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Posted in I CONSIGLI DELLA NONNA

MAGARI TI AGGIUNGO SU F…

MAGARI TI AGGIUNGO SU F…

 

 

Serata estiva, esterno fiori di campo, qualche nuvola, una lingua felpata di umidità lì dove si è posata la pioggia. Va tutto bene. Ti stai annoiando da ore, ma va tutto bene.

Amici di amici di vecchissimi amici hanno proposto un giretto fuori città e capita l’occasione per fermarsi alla baracca fra i fiori di campo, mangiare l’anguria, parlare del tempo che cambia e “fortuna che ha smesso di piovere”.

Lei è un’amica di amici di vecchissimi amici, una ragazza giovane e pulita, un po’ incolore. L’hai pensato appena l’hai vista, appena l’hai sentita ridere con quei gorgheggi da soprano leggero. “Sei un po’ incolore” hai pensato. E ti sei presentata col tuo vocione tenorile al catrame, sbattendole davanti la tua chiassosa porzione di carne e di colori scuri e di gestualità scatenata.

Vi siete piaciute?

Vi siete piaciute, nonostante la diversità. Ti sei accorta che quella ragazza profuma di buono e ha un sorriso bianco e ingenuo che spalanca fossette ai lati della bocca. Un nome banale, piccole pause fra una parola e l’altra, opinioni sparse e moderate. Se sorride, lo fa con discrezione. Se mangia il cocomero si pulisce attentamente le mani a occhi bassi. Interviene poco nella discussione, ma dice la sua in maniera semplice ed educata.

Dopo poco avete capito di andare d’accordo e avete fumato una sigaretta insieme. Fuma anche lei, ma anziché frugare imprecando in una gigantesca borsa dai manici consumati (come te), infila a colpo sicuro la mano sottile in una piccola borsetta di pelle scura. Ragiona e ragiona bene, ha un certo acume da regalare fra un discorso e l’altro, fuma composta e si ferma a dieci tiri dal filtro mentre tu quasi mastichi gommapiuma arroventata.

Non ci usciresti mai assieme, ma è una brava personcina e ti ha fatto compagnia mentre il resto del gruppo divorava cocomero stravaccato su una panca. Ti ha parlato – parecchio – del suo cagnolino e delle attività sportive, di politica e di vacanze. E la serata è finita, lei è stata un piacevole diversivo e avete conversato gradevolmente.

Al momento dei saluti una voce dentro di te ti suggerisce che là fuori – dove i fiori abbassano la testa e l’asfalto confonde le vite di innumerevoli persone – sarà un caso improbabile incontrarla ancora. Non vi rivedrete, rimarrete un offuscato ricordo estivo e ognuna tornerà ai propri amici.

Ma lei, salutandoti, avanza una timida richiesta: “teniamoci in contatto”. Considerato che non daresti mai il tuo numero di telefono a una persona appena conosciuta (perché sei rimasta scottata da pregresse esperienze con venditori telefonici di libri e casse di vino) ti viene in mente un’unica cosa da dire. E la dici, interrompendoti a metà, con un rovinoso crollo dell’enfasi:

“Magari potrei aggiungerti su F…”

Ti fermi e resti a bocca aperta, ci pensi. Riconosci istintivamente il pericolo perché Facebook è il pericolo e tu lo sai. Non sai pressoché nulla della tizia che hai davanti, ma se la tua incauta mano andrà alla ricerca di un clic, lei saprà molto di te. Scoprirà che sbarchi il lunario scrivendo cose e forse si catapulterà a chiederti “dove sia possibile ordinare un (tremendo) libro che hai scritto nove anni fa”. Verrà a sapere che hai una nonna, un fratello, un fidanzato e di quelli apprenderà molte cose. Indagherà fra le foto della tua casa in campagna, in casi estremi potrebbe decidere di darti consigli sulla ristrutturazione. Scoprirà che canti in un coro gospel e potresti trovartela davanti mentre sei intenta a battere le mani con il corpo avvolto da una tunica bianca, per strada, durante una serata musicale.

Sei sicura di volerle dare una corsia preferenziale così ampia sugli affari tuoi? Perché forse, il numero di telefono, è il male minore.

“… acebook”.

Quando concludi la frase e le riveli il tuo nome, lo fai con la speranza che un nome così lungo non le rimanga impresso. Vi salutate e prendete direzioni opposte, in te si è acceso un fuocherello di speranza: “non vi sentirete mai, vi siete rivelate i nomi solo per educazione avendo passato la serata insieme. E la serata è finita”.

Due ore dopo hai una richiesta di amicizia lampeggiante e capisci che il tuo fuocherello di speranza interiore è solo l’effetto placebo di ogni errore che fai.

Lì per lì, tuttavia, cerchi di addomesticare la tua esagerata diffidenza e ti ripeti che quella ragazza è la persona più ordinaria sulla faccia della terra, non ti creerà problemi, starà al calduccio fra i tuoi contatti e non ti accorgerai nemmeno della sua presenza. Decidi di fare un piccolo giro di ricognizione fra le sue foto e tiri un sospiro di sollievo: vacanze al mare con le amiche, feste di laurea, foto con mamma e papà. Una vita semplice e lineare. Così ti rimproveri un po’ per la tua malignità: non puoi diffidare di tutti, sempre, così irragionevolmente. Sei proprio un orso, Maria Silvia, piantala!

Lei tace per ventiquattro ore, è una ragazza timida e lo è anche in rete. Tu dormi sonni tranquilli e dentro di te l’hai già dimenticata.

La mattina dopo, sulla home del noto social network, c’è una sfilza di post scritti dalla timida sconosciuta: un’esplosione disumana di contenuti che azzera totalmente la rilevanza delle notizie di cronaca. Sulla tua home c’è lei e lei, su Facebook, è abituata a urlare.

BASTA CON QUESTE COSEEEEEE inneggia lei, condividendo notizie sulla tassazione.

GLI UOMINI SONO TUTTI STR… strilla poco dopo lei scagliandosi furiosamente contro l’altro sesso.

IO VADO A DORMIRE, ANDATE TUTTI A FAN… è la sua personale buonanotte al mondo virtuale.

Mitragliate di parole, parolacce, punti esclamativi e vocali a caso dove “AAAAAAA” funge da urlo di battaglia. Uso sregolato del Caps Bloc, ettolitri di livore distillato in invettive contro chiunque, malsane eccitazioni davanti a foto di nudo maschile, idee cospiratorie di sorta, sostegno impulsivo di tutte le cause umanitarie che le capitino a tiro e post frenetici, con uno scarto di ventotto secondi netti fra uno e l’altro.

La timida ragazza che ti ha aggiunta su Facebook ha una doppia vita: nella sua seconda vita è una donna che strilla dalla mattina alla sera sbrodolando bile.

E siccome è troppo tardi per eliminarla dai tuoi contatti (e cominci ad avere paura di lei, adesso che hai letto come vorrebbe torturare con un punteruolo chi tratta male le tartarughe), resti impotente spettatore del madornale errore che hai fatto.

Fra le due, la più pazza sei tu.

Lo sei ogni volta che permetti a qualcuno di sbatterti in faccia la persona che vorrebbe essere a dispetto di quella che è realmente. Eppure lo sai che Facebook, su questo, ha costruito un impero.

Adesso resti lì, tramortita dagli sfoghi del tuo nuovo contatto, impotente spettatrice di una mutazione.

E non puoi nemmeno scrivere un liberatorio BASTAAAAAAA perché non è nel tuo stile.

È nel suo.

Maria Silvia Avanzato

Maria Silvia Avanzato

Nata a Bologna nel 1985, ha vinto numerosi concorsi letterari con racconti e romanzi scritti a partire dall’età di cinque anni tra cui "Ratafià per l’assassino", "Granturco su foglia di the", "L’età dei lupi", "Cipria Vaniglia" e "Il morso degli angeli". Scrive articoli per il web, soggetti teatrali e testi musicali. Le piace oscillare fra ironia e noir e convive con un editor inflessibile dai ferrei giudizi: sua nonna.

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Posted in TUTTO IL MONDO È PAESE

LA DOPPIA FACCIA DEL WEB

LA DOPPIA FACCIA DEL WEB

 

 

Essere colti non significa ricordare tutte le nozioni, ma sapere dove andare a cercarle. Così un aforisma di Umberto Eco.

A tal proposito mi sento al tempo stesso sollevato e atterrito.

Sollevato perché come facente parte della popolazione che non ricorda assolutamente nulla, mi sento in diritto di coltivare una speranza.

Atterrito perché se non ricordo una nozione, ancor più difficile è la possibilità che ricordi dove, quando, perché e in che contesto l’abbia appresa. Tale speranza è dunque un germoglio nato secco sotto il solleone del deserto sahariano.

Per fortuna esiste internet che sgrava le cellule della memoria e le rende pressoché inutili, quanto il sesto dito della mano che, se non esiste, ci sarà un motivo.

Hai bisogno di sapere come si chiamava il film che hai visto in un cinema d’essai disperso nelle Langhe nel marzo del 1988? Internet verrà in tuo soccorso, ricordandoti titolo, regista, cast, produzione, luogo e orario di proiezione in latitudine e longitudine.

Poi ti assorbirà il cervello suggerendoti altri venti titoli dello stesso genere e dello stesso regista.

Ti proporrà un soggiorno super-scontato nella stessa palazzina del cinema, convertita in un B&B.

Ti dirà che sulla strada per arrivarci è sorto un centro commerciale, un ristorante giapponese, un market indiano e un allevamento di camosci cileni.

Ti chiederà se sei felice con la tua banca, se hai in progetto di trasferirti all’estero, e se vuoi sperimentare l’insider trading e guadagnare ottomila dollari in tre ore.

Ti manderà il messaggio che quel B&B usa un economico antivirus che anche tu potresti installare, e ti avverte che il tuo computer è infettato da centoventi malware, virus, spyware, trojan, spam e trash.

Nel frattempo hai vinto una vespa, una bicicletta elettrica, un rasoio, diecimila euro in monete d’oro, quattordici paia di scarpe di marca e tre biglietti per un parco divertimenti. Tutto per essere stato il milionesimo cliente in almeno trentotto siti internet, dei quali trentasette specificano che la vincita non è uno scherzo.

Ora, al di là dell’essere o meno sospettoso, è ormai sera e il motivo per cui ho acceso il computer, onestamente, l’ho dimenticato.

 

 

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli

Alessio Mussinelli, 27 anni, è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il Master in scrittura presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e Fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo. "Nemmeno le galline" (in uscita a settembre) è il suo primo romanzo.

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Posted in ALICE NELLE MERAVIGLIE, In evidenza, Ultimi Articoli

INTERVISTA A FEDERICO BACCOMO DUCHESNE

INTERVISTA A FEDERICO BACCOMO DUCHESNE

 

 

Federico Baccomo Duchesne ha brillantemente esordito nel 2009 con Studio Illegale (Marsilio), storia esilarante di un giovane avvocato e delle sue vicissitudini lavorative, all’origine del film con protagonista Fabio Volo. Con La gente che sta bene, nel 2011, è tornato all’ambientazione degli studi legali internazionali con un romanzo da cui è stato tratto un altro lungometraggio con attori del calibro di Claudio Bisio, Margherita Buy e Diego Abatantuono. Di pochi mesi fa è Peep Show, l’ultimo lavoro, “sulla fama, la solitudine e l’ossessione di apparire”.

Cosa leggi in genere?

Spiace esordire con un luogo comune: ma leggo un po’ di tutto. Probabilmente i romanzi si prendono la fetta più grande, romanzi di ogni genere, ma amo molto anche saggi, racconti, poesie, fino ai pezzi di letteratura brevissima, come battute e aforismi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Cambiano con gli anni e con gli umori, anche se ci sono autori cui torno sempre, da quando li ho incrociati per la prima volta, penso a Dostoevskij e King, Buzzati e Borges, per citare solo alcuni dei cosiddetti numi tutelari. Una delle scoperte relativamente recenti, che ha finito per scalare in fretta il mio personale olimpo, è Richard Powers, la cui intelligenza e ambizione fanno un po’ da esempio.

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

Il mago di John Fowles. L’autore dice che è un romanzo di adolescenza scritto da un adolescente tardivo, e, per quanto la definizione mi sembri un po’ fuorviante, soprattutto oggi che la categoria dei romanzi per adolescenti finisce per collezionare libri che con questo hanno poco in comune, dicevo, per quanto la definizione possa essere fuorviante, mi sembra racconti bene la meraviglia che un libro così può dare a chi lo legge e ha dato a chi l’ha scritto: la meraviglia adolescenziale delle scoperte e delle prime volte.

Lo scrittore umoristico preferito?

Ce ne sono di tantissimi, ma probabilmente quello che, più di altri, mi ha fatto scoprire quanto può essere grande il potere comico delle parole è Jack Handey. Provo a fare un esempio del suo tipo di umorismo: “Ai bambini piacciono molto gli scherzi. Per esempio, qualche tempo fa stavo portando mio nipote a Disneyland, ma a un certo punto ho svoltato verso un vecchio magazzino incenerito. «Oh no», ho urlato, «Disneyland è andato a fuoco». Lui ha pianto e ha pianto, ma penso che, in fondo, pensasse dentro di sé che fosse davvero un bello scherzo. Poi ho cominciato a guidare verso il vero Disneyland, ma ormai si era fatto un po’ tardi.”

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Cerco di trattenermi dal prendere qualcuno a modello di scrittura, anche se poi, lo si voglia o meno, gli autori più amati restano sempre presenti in testa. La cosa buona è che, in ogni caso, anche impegnandosi, la copia o l’imitazione (non parlo di plagio, cerco di intenderle in senso positivo) si rivelano impossibili. Di un quadro si possono anche riprendere i tratti, i colori, un certo stile, ma dietro la costruzione non solo di una frase, ma di un intero romanzo, c’è un meccanismo di pensiero dell’autore talmente lungo, complesso e contaminato, che riprodurlo mi sembra comunque un’impresa impossibile.

Che tipo di humour prediligi?

Mi piace l’umorismo che coglie impreparati, che riesce a far ridere di qualcosa cui, di solito, non si associa una risata. C’è chi lo chiama umorismo nero, ma mi sembra il colore sbagliato per quello che, in fondo, è l’umorismo che più alleggerisce il peso di certi argomenti.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le battute che nascono di getto, quando non sono scontate, sono spesso le più belle, prendono alla sprovvista anche chi le inventa, che si trova così a creare in un attimo connessioni che, a pensarci su molto, probabilmente non troverebbe nemmeno. Però, le battute di getto sono come l’ispirazione: ogni tanto arriva ma non ci puoi fare troppo affidamento. Da qui nasce la necessità di costruirle. È la parte più difficile ma anche quella che dà maggiori soddisfazioni. Ogni volta è una scoperta, un continuo esercizio a guardare il mondo da prospettive storte, inedite.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

Per quel che vale un’autocertificazione, la tendenza che noto nella mia scrittura è quella di allontanamento da ciò che conosco, che cerco di far sì che non sia un andare a casaccio tra storie che non stanno in piedi, ma un modo per cercare occhi nuovi attraverso cui guardare. È uno degli aspetti che mi diverte di più come lettore, e, lo sto scoprendo ora, come autore. Naturalmente, trattandosi di occhi in cui mi piacerebbe guardare, probabilmente sintetizzano passioni e sentimenti che sono anche miei: in questo senso si può dire che ci sia in loro qualcosa di fondamentale che conosco e a cui mi rifaccio.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

C’è una definizione di Dave Barry, scrittore umoristico e premio Pulitzer, che dice il senso dell’umorismo è la misura della nostra consapevolezza di vivere in un mondo senza senso, e la risata è il rilascio dell’ansia che nasce da questa consapevolezza. Non so se sia davvero la definizione migliore, ma trovo che riesca a centrare quello che è per me l’umorismo e il peso che ha nella mia vita: un ottimo compagno per la sopravvivenza.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Un po’ e un po’. Il talento comico innato, quel modo di trovare l’imprevisto dentro al cliché, porta a risultati umoristici difficilmente raggiungibili da chi non ce l’ha in dote. Ma penso sia come nel disegno: magari non si raggiunge l’inventiva di Picasso, ma un buon ritratto, con l’esercizio, sono tutti in grado di farlo.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

Forse l’umorismo, a livello letterario, viene ancora visto come qualcosa di poco degno, ma per coerenza con la leggerezza che porta con sé credo ci si possa ridere sopra.

Progetti futuri?

Scrivere un nuovo romanzo in cui, sempre per quel capovolgimento che ogni battuta porta con sé, provo a mettere da parte, per un attimo, proprio l’umorismo.

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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LA REGINA LUCIA (ESTRATTO)

LA REGINA LUCIA (ESTRATTO)

 

 
Sebbene quel mattino di luglio il sole fosse caldo, la signora Lucas, mandati avanti la cameriera e i bagagli con la carrozza che le era stata inviata dal marito, preferì percorrere a piedi il mezzo miglio che separava la stazione da casa sua. Dopo quelle quattro ore di treno una passeggiatina sarebbe stata piacevole; e per quanto lo celasse alla sua coscienza, un altro motivo la induceva ad agire così. Era universalmente noto a tutti i suoi amici di Riseholme che sarebbe arrivata quel giorno con il treno delle 12,26 e a quell’ora la via principale del villaggio sarebbe stata sicuramente affollata. Così i suoi amici avrebbero visto la carrozza con il bagaglio fermarsi alla porta di The Hurst e non scendere nessuno tranne la sua cameriera.
Sarebbe stata una cosa interessante per loro: avrebbe provocato uno di quei piccoli brividi di piacevole eccitazione e scatenato quelle congetture che fornivano a Riseholme il suo pane quotidiano di emozioni. Tutti si sarebbero chiesti che cosa le fosse capitato, se non si fosse ammalata proprio all’ultimo minuto prima di lasciare la città, e se la sua ben nota forza d’animo, unita al suo riguardo per i sentimenti altrui, non l’avesse comunque spinta a mandare la cameriera ad avvertire suo marito di non preoccuparsi. Questo avrebbe senz’altro suggerito la signora Quantock, perché la sua mente, dedita allo studio della Scienza Cristiana, e determinata com’era a negare l’esistenza del dolore, della malattia e della morte per quello che riguardava se stessa, era invece sempre piena delle visioni più tetre per ciò che riguardava i suoi amici. Così, alla minima scusa, ipotizzava che tutti loro, poveri ciechi, soffrissero a causa di pretese infondate. E così, se la carrozza fosse già arrivata a The Hurst, e il suo arrivo fosse già stato notato o riferito a Daisy Quantock, vi erano ampie possibilità che questa avesse cominciato a dare la sua versione per spiegare quell’assenza. Con molte probabilità anche Georgie Pillson aveva notato l’anticlimax dell’arrivo della carrozza, ma avrebbe azzardato una spiegazione molto più plausibile, per quanto sbagliata. Avrebbe senz’altro indovinato che lei aveva mandato alla stazione la cameriera con il bagaglio per prendere il posto, mentre, dimentica del trascorrere del tempo, passava l’ultima mezz’ora in contemplazione dei capolavori italiani alla National Gallery o dei bronzi greci al British Museum. Non era di certo alla Royal Academy, perché la cultura di Riseholme, guidata da lei, respingeva in quanto privi di valore tutti gli sforzi artistici posteriori a Sir Joshua Reynolds, e anche molte cose precedenti… Suo marito, d’altro canto, saldamente ancorato alle ovvietà, sarebbe stato capace in modo deludente, anche prima che la cameriera avesse confermato la sua ipotesi, di concludere che lei stava semplicemente venendo a piedi dalla stazione.
Il motivo, dunque, che l’aveva spinta a mandare avanti la carrozza, sebbene nato inconsciamente, penetrò presto la sua coscienza, e quei tentativi di indovinare ciò che gli altri avrebbero pensato vedendola arrivare senza lei a bordo scaturivano dagli istinti drammatici che formavano tanta parte della sua mentalità, e le facevano sempre prendere, come per diritto divino, la parte principale negli intrattenimenti istrionici con i quali gli abitanti colti di Riseholme trascorrevano il tempo, o meglio, occupavano strenuamente i momenti strappati allo studio dell’arte e della letteratura, e ai loro impegni sociali. Per la verità non si limitava a prendere la parte principale, ma, se possibile, sosteneva due ruoli, essendo inoltre direttore di scena e responsabile dell’adattamento scenico, se non addirittura scenografo. Qualsiasi cosa facesse (ed erano moltissime le cose di cui si occupava), vi metteva tutta la forza delle sue percezioni drammatiche; e con tale ardore da non avere il tempo di guardare la platea: contemplava solo se stessa e la propria energia. Quando suonava il pianoforte, il che accadeva spesso, dedicando un’ora tutti i giorni a questo esercizio, non si preoccupava minimamente di cosa avrebbe potuto pensare chi fosse passato nella strada davanti a casa sua dei trilli che uscivano dalla finestra aperta: era solamente Emmeline Lucas, assorbita dal glorioso Bach, dal raffinato Scarlatti o dal nobile Beethoven. Quest’ultimo, forse, era il suo compositore preferito. Erano molte le sere in cui lei, a luci spente, e con solo il dolce fulgore della luna che entrava attraverso le finestre senza tende, sedeva con il suo profilo simile a un cammeo (o forse a una testina stampata su un francobollo), stagliato contro le pareti di quercia scura della sua sala da musica, estasiando se stessa e chi la ascoltava, se aveva degli ospiti per il pranzo, con il pathos squisito del primo movimento della sonata Al chiaro di luna. Devota e in adorazione del Maestro, il cui ritratto era appeso sopra il suo Steinway a coda, non si era tuttavia mai convinta che i due movimenti successivi fossero allo stesso sbalorditivo livello del primo, e inoltre “andavano” molto più velocemente. Quel giorno, comunque, durante il viaggio di ritorno in treno aveva riflettuto con serietà e, pianificando le sue nuove occupazioni, decise che avrebbe cercato di studiarli, così da poterne superare le complessità con accettabile perizia. Fino ad allora si era fermata in tutta sicurezza alla fine del primo movimento, durante quelle séances al chiaro di luna, affermando che gli altri due erano assai più simili al mattino e al pomeriggio. Con un sospiro chiudeva poi il piano dolcemente e, magari tergendosi qualche genuina lacrima dagli occhi, accendeva la luce elettrica, e prendendo un libro dal tavolo, in cui un tagliacarte segnava il punto della sua penetrazione, diceva: «Georgie, devi assolutamente promettermi di leggere questa vita di Antonio Caporelli appena la finisco. Prima non avevo mai capito l’ascesa della Scuola Veneziana. Riesco persino a sentire l’odore della marea che sale nella laguna e a vedere il campanile dell’amata Torcello».
Georgie allora deponeva il telaio da ricamo sul quale stava lavorando a un disegno preso da una cappa italiana, e sospirava anche lui.
«Sei meravigliosa!», diceva. «Come fai a trovare il tempo per tutto?».
E lei replicava con l’apoftegma che avrebbe fatto il giro di Riseholme il giorno seguente: «Mio caro, sono proprio le persone piene di cose da fare che hanno tempo per tutto».

Si potrebbe pensare che le attività descritte fin qui fossero abbastanza per impegnare una persona in modo totale, e che lei non avesse tempo per altro, ma questo non era assolutamente il caso della signora Lucas. Proprio come Rubens, il pittore, si compiaceva di essere anche l’ambasciatore alla corte di St James (una carriera sufficiente in sé per la maggior parte degli uomini attivi), così la signora Lucas si compiaceva, negli intervalli della sua ricerca dell’Arte per l’Arte, di essere non solo un’ambasciatrice, bensì un monarca. Forse Riseholme poteva essere inclusa, secondo il rozzo materialismo delle carte geografiche, nel regno della Gran Bretagna, ma in un senso più reale e intimo formava un regno completo di per sé, e la sua regina era indubitabilmente la signora Lucas, che governava con una sicura autocrazia, piacevole da vedere in un’epoca in cui i troni crollavano e le corone imperiali turbinavano come foglie morte nel vento autunnale. Chi governava Riseholme, più felice di chi era a capo della Russia, non doveva temere l’inebriante veleno bolscevico, perché in tutto quel pentolone, che ribolliva in modo così piacevole di cultura, non c’era una singola bolla di fermento rivoluzionario. Là non c’era né povertà né scontento, né minacce sussurrate di rivolta. La signora Lucas, indaffarata e serena, lavorava più duramente di uno qualsiasi dei suoi sudditi, ed esercitava un controllo al contempo popolare e autocratico.
Nella sua mente era in un certo senso consapevole di quella sovranità, mentre svoltava l’ultimo angolo caldo e arrivava in vista della strada del villaggio che costituiva il suo regno. Apparteneva proprio a lei, come un tesoro trovato appartiene alla Corona, perché era stata lei a dare impulso alla trasformazione di quel remoto paesino elisabettiano nel palazzo di cultura sorto dove dieci anni prima una popolazione di agricoltori conduceva la sua vita bovina e non illuminata in quelle case grigie di pietra o di mattoni e legno. Prima di allora, mentre suo marito ammassava una fortuna, rispettabile tanto per il suo ammontare quanto per la sua origine, nell’Ordine degli Avvocati, lei aveva solo tenuto accesa una piccola ma ferma lampada di cultura a Onslow Gardens. La loro comune ambizione tuttavia era sempre stata quella di bearsi e tenersi occupati sotto cieli artistici dove i bisogni materiali venissero soddisfatti da solidi investimenti. Così, quando vi furono sufficienti migliaia di sterline in titoli sicuri, lo aveva persuaso con facilità a comprare tre di quelle case costruite una accanto all’altra in un isolato con edifici bassi a due piani, e, attraverso il giudizioso abbattimento dei muri divisori, le aveva trasformate in una comoda abitazione, aggiungendo poi una nuova ala che usciva ad angolo retto sul retro, ed era, se si può dire, appena più vistosamente elisabettiana del fusto in cui era innestata. Qui infatti era situato il famoso fumoir, con la paglia sul pavimento, una credenza in cui erano allineati dei boccali da birra di peltro, e delle finestre dai vetri piombati così antichi che era praticamente impossibile vedere qualcosa attraverso di essi. C’era inoltre un enorme camino incorniciato da travi di quercia, con un sedile su ogni lato del focolare foderato di ferro, e uno spiedo dello stesso metallo appeso proprio a metà. Per quanto nel resto della casa, per comodità, lei avesse permesso che venisse installata l’elettricità, qui questa concessione non era stata fatta, e alcuni candelabri a muro reggevano delle fioche lampade di ferro: solo chi fosse dotato di una vista più che acuta era quindi in grado di leggere. Anche a questi, però, risultava difficile leggere, perché il leggio sul tavolo sosteneva solo alcuni volumi dai caratteri neri e indecifrabili che risalivano, al più tardi, all’inizio del diciassettesimo secolo, e per trovarcisi a proprio agio bisognava essere in uno stato mentale di fanatismo elisabettiano. Ma la signora Lucas vi trascorreva spesso i rari momenti d’ozio, suonando il virginale accanto alla finestra, o affumicandosi con la legna che bruciava, mentre con occhi lacrimosi decifrava un elzeviro di Orazio, piuttosto tardo, in verità, sebbene indubitabilmente un affare.
La casa era posta sul lato del villaggio più vicino alla stazione; così, quando davanti a lei si aprì il panorama del suo regno, ne distava solo pochi passi. Una siepe di tasso, comprata intera da una fattoria vicina, e trapiantata poi con grandi zolle di terra e alcune lumache indignate intorno alle sue radici, separava il giardinetto oblungo dalla strada, e gettava sul praticello al suo interno delle ombre mostruose, uguali alla forma in cui era stata tagliata. Qui, come era giusto che fosse, non si poteva trovare un fiore che non fosse menzionato nelle opere teatrali di Shakespeare: era chiamato infatti il giardino shakespeariano, e l’aiuola che si distendeva sotto le finestre della camera da pranzo era detta di Ofelia, perché consisteva solo di quei fiori che la fanciulla sconvolta distribuiva ai suoi amici mentre avrebbe dovuto essere internata in un manicomio. La signora Lucas spesso rifletteva sulla fortunata congiuntura che quelle istituzioni fossero sconosciute al tempo di Elisabetta. Le viole, ovviamente, formavano la decorazione principale (per quanto vi fossero delle floridissime piante di ruta), e la signora Lucas se ne appuntava sempre un mazzetto, quando erano in fiore, per ispirare i suoi pensieri, e le trovava molto efficaci. Intorno alla meridiana, posta in mezzo a uno dei quadrati d’erba fra i quali un vialetto di pietrisco conduceva alla porta principale, c’era un’aiuola rotonda, ora, in luglio, tristemente vuota, perché ospitava solo i fiori primaverili enumerati da Perdita. Ma ogni anno, il primo giorno in cui l’aiuola di Perdita faceva sfoggio dei suoi primi boccioli, era una ricorrenza deliziosa: la notizia si spargeva rapidamente per il regno della signora Lucas, i suoi sudditi la ricevevano con grande felicità e venivano a rendere omaggio alla violetta o alla giunchiglia, o a qualsiasi altra cosa fosse.
Le tre case, destramente trasformate in The Hurst, presentavano una facciata irregolare, affascinante e pittoresca. Due erano di pietra grigia della regione, e quella di mezzo, alla cui porta conduceva il vialetto pavimentato, era di mattoni e legno. Alcune finestre piombate, con delle robuste colonnine divisorie, davano luce alla camera su cui si aprivano, e a quelle originali ne erano state aggiunte delle altre che potevano essere notate da un occhio attento, perché avevano un aspetto marcatamente più vecchio delle restanti. Allo stesso modo la porta d’ingresso appariva antichissima, e questo era dovuto al fatto che quella trovatavi dalla signora Lucas era troppo malridotta per essere minimamente utile nel tener fuori vento e pioggia. Ciò l’aveva indotta a farne costruire una ancora più vecchia, fatta di assi prese da un granaio in disuso, e a farla imbullettare con grandi chiodi di ferro di antica foggia forgiati dal fabbro del villaggio. Questi era riuscito a far sì che alcuni sembrassero recare la data dell’anno del signore 1603. Sulla porta pendeva il braccio dell’insegna di una locanda, e nello spazio dove una volta era appesa, adesso era inserita una lanterna, in cui era infissa, ben nascosta alla vista dai vetri patinati che la circondavano, una luce elettrica. Questa rappresentava una delle concessioni necessarie alle comodità moderne, perché nessuna lampada a olio avrebbe potuto perforare quei pannelli segnatamente opachi, e illuminare il vialetto fino al cancello. Meglio quindi avere una luce elettrica che lasciare che i propri ospiti andassero a picchiare la testa contro l’aiuola di Perdita. Accanto a questo portone da fortezza pendeva il pesante cordone di un campanello di ferro, che terminava con una sirena. Quando la signora Lucas l’aveva fatto installare, si riusciva a tirare a prezzo di un grande sforzo fisico, nel senso che soltanto un uomo molto atletico, usando tutte e due le mani e piantando in terra i piedi con fermezza, riusciva a muoverlo, e allora un’enorme campana di bronzo suonava nel corridoio della servitù, e rintoccava (se l’atleta continuava a tirare) con vibrazioni tanto sonore che l’intonaco del soffitto veniva giù a fiocchi. Così lei aveva fatto un’altra concessione alla fragilità dell’attuale generazione e alla scomodità di avere fiocchi di intonaco nei piatti freddi che venivano serviti in camera da pranzo, e ora sul retro della coda della sirena c’era un piccolo bottone d’osso, tinto di nero e praticamente invisibile, e il cordone era stato trasformato in un congegno elettrico che andava premuto invece che tirato. In questo modo i visitatori potevano rendere noto il loro arrivo senza grandi sforzi, la sirena non aveva perso nulla della sua verginità elisabettiana, e lo spirito di Shakespeare che si aggirava per il suo giardino non avrebbe notato alcun anacronismo.
Sebbene i genitori della signora Lucas le avessero conferito il nome di Emmeline, non c’era da meravigliarsi che fosse da sempre conosciuta fra i più intimi dei suoi sudditi come Lucia, pronunciato all’italiana, ovviamente (la Lucia, la moglie di Lucas), ed era con un Lucia mia che suo marito la salutò quando le andò incontro sulla soglia di The Hurst. L’aveva aspettata guardando attraverso i vetri del salotto mentre meditava su uno dei suoi poemetti in prosa che formavano un contributo così dilettevole alla cultura di Riseholme; perché sebbene, come si è accennato, nella vita pratica fosse saldamente ancorato alle ovvietà, c’erano delle finestre nella sua anima che si aprivano su prospettive vaghe ed eteree che, lontanissime dall’essere ovvie, erano intelleggibili a fatica. Queste odi scaturivano nel ritmo sciolto di Walt Whitman, ma la loro dolce soavità e i loro contenuti non recavano alcuna somiglianza con la produzione di quel barbarico bardo, perché tutti consideravano Walt Whitman come un americano rozzo e volgare. Di questi poemetti in prosa erano già stati pubblicati due volumi, certamente non nelle tipografie di Londra dove si pensava solo a far soldi, ma al Ye Signe of Ye Daffodille, sulla piazza del villaggio, dove i caratteri tipografici erano sistemati a mano, e molto poco, ma della migliore qualità, veniva pubblicato. La stampa era iniziata solo di recente, e a spese del signor Lucas. Aveva tuttavia già prodotto una edizione dei sonetti di Shakespeare, oltre a poemi suoi. Questi erano apparsi con dei caratteri non rifiniti su carta spessa e giallastra, e sembrava che i margini fossero stati tagliati dall’indice di un lettore impaziente, tanto erano laceri e irregolari, e i volumi erano rilegati in pergamena. I titoli di questi due esili fiori di poesia, Flotsam e Jetsam, erano impressi all’esterno in caratteri neri, e la copertina era ulteriormente adornata da una sorta di sigillo in rilievo e da nastri dall’aspetto antico, così che, non appena terminato, il Flotsam del signor Lucas si poteva legare con due fiocchi, e cominciare il Jetsam.
Quel giorno, il poema in prosa Solitudine non stava procedendo bene, e Philip Lucas fu felicissimo di sentire lo scatto del cancello del giardino, che gli segnalava la fine della sua solitudine, almeno per il momento: alzando lo sguardo, vide la figura ondeggiante della moglie che si presentava ai suoi occhi attraverso i vetri irregolari e spessi della finestra del salotto, così difficili da trovare, ma che avevano rimpiazzato ormai completamente quelli banali, ordinari e non rifrangenti che c’erano prima. Saltò su con notevole alacrità nonostante fosse un uomo robusto e ben nutrito, e aprì la porta d’ingresso imbullettata molto prima che Lucia avesse percorso il vialetto di pietrisco, dato che si era fermata a indugiare sull’aiuola di Perdita.
«Lucia mia!»1, esclamò lui. «Ben arrivata! Sei venuta a piedi dalla stazione».
«Sì, Pepino mio caro», replicò lei. «Stai bene?».
Lui la baciò e tornò a usare la lingua di Shakespeare, perché il loro italiano, nonostante scorresse in modo perfetto fin dove arrivava, non arrivava certo molto lontano, ed era inutile per la conversazione, a meno che non volessero limitarsi ai saluti e a chiedere l’ora. Ma era interessante parlare in quell’idioma, per quel poco che era possibile.
«Molto bene», disse lui, «è bellissimo riaverti a casa. E Londra com’era?», domandò, con il tono in cui avrebbe potuto chiedere notizie della salute di un parente povero senza molte possibilità di guarigione.
Lei sorrise con un velo di tristezza.
«Incredibilmente indaffarata con nulla», disse lei. «In questi quindici giorni non ho quasi avuto un momento per me. Colazioni, pranzi, ricevimenti di ogni tipo: non sono riuscita ad andare alla metà degli intrattenimenti ai quali ero stata invitata. Adorabile South Kensington!».
«Carissima, quando Londra riesce ad acciuffarti, non è da sorprendersi che cerchino tutti di sfruttarti al massimo», replicò lui. «Non devi fargliene una colpa».
«No, caro, non lo faccio. Sono stati tutti gentilissimi e molto ospitali: hanno fatto del loro meglio. Se incolpo qualcuno, è me stessa che incolpo. Ma credo che questa vita di Riseholme con la sua eleganza e la sua ricercatezza ci vizi per quello che riguarda poi gli altri posti. Londra è come un nodo ferroviario: non ha una vera vita di per sé. Manca di delicatezza, non si apprezzano le sfumature. L’individualità non ha modo di esistere: tutti schiamazzano, schiamazzano e starnazzano. Se c’è un concerto in una casa privata – tu conosci le mie idee sulla musica e di come sia per me del tutto impossibile ascoltarla se si è incastrati in mezzo a una fila di gente – si è poi subito trascinati fuori per andare a un pranzo. C’è sempre folla, c’è sempre cibo, non si può stare soli, ed è unicamente nella solitudine che, come dice Goethe, le percezioni fanno sbocciare i loro fiori. Nessuno a Londra ha tempo per ascoltare: pensano tutti a chi c’è e a chi non c’è, e a cosa si farà dopo. Lo squisito presente, come dici tu in uno dei tuoi poemi, là non esiste: è sempre il febbrile futuro».
«Che frase deliziosa! Avrei dovuto rubare questa gemma per il mio povero poema se tu l’avessi scoperta prima».
Lei era troppo abituata a quell’incenso per fare qualcosa di più che odorarlo inconsciamente, e proseguì con la sua terribile accusa.
«Non che io veda qualcosa di male in tutto il daffare di Londra», disse con severa imparzialità, «perché se essere indaffarati fosse un crimine, sono certa che pochi di noi qui scamperebbero all’impiccagione. Ma prendi la mia vita, o la tua, se è per questo; be’, forse la mia. Spesso e volentieri sono sola dal breakfast fino all’ora di colazione, ma in quelle ore riesco a fare più cose importanti che non a Londra durante tutto il giorno, notte compresa. Passo un’ora con la mia musica, senza alzare lo sguardo per vedere chi sono i miei vicini, imparando, studiando, bevendo la divina melodia. Poi sbrigo la mia corrispondenza, tu sai cosa significa, e mi resta un’ora per leggere, così che quando tu arrivi a dirmi che la colazione è pronta, scopri che ho vagabondato per chiese veneziane, o che sono stata seduta in quella cameretta buia di Weimar, o era Lipsia? Come avrei trascorso quelle stesse ore a Londra? Forse a sedere per mezz’ora nel parco, con la carissima Aggie che mi indica con degli spasmi di emozione trepidante una donna che era in tribunale per il divorzio, o una testa coronata che è andata in rovina. Poi mi trascinerebbe a qualche mostra privata piena delle solite persone che si fissano e che schiamazzano fra di loro, o che guardano dipinti che mi lasciano, povera me, senza fiato e mi fanno rabbrividire. No, sono grata di essere tornata alla mia dolce Riseholme. Qui posso lavorare e pensare».
Si guardò intorno nell’ingresso rivestito da pannelli, raggiante di tenera felicità per essere nuovamente a casa, dimenticando così la stanchezza dovuta alla passeggiata dalla stazione. Ovunque cadessero i suoi occhi, quegli occhi scuri e acuti che somigliavano a bottoni rivestiti di lucente stoffa americana, non vedevano nulla fuori luogo, mentre a Londra invece tante cose stonavano. C’erano dei lustri boccali da birra di rame sul davanzale, una ciotola con del pot-pourri sul tavolo nero nel mezzo della stanza, un sedile di quercia davanti al camino, un paio di tappeti persiani sul pavimento tirato a lucido. Anche la camera aveva la sua particolarità, come lei aveva fatto notare nel memorabile saggio letto davanti alla Società Letteraria di Riseholme, intitolato Umorismo nel mobilio, e un bidone di bronzo per il latte serviva da contenitore per bastoni e ombrelli. Ugualmente bizzarro era il piatto di frutta di pietra, molto realistica, collocato dietro al pot-pourri, o il ragno peloso giapponese poggiato sopra una ragnatela di seta sulla finestra. Era così spaventosamente realistico che la nuova domestica di Lucia un mattino aveva abbandonato i suoi doveri per cercare l’aiuto del giardiniere e ammazzarlo. Il piatto di frutta di pietra aveva sortito lo stesso successo, perché una volta lei aveva detto a Georgie Pillson: «Il mio giardiniere mi ha mandato le prime mele e pere: non vorresti prenderne una e portarla a casa?». Solo quando egli sentì il peso della pera (aveva abilmente scelto la più grande) si capì che lo scherzo era riuscito e che lui non si era reso conto che non fossero vere. Poi però Georgie si era preso la sua rivincita, perché, aspettando l’occasione giusta, aveva collocato una pera autentica in mezzo alle sue simili di pietra, e passandoci accanto con Lucia, l’aveva presa e aprendo la bocca l’aveva addentata con tutta la forza delle sue mandibole. Lei si era sentita svenire in quell’istante, al pensiero dei denti di lui polverizzati…
Questi tocchi umoristici di tanto in tanto venivano cambiati: il ragno, per esempio, veniva tirato giù e rimpiazzato da un canarino di porcellana in una gabbietta Chippendale. La selezione di cose bizzarre nell’ingresso era studiata, così gli ospiti trovavano qualcosa di cui sorridere mentre si toglievano i cappotti ed entravano in salotto con un argomento sulle labbra, qualcosa di leggero, di divertente su quello che avevano visto. Allo stesso modo, il gong poteva essere sostituito qualche volta da un insieme di campanelli che avevano adornato in altri tempi il collare del cavallo che conduceva il tiro da carrettiere della Fiandra: di fatto, quando Lucia era a casa, c’erano spesso piccole nuove particolarità per qualche giorno di fila, e lei aveva fatto balenare qualche speranza alla Società Letteraria che forse un giorno, quando avesse avuto un po’ più di calma, avrebbe buttato giù del materiale per dare un seguito al suo saggio, o ne avrebbe scritto un altro per coprire un campo ancora più vasto che riguardava gli Spunti di conversazione derivati dal mobilio.
Sul tavolo c’era una pila di lettere che aspettavano la signora Lucas, perché la posta del giorno prima non le era stata spedita per paura che andasse perduta (i postini di Londra erano probabilmente molto incuranti e inaffidabili), e nel vederla lei diede un gridolino di sgomento.
«Sarò cattivissima», disse, «e non ne guarderò nemmeno una fin dopo colazione. Portale via, caro, e promettimi di metterle sotto chiave fino ad allora, e di non darmele, per quanto ti implori. Poi mi rimetterò in sella, una sella adorata, e le affronterò. Farò una passeggiata in giardino fino a che suonerà la campana. Che cosa dice Nietzsche sulla necessità di Mediterraneizzare se stessi ogni tanto? Io devo Riseholmirizzare me stessa».
Pepino ricordò la citazione, comparsa in una recensione di qualche opera di quell’autore famoso, la stessa che aveva visto Lucia, e tornò, stimolato dall’esempio, al suo poema in prosa sulla Solitudine mentre sua moglie attraversava il fumoir per andare in giardino a immergersi una volta di più in quell’atmosfera colta. In quel lembo di giardino, dietro la casa, non era stato fatto alcun tentativo per coltivare un terreno shakespeariano, perché, come osservava giustamente lei, Shakespeare, che amava così tanto i fiori, avrebbe comunque desiderato che lei godesse di ogni possibile tesoro attinente all’orticultura. Là c’erano decorazioni di ogni sorta: statue, meridiane, e sedili di pietra erano sparsi tutto intorno con forse troppa abbondanza. Facevano bella mostra di sé anche alcuni motti, e mentre una meridiana ricordava che «Tempus Fugit», in un affascinante angoletto per riposare si esortava in modo un po’ sconcertante: «Aspettate un pochino». Ma poi il sedile rustico nel vialetto di laburni intrecciati recava, intagliati sul lato posteriore, i versi «Much have I travelled in the realms of gold», cosicché meditando su Keats, si poteva aspettare un pochino con la coscienza tranquilla. La raccolta di citazioni familiari e stimolanti era così copiosa, che uno dei suoi sudditi una volta aveva detto che passeggiare nel giardino di Lucia non serviva solo ad ammirare i suoi fiori, ma anche per passare allo stesso tempo una mezz’ora con i più grandi autori.
C’era anche una piccionaia, ovviamente, ma dal momento che i gatti uccidevano sempre le colombe, la signora Lucas aveva messo in quella casa profanata alcuni piccioni di porcellana di Copenhagen, immortali, per quello che riguardava i gatti, e che si riallacciavano all’idea del mobilio spiritoso. L’umorismo era arrivato al suo apice quando Pepino aveva nascosto in un cespuglio un usignolo meccanico, che cantava «Cip-cip» nel modo più realistico se si tirava una cordicella. Georgie non aveva ancora visto i piccioni di Copenhagen, ed essendo abbastanza miope, pensò che fossero veri. Allora, oh, solo allora Pepino tirò la cordicella, e Georgie rimase per alcuni minuti estasiato ad ascoltare il loro tubare melodioso. Gli fu così resa la pariglia per la “trappola” della pera autentica collocata fra quelle di pietra. Perché, a dispetto dell’atmosfera rarefatta di cultura di Riseholme, Riseholme sapeva come desipere in loco, e la sua strenua ricerca di cultura era spesso rinfrescata da questi tocchi leggeri e raffinati.
La signora Lucas camminava svelta e risoluta su e giù per i vialetti mentre aspettava il richiamo per la colazione; l’attività della mente influenzava il suo corpo, rendendone animati i movimenti. Su entrambi i lati della fronte i capelli neri erano pettinati in onde, rigide e ordinate, che nascondevano la punta delle orecchie. Aveva abbandonato il suo cappello londinese e teneva un ombrello da contadina di cotone rosso, che gettava un riflesso rosato sull’ovale del suo viso sottile, dal pallido incarnato. Portava il peso dei suoi quarant’anni con molta leggerezza, e se non fosse stato per la pelle afflosciata agli angoli della bocca stretta e sottile, sarebbe potuta passare per una donna molto più giovane. Il suo viso non era altrimenti segnato e non recava le tracce delle devastazioni della vita emotiva, che invecchia e addolcisce. Sicuramente non c’era niente di dolce in lei, e pochissime erano le tracce dell’età: sarebbe stato quindi ragionevole congetturare che di lì a vent’anni non sarebbe parsa molto più vecchia di com’era allora. Le emozioni di cui era vittima erano quelle sterili e senza età dell’arte; i desideri che la assalivano non erano legati alle emozioni, ma alle sue ambizioni. Non aveva dinastia, poiché non aveva figli, e perciò le sue ambizioni erano limitate alla conservazione e alla sicurezza del suo trono di regina di Riseholme. Non domandava davvero altro se non di mantenere la stessa abbondanza dei raccolti mietuti in quegli ultimi dieci anni. Alla vita chiedeva solo di proseguire nella direzione dell’esistenza di Riseholme, della sua attività culturale e dei suoi intrattenimenti, di essere la fonte di tutte le ispirazioni, e di quando in quando di sancire l’inferiorità Londra. Ma a ciò sacrificava tutta la sua tranquillità, il suo tempo libero e le sue entrate. Essendo praticamente infaticabile, la perdita della tranquillità e del tempo libero la preoccupava poco, e trovandosi in una situazione estremamente agiata, il denaro non rappresentava un problema. Poteva benissimo sperare in un’attività immutabile negli anni a venire, mentre le giovani generazioni sarebbero appassite attorno a lei; inoltre nessuna stella, levatasi remotamente, aveva fino ad allora minacciato di offuscare il suo fulgore inarrivabile. Sebbene essenzialmente autocratica, concedeva ai suoi sudditi, incoraggiandoli quasi, di sviluppare la mente secondo linee personali, sempre però che queste si intersecassero sugli snodi in cui lei era capostazione. Riguardo alla religione, per concludere, si può dire brevemente che credeva in Dio nella stessa maniera in cui credeva nell’Australia, perché non aveva dubbi circa l’esistenza di entrambi, e andava a messa ogni domenica con lo stesso spirito con cui avrebbe guardato un canguro nel giardino zoologico, poiché i canguri provenivano dall’Australia.
Un muretto separava l’estremità del giardino dal prato adiacente; oltre c’era il ruscello che confluiva nell’Avon, e spesso le sembrava meraviglioso che quell’acqua che descriveva meandri lì vicino presto sarebbe scorsa (a meno che una mucca non l’avesse bevuta) accanto alla chiesa di Stratford dove riposava Shakespeare. Pepino aveva scritto un poemetto molto commovente a questo proposito, perché lei gli aveva fatto omaggio con regalità dell’idea, e aveva suggerito una bellissima analogia fra la rugiada terrena che rinfrescava i fiori, portata via dal fuoco del sole, e il Pensiero, la rugiada spirituale, che rinfrescava la mente, e che poi, in modo vago, si univa all’Anima circolare del Mondo…
In quel momento, i suoi occhi furono attratti da un’apparizione sulla strada adiacente alla sponda opposta del gaio ruscello che confluiva nell’Avon. Non ci si poteva sbagliare sull’identità della figura robusta della signora Quantock, con i suoi passetti e il suo gesticolare, ma perché, e ciò destava meraviglia, quella devota della Scienza Cristiana camminava accanto alla figura avvolta in drappi e munita di turbante di un uomo dall’incarnato tropicale e dalla barba nera? Il vestito di lui, giallo zafferano con una fascia di un verde violento alla vita, era tirato su per poter procedere con più agio, e a meno che non portasse delle calze color cioccolata, la signora Lucas vide delle gambe umane di quel colore. Il momento successivo quell’incertezza fu chiarita, perché vide di sfuggita dei calzini corti rosa infilati in babbucce rosse…
Mentre osservava tutto ciò, la signora Quantock la vide (perché grazie alla Scienza Cristiana aveva riconquistato la vista pronta della sua gioventù), le mandò un bacio con la mano, ed evidentemente richiamò l’attenzione del suo compagno, perché un attimo dopo lui le faceva un salamelecco nel pomposo modo orientale. Non c’era nulla da fare per il momento, tranne ricambiare quei saluti, non potendo gridare rivolgendosi solo alla signora Quantock per chiederle: «Chi è quell’indiano?», perché se la signora Quantock l’avesse sentita, l’avrebbe sentita anche l’indiano. Così, non appena poté, si girò per tornare verso casa, e una volta che i cespugli di lillà si frapposero fra lei e la strada, camminò a una velocità superiore alla solita, per apprendere con il minor ritardo possibile da Pepino chi potesse essere quel suo recente suddito. Sapeva che a Londra vi erano dei principi indiani: forse era uno di loro, nel qual caso sarebbe stato opportuno andare a studiare qualcosa su Benares o Nuova Delhi nell’enciclopedia senza por tempo in mezzo.

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