pensiero dei denti di lui polverizzati…
Questi tocchi umoristici di tanto in tanto venivano cambiati: il ragno, per esempio, veniva tirato giù e rimpiazzato da un canarino di porcellana in una gabbietta Chippendale. La selezione di cose bizzarre nell’ingresso era studiata, così gli ospiti trovavano qualcosa di cui sorridere mentre si toglievano i cappotti ed entravano in salotto con un argomento sulle labbra, qualcosa di leggero, di divertente su quello che avevano visto. Allo stesso modo, il gong poteva essere sostituito qualche volta da un insieme di campanelli che avevano adornato in altri tempi il collare del cavallo che conduceva il tiro da carrettiere della Fiandra: di fatto, quando Lucia era a casa, c’erano spesso piccole nuove particolarità per qualche giorno di fila, e lei aveva fatto balenare qualche speranza alla Società Letteraria che forse un giorno, quando avesse avuto un po’ più di calma, avrebbe buttato giù del materiale per dare un seguito al suo saggio, o ne avrebbe scritto un altro per coprire un campo ancora più vasto che riguardava gli Spunti di conversazione derivati dal mobilio.
Sul tavolo c’era una pila di lettere che aspettavano la signora Lucas, perché la posta del giorno prima non le era stata spedita per paura che andasse perduta (i postini di Londra erano probabilmente molto incuranti e inaffidabili), e nel vederla lei diede un gridolino di sgomento.
«Sarò cattivissima», disse, «e non ne guarderò nemmeno una fin dopo colazione. Portale via, caro, e promettimi di metterle sotto chiave fino ad allora, e di non darmele, per quanto ti implori. Poi mi rimetterò in sella, una sella adorata, e le affronterò. Farò una passeggiata in giardino fino a che suonerà la campana. Che cosa dice Nietzsche sulla necessità di Mediterraneizzare se stessi ogni tanto? Io devo Riseholmirizzare me stessa».
Pepino ricordò la citazione, comparsa in una recensione di qualche opera di quell’autore famoso, la stessa che aveva visto Lucia, e tornò, stimolato dall’esempio, al suo poema in prosa sulla Solitudine mentre sua moglie attraversava il fumoir per andare in giardino a immergersi una volta di più in quell’atmosfera colta. In quel lembo di giardino, dietro la casa, non era stato fatto alcun tentativo per coltivare un terreno shakespeariano, perché, come osservava giustamente lei, Shakespeare, che amava così tanto i fiori, avrebbe comunque desiderato che lei godesse di ogni possibile tesoro attinente all’orticultura. Là c’erano decorazioni di ogni sorta: statue, meridiane, e sedili di pietra erano sparsi tutto intorno con forse troppa abbondanza. Facevano bella mostra di sé anche alcuni motti, e mentre una meridiana ricordava che «Tempus Fugit», in un affascinante angoletto per riposare si esortava in modo un po’ sconcertante: «Aspettate un pochino». Ma poi il sedile rustico nel vialetto di laburni intrecciati recava, intagliati sul lato posteriore, i versi «Much have I travelled in the realms of gold», cosicché meditando su Keats, si poteva aspettare un pochino con la coscienza tranquilla. La raccolta di citazioni familiari e stimolanti era così copiosa, che uno dei suoi sudditi una volta aveva detto che passeggiare nel giardino di Lucia non serviva solo ad ammirare i suoi fiori, ma anche per passare allo stesso tempo una mezz’ora con i più grandi autori.
C’era anche una piccionaia, ovviamente, ma dal momento che i gatti uccidevano sempre le colombe, la signora Lucas aveva messo in quella casa profanata alcuni piccioni di porcellana di Copenhagen, immortali, per quello che riguardava i gatti, e che si riallacciavano all’idea del mobilio spiritoso. L’umorismo era arrivato al suo apice quando Pepino aveva nascosto in un cespuglio un usignolo meccanico, che cantava «Cip-cip» nel modo più realistico se si tirava una cordicella. Georgie non aveva ancora visto i piccioni di Copenhagen, ed essendo abbastanza miope, pensò che fossero veri. Allora, oh, solo allora Pepino tirò la cordicella, e Georgie rimase per alcuni minuti estasiato ad ascoltare il loro tubare melodioso. Gli fu così resa la pariglia per la “trappola” della pera autentica collocata fra quelle di pietra. Perché, a dispetto dell’atmosfera rarefatta di cultura di Riseholme, Riseholme sapeva come desipere in loco, e la sua strenua ricerca di cultura era spesso rinfrescata da questi tocchi leggeri e raffinati.
La signora Lucas camminava svelta e risoluta su e giù per i vialetti mentre aspettava il richiamo per la colazione; l’attività della mente influenzava il suo corpo, rendendone animati i movimenti. Su entrambi i lati della fronte i capelli neri erano pettinati in onde, rigide e ordinate, che nascondevano la punta delle orecchie. Aveva abbandonato il suo cappello londinese e teneva un ombrello da contadina di cotone rosso, che gettava un riflesso rosato sull’ovale del suo viso sottile, dal pallido incarnato. Portava il peso dei suoi quarant’anni con molta leggerezza, e se non fosse stato per la pelle afflosciata agli angoli della bocca stretta e sottile, sarebbe potuta passare per una donna molto più giovane. Il suo viso non era altrimenti segnato e non recava le tracce delle devastazioni della vita emotiva, che invecchia e addolcisce. Sicuramente non c’era niente di dolce in lei, e pochissime erano le tracce dell’età: sarebbe stato quindi ragionevole congetturare che di lì a vent’anni non sarebbe parsa molto più vecchia di com’era allora. Le emozioni di cui era vittima erano quelle sterili e senza età dell’arte; i desideri che la assalivano non erano legati alle emozioni, ma alle sue ambizioni. Non aveva dinastia, poiché non aveva figli, e perciò le sue ambizioni erano limitate alla conservazione e alla sicurezza del suo trono di regina di Riseholme. Non domandava davvero altro se non di mantenere la stessa abbondanza dei raccolti mietuti in quegli ultimi dieci anni. Alla vita chiedeva solo di proseguire nella direzione dell’esistenza di Riseholme, della sua attività culturale e dei suoi intrattenimenti, di essere la fonte di tutte le ispirazioni, e di quando in quando di sancire l’inferiorità Londra. Ma a ciò sacrificava tutta la sua tranquillità, il suo tempo libero e le sue entrate. Essendo praticamente infaticabile, la perdita della tranquillità e del tempo libero la preoccupava poco, e trovandosi in una situazione estremamente agiata, il denaro non rappresentava un problema. Poteva benissimo sperare in un’attività immutabile negli anni a venire, mentre le giovani generazioni sarebbero appassite attorno a lei; inoltre nessuna stella, levatasi remotamente, aveva fino ad allora minacciato di offuscare il suo fulgore inarrivabile. Sebbene essenzialmente autocratica, concedeva ai suoi sudditi, incoraggiandoli quasi, di sviluppare la mente secondo linee personali, sempre però che queste si intersecassero sugli snodi in cui lei era capostazione. Riguardo alla religione, per concludere, si può dire brevemente che credeva in Dio nella stessa maniera in cui credeva nell’Australia, perché non aveva dubbi circa l’esistenza di entrambi, e andava a messa ogni domenica con lo stesso spirito con cui avrebbe guardato un canguro nel giardino zoologico, poiché i canguri provenivano dall’Australia.
Un muretto separava l’estremità del giardino dal prato adiacente; oltre c’era il ruscello che confluiva nell’Avon, e spesso le sembrava meraviglioso che quell’acqua che descriveva meandri lì vicino presto sarebbe scorsa (a meno che una mucca non l’avesse bevuta) accanto alla chiesa di Stratford dove riposava Shakespeare. Pepino aveva scritto un poemetto molto commovente a questo proposito, perché lei gli aveva fatto omaggio con regalità dell’idea, e aveva suggerito una bellissima analogia fra la rugiada terrena che rinfrescava i fiori, portata via dal fuoco del sole, e il Pensiero, la rugiada spirituale, che rinfrescava la mente, e che poi, in modo vago, si univa all’Anima circolare del Mondo…
In quel momento, i suoi occhi furono attratti da un’apparizione sulla strada adiacente alla sponda opposta del gaio ruscello che confluiva nell’Avon. Non ci si poteva sbagliare sull’identità della figura robusta della signora Quantock, con i suoi passetti e il suo gesticolare, ma perché, e ciò destava meraviglia, quella devota della Scienza Cristiana camminava accanto alla figura avvolta in drappi e munita di turbante di un uomo dall’incarnato tropicale e dalla barba nera? Il vestito di lui, giallo zafferano con una fascia di un verde violento alla vita, era tirato su per poter procedere con più agio, e a meno che non portasse delle calze color cioccolata, la signora Lucas vide delle gambe umane di quel colore. Il momento successivo quell’incertezza fu chiarita, perché vide di sfuggita dei calzini corti rosa infilati in babbucce rosse…
Mentre osservava tutto ciò, la signora Quantock la vide (perché grazie alla Scienza Cristiana aveva riconquistato la vista pronta della sua gioventù), le mandò un bacio con la mano, ed evidentemente richiamò l’attenzione del suo compagno, perché un attimo dopo lui le faceva un salamelecco nel pomposo modo orientale. Non c’era nulla da fare per il momento, tranne ricambiare quei saluti, non potendo gridare rivolgendosi solo alla signora Quantock per chiederle: «Chi è quell’indiano?», perché se la signora Quantock l’avesse sentita, l’avrebbe sentita anche l’indiano. Così, non appena poté, si girò per tornare verso casa, e una volta che i cespugli di lillà si frapposero fra lei e la strada, camminò a una velocità superiore alla solita, per apprendere con il minor ritardo possibile da Pepino chi potesse essere quel suo recente suddito. Sapeva che a Londra vi erano dei principi indiani: forse era uno di loro, nel qual caso sarebbe stato opportuno andare a studiare qualcosa su Benares o Nuova Delhi nell’enciclopedia senza por tempo in mezzo.

Redazione

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FATTI DI UN’ALTRA PASTA

FATTI DI UN’ALTRA PASTA

 

 

Suo fratello è di un’altra pasta
Sua moglie è di un’altra pasta
Suo cognato è di un’altra pasta.
Non faccio che pensare a frasi del genere davanti allo scaffale della pasta. Allora mentre scelgo tra i fusilli, le tagliatelle, le mezze penne e gli spaghetti, mi sento un nazista che separa una famiglia.
Oggi prendo mezzo chilo di sua sorella e un pacchetto da un chilo di suo zio.
La commessa mi guarda perplessa. Cacchio, fa rima…. L’addetta alle vendite mi guarda perplessa. Mai visto uno che sta dieci minuti a guardar le paste. Mi deve aver preso per matto.
E un po’ lo sono perché ho in mano uno schemino in excel con gli ultimi acquisti di carboidrati, per equilibrare l’uccisione delle linguine a quella farfalle. Si sa mai che bilanciare il genocidio favorisca il paradiso.
Di fianco a me c’è un uomo che fa la stessa cosa con gli alcolici. Prende un Franciacorta, lo gira, legge l’etichetta, poi guarda il prezzo e lo rimette a posto.
Un altro fa lo stesso coi formaggi. Ne prende un pezzo, lo guarda sopra e sotto, lo annusa senza farsi vedere. Con le creme per la pelle, poi, le usmate si sprecano. C’è una ragazza che le sta provando una a una, consumandosi il naso.
Sembriamo piccoli maniaci al supermercato. Ci penso, e scoppio a ridere.
La cassiera mi guarda come fossi Jack Torrance di Shining.
Wendy, honey, sono a casa….

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli, 27 anni, è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il Master in scrittura presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e Fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo. "Nemmeno le galline" (in uscita a settembre) è il suo primo romanzo.

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