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LA VERA UTOPIA? ELIMINARE TUTTI GLI IMBECILLI

LA VERA UTOPIA? ELIMINARE TUTTI GLI IMBECILLI

 

È difficile definire un imbecille, perché ciascuno rischia di essere l’imbecille dell’altro. Tuttavia qualche parametro oggettivo esiste, ci sono categorie di imbecillità che sono universali.

Inoltre, siccome siamo dei primati sociali, la vita quotidiana è una continua repressione di istinti omicidi, mi chiedo per esempio cosa succederebbe se tutti gli automobilisti avessero il porto d’armi e la licenza di uccidere.

E io, quante volte ho desiderato uccidere quel tal impiegato delle poste che mi tratta come se fosse lì a farmi un favore forzato. E quella vicina che quando passo con il cane si allontana schifata, adducendo non so quale trauma infantile, quante volte ho pensato di infilarle in casa un rottweiler furioso. E quel burocrate amministrativo di una casa editrice che fa di tutto per complicarti la vita. E quella signora che ieri voleva farmi spegnere il sigaro all’aperto, perché lei non voleva andare dentro il locale. E quel critico letterario che mi ha stroncato il romanzo senza capirci niente. E Pierluigi Diaco, che mi telefonò cercando di convertirmi al cristianesimo. (Ovviamente Diaco avrebbe voluto uccidere me, e dirà che sono io l’imbecille).

Nella realtà poi nessuno uccide nessuno, ci mancherebbe, mica siamo l’Isis (con cui i soliti imbecilli vogliono dialogare) ma pensarci non è reato. Tantomeno scriverne. Ecco perché consiglio la lettura de La strage degli imbecilli del francese Carl Aderhold, appena pubblicato da Fazi Editore, cioè da Elido Fazi, non a caso un editore che ho pensato di eliminare fisicamente quando rifiutò uno dei miei capolavori (a dire il vero la lista sarebbe lunga, da Marco Cassini di minimumfax a Raffaello Avanzini di Newton Compton fino a quegli stronzetti snob dell’Adelphi).

È una lettura liberatoria, e una storia molto semplice: un uomo arriva a un certo punto della sua vita in cui non ne può più di tollerare gli altri, e comincia a assassinare gli imbecilli che gli capitano a tiro. A cominciare dalla portinaia: «Non ho mai capito la nostalgia che alcune persone provano per le portinaie. La loro nocività è ampiamente dimostrata dall’uso e abuso che fanno del loro piccolo potere sugli inquilini dei palazzi». Non è forse così? E poi un impiegato dell’ufficio delle imposte, un automobilista cafone, un mendicante appiccicoso, un intero pullman di anziani, assassinando in trecento pagine centoquaranta imbecilli, senza contare cani e gatti.

Quest’ultima strage farà arrabbiare gli animalisti ma io la trovo molto ugualitaria, chi ama tutti gli animali è in fondo razzista, come chi ama i gay e i negri come categorie astratte; io gli animali non umani li amo talmente da considerarli uguali alle persone, e quindi ci saranno imbecilli di razza anche tra cani e gatti. Per citarne uno, il chihuahua di una mia amica non l’ho mai sopportato, è supponente, spocchioso, petulante, fastidioso, mentirei se affermassi di non aver mai desiderato spiaccicarlo sul divano sedendomici sopra, facendo finta di non averlo visto.

D’altra parte non c’è neppure bisogno di uscire di casa per desiderare stragi di non innocenti, colpevoli di idiozia, basta aprire il computer e leggere i commenti dei tuoi cosiddetti amici di Facebook, oppure basta accendere la televisione, e non solo quella italiana. Anche in Francia «l’idiozia faceva bella mostra di sé, si compiaceva, si pavoneggiava. Si direbbe che più le persone sono idiote, di un’idiozia tale che anche il più abbrutito dei telespettatori può prendersi gioco di loro, più hanno la possibilità di essere scelte». In fondo è un dato di fatto: per quanto si parli di meritocrazia, in democrazia la mediocrità arriva sempre al potere prima, pressoché in ogni campo, e gli imbecilli cooptano altri imbecilli.

Infine, per il giustiziere inventato da Aderhold, c’è perfino una morale sociale, in quanto «contrariamente a un’idea molto diffusa, gli imbecilli non sono recuperabili; su di loro le campagne di prevenzione non hanno alcuna presa. Una sola cosa può indurli non dico a cambiare, ma quanto meno a restare tranquilli: la paura. Io voglio che sappiano che li sorveglio e che il tempo dell’impunità è finito».

Massimiliano Parente – Il Giornale (14/03/2015)

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LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

LA STRAGE DEGLI IMBECILLI (ESTRATTO)

 

Non so se quella notte le cose mi apparvero con un’evidenza che non avevano mai avuto fino ad allora o se, come avrebbe detto la veggente, avessi Nettuno quadrato al Sole: in ogni caso immaginai una soluzione che avrebbe permesso di rivelare al mondo intero la portata della mia lotta e di restare libero, al riparo dalle ricerche della polizia. Avrei scritto ai giornali! Decisi di mettere subito in pratica l’idea. Presi il grande quaderno rosso, quello in cui Christine credeva stessi scrivendo il romanzo, e scrissi in stampatello: «Progetto di lettera al caporedattore».

Serviva qualcosa di sensazionale, che attirasse l’attenzione.

Consapevole del poco tempo che potrà concedermi, andrò dritto al punto:

FERMI TUTTO!
FERMI la prossima edizione!
Sto per proporle la storia più sensazionale che un caporedattore possa sognare!

Era essenziale che l’altro mi prendesse sul serio. Dovevo dare l’impressione di aver pensato a tutto e previsto tutto.

Prima di entrare nel dettaglio, devo informarla che ho mandato la stessa missiva ai suoi principali concorrenti. Non c’è quindi bisogno di aggiungere che mai come in questo momento chi dorme non piglierà pesci.

L’importante era fargli prendere coscienza del valore di ciò che proponevo.

1) La natura dell’offerta

Se provo a mettermi per trenta secondi nei suoi panni, immagino che la reazione più naturale, leggendo queste righe, sarebbe chiedersi: «Ma chi è questo imbecille?».

Non si preoccupi, la cosa non mi disturba. Immagino che lei riceva ogni giorno molte sollecitazioni, alcune bislacche, altre più serie, e che abbia acquisito la capacità di valutare all’istante una proposta. Tuttavia, le capiteranno casi in cui il suo giudizio impiega un certo tempo prima di chiarirsi, come se una sorta di fiuto la spingesse a non buttare subito la lettera nel cestino.

Penso che in questo momento lei si trovi di fronte precisamente a questo dilemma. Scommetto che sta pensando: «È sicuramente l’ennesimo lunatico, per forza, è un lunatico…». Eppure qualcosa la trattiene dall’appallottolare il fo- glio di carta: «E se…».

Cerchiamo di far pendere la bilancia dalla parte giusta. Cosa abbiamo?
Un manifesto.
«Un altro, mi dirà lei. In ogni caso il mio giornale non pubblica questo genere di roba».

Ma stavolta è diverso.

«In cosa?», mi chiederà lei.
(La sento infastidita. Mi creda, avrei preferito spiegarle tutto a voce. Ma per ragioni di sicurezza che non tarderà a comprendere, non posso presentarmi in redazione. Così, per rispondere alla maggior parte delle sue eventuali domande, mi sono permesso di anticiparle meglio che ho potuto cercando di mettermi al suo posto).

Si tratta di un manifesto intitolato La strage degli imbecilli.

«Ambizioso».

Ambizioso, glielo concedo, ma per nulla utopistico se si sofferma seriamente sulla questione. Nelle righe che seguono, le esporrò il più chiaramente possibile a cosa sono arrivato. In poche parole, tutto quel che ho fatto dalla mia presa di coscienza fino alle attuali conseguenze della mia azione, compreso questo manifesto, allude a una VISIONE o, meglio ancora, a una LOTTA POLITICA.

Da oltre un anno conduco infatti da solo e senza aiuto una lotta globale su tutti i piani e a tutti i livelli, una lotta totale (vi dedico tutte le mie energie, la mia attenzione e il mio senso critico, nonché tutte le mie risorse, non lesino tempo né denaro), una lotta metodica, oserei dire scientifica, allo scopo di giungere a una teoria generale: una lotta quindi senza tregua, senza debolezze e senza pietà, contro l’imbecillità o, meglio, contro gli imbecilli (vedremo che la sfumatura non è secondaria).

Così riassunta, sono consapevole che la mia lotta può suscitare forse qualche sorriso.

Scommetterei anzi che, se lei accettasse di parlarne con me per qualche minuto, si troverebbe a dire:

«Ma l’imbecillità è solo una parola! Una comodità linguistica che usiamo senza riflettere!».

E di certo se lei spingesse un po’ oltre la riflessione, aggiungerebbe:

«In ogni caso, per qualcuno si è sempre imbecilli».

In un certo senso, non ha torto. Poche altre parole della nostra lingua offrono una tale varietà di impiego, di qui discende la difficoltà di afferrare e definire univocamente il significato. Forse capita anche a lei, quando qualcuno la fa ridere, di dirgli «Che imbecille che sei!»: e il suo interlocutore, lungi dall’offendersi, si sente lusingato come se avesse ricevuto un complimento.

Così, la parola può rivelarsi peggiorativa e offensiva («Brutto imbecille!») o edificante, se non amicale («Ah che imbecille che sei!»); e la differenza si fa spesso attraverso l’aggiunta di un qualificativo (oltre a brutto si trova spesso povero, grosso, vecchio…) e tramite l’intonazione che permette a chi ascolta di capire l’intenzione di chi sta parlando.

Erano le tre di notte passate. L’orizzonte non mi era mai parso così chiaro e sgombro di nubi. Stanco ma felice, chiusi il quaderno e andai a letto.

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E BRAVO L’ASINO

E BRAVO L’ASINO

 

“Le persone che hanno meno idee di tutti sono gli scrittori e i lettori. È meglio non sapere né leggere né scrivere che non saper fare altro che questo. Quando si vede un fannullone con un libro in mano, si può essere quasi certi che si tratta di una persona senza né forza né voglia di stare attenta a ciò che le accade intorno, o dentro la testa”. L’autore di queste audaci considerazioni, non proprio adatte alla promozione di festival letterari, è l’inglese William Hazlitt, studioso di Shakespeare e considerato tra i maggiori critici e umanisti della prima età romantica.

Un uomo di cui tutto si può dire tranne che fosse spaventato dai paradossi, nemmeno da quelli che gli si potevano ritorcere facilmente contro. Hazlitt era uno scrittore apprezzato ed era, da studioso di letteratura, anche un lettore accanito. Si potrebbe quindi pensare che quelle sue idee le avesse tenute per sé, per un diario da tenere chiuso nel cassetto e ritrovato per caso dopo la sua morte. O che le avesse tutt’al più indirizzate in una lettera privata a un amico poi rivelatosi di scarsa discrezione. E invece Hazlitt mise la firma sotto quelle affermazioni sui periodici britannici più diffusi della sua epoca, perché arrivassero ad altri lettori – e ad altri scrittori – e li facessero sobbalzare, almeno un po’, sulle loro poltrone. Nella migliore tradizione anglosassone, mise in pratica l’idea che paradossi e contraddizioni – compresi i più iperbolici – sono i benvenuti, se servono a richiamare l’attenzione sulla realtà, a mettere alla berlina il sussiego dei parrucconi, a fare appello al discernimento dell’individuo, a segnalare i danni delle “idee ricevute”, che non è un malanno solo dei suoi tempi.

Di tutto questo fu dunque maestro William Hazlitt, come testimonia la raccolta di sette saggi che l’editore Fazi sta ripubblicando nella collana “Le meraviglie”, e che costituisce un buon campionario delle magnifiche idiosincrasie del loro autore. La raccolta si intitola “L’ignoranza delle persone colte” (traduzione di Fabio De Propris, 180 pagine, 14,50 euro) e contiene alcuni degli articoli pubblicati da Hazlitt nella rubrica “Table-Talk”, che tenne sul London Magazine dal giugno del 1820 al dicembre dell’anno successivo.

Nato a Maidstone, nel Kent, il 10 aprile 1778, e morto a Londra il 18 settembre 1830, Hazlitt visse in quell’età davvero “di mezzo” che cominciò con le guerre d’indipendenza americane e termino con la fine dell’età georgiana. Furono anche gli anni dell’affermazione britannica nelle guerre napoleoniche (con Hazlitt che simpatizzava apertamente per l’imperatore francese), e anche quelli della nascita, con Lord Brummel, della figura del dandy (da Hazlitt sbeffeggiata senza riguardo. Vedi, nel libro in uscita, l’articolo intitolato: “Sull’effeminatezza del carattere”). Hazlitt era figlio di un pastore unitariano di origini irlandesi, che si chiamava William come lui, aveva avuto come insegnante Adam Smith e nel 1783, con la famiglia, si era trasferito negli Stati Uniti, a Boston, dove aveva predicato, insegnato e fondato una chiesa unitariana, prima di tornarsene in Gran Bretagna quattro anni dopo. Anche l’autore dell”‘Ignoranza delle persone colte”, ultimo dei cinque figli del reverendo Hazlitt, era stato destinato alla carriera di pastore, ma strada facendo aveva disertato per sopraggiunta fragilità di fede. Non era da un pulpito ecclesiastico che aveva voglia di fare prediche, e su di lui – senza pensare al soggiorno nell’America da poco indipendente, durante il quale era ancora un bambino – influì la fascinazione per le idee rivoluzionarie in arrivo dalla Francia, più tardi mitigate (o meglio, rilette) alla luce della lezione del liberale Edmund Burke.

Hazlitt averebbe lasciato il segno sulla sua epoca. Poté contare su uno spirito brillante e beffardo, stimolato dalle sue scarse illusioni sulla bontà della natura umana, anche se delle teorie di Hobbes diceva che lo disgustavano mentre, al contrario, si dichiarava fervido ammiratore di Jean-Jacques Rousseau (abbiamo visto quanto gli piacevano i paradossi). La sua fama si deve soprattutto del modo eccentrico con cui seppe incarnare il ruolo di bastian contrario (o di coscienza critica, se si preferisce). Mai in modo gratuito e fine a se stesso, anche se dovette scontare a più riprese ostracismi e perenni antipatie, suscitati soprattutto dagli scritti giornalistici. L’eccentricità, del resto, per gli inglesi non è mai stata un difetto. Salvo, forse, nel campo dello stile: più è sgradevole, paradossale e caustico il contenuto degli articoli di Hazlitt, più il suo periodare si rivela studiatamente semplice, netto, vicino alla lingua parlata. Secco e diretto come uno schiaffo.

Era morto da un centinaio d’anni ma era ancora ben vivo il suo ricordo, quando Virginia Woolf scrisse di lui, nel secondo volume del “Lettore comune” (in Italia tradotto dal Melangolo): “Hazlitt – ed è uno dei suoi meriti principali – non era uno di quegli scrittori che evitando di pronunciarsi svaniscono nella nebbia e muoiono d’insulsaggine. Nei suoi saggi lui è presente, sempre e con enfasi. Senza remore e senza vergogna. Dice esattamente ciò che pensa e dice esattamente – confidenza meno lusinghiera – quel che prova. Aveva una straordinaria consapevolezza della propria esistenza; e siccome non passava giorno che non gli infliggesse uno spasmo d’odio o di gelosia, un fremito d’ira o di piacere, nel leggerlo entriamo presto in contatto con un carattere singolarissimo – bisbetico e insieme magnanimo; gretto e tuttavia nobile, assolutamente egoista eppure ispirato da genuina passione per i diritti e le libertà del genere umano”.

Un incorreggibile antipatico, che per tutta la vita studiò il modo di perfezionare quell’atteggiamento così come altri si industriano nell’arte della “captatio benevolentiae”. Hazlitt non volle essere quello che oggi definiremmo un “piacione”, né mostrarsi vagamente compiacente, nemmeno con chi gli era amico. Tra i suoi corrispondenti ci furono alcuni tra i più illustri letterati del suo tempo: i fratelli Charles e Mary Lamb, Stendhal (l’unico con il quale l’ammirazione reciproca non soffrì mai l’ombra di un contrasto), Samuel Coleridge, William Wordsworth, il poeta John Keats. Ma l’amicizia e la consuetudine non gli impedirono di esercitare anche nei loro confronti la critica più tagliente, se gli sembrava che ce ne fosse qualche motivo. Coleridge gli dedicò un ritratto da cui Hazlitt emerge come una persona silenziosa, dai modi scostanti, dall’espressione quasi sempre corrucciata, “geloso, cupo, orgoglioso, permaloso e dedito alle donne”. Ma era il primo ad apprezzarne “i pensieri ben appuntiti”. Un caratteraccio. Eppure Keats scrisse il 10 gennaio del 1818 all’amico pittore Benjamin Haydon che nella loro epoca esistevano tre cose di cui poter godere: i quadri dello stesso Haydon, il poema di Wordsworth intitolato “L’escursione” e “la profondità di gusto di Hazlitt”.

Quel gusto ha fatto parlare di lui come di un Montaigne britannico. In realtà, con l’autore degli “Essais”, Hazlitt condivide la scelta introspettiva che sfocia in una filosofia del quotidiano, oltre alla predilezione per la forma colloquiale. Ma, rispetto al francese, Hazlitt è infinitamente più sarcastico e in cerca di provocazioni. Se proprio è necessario trovargli un precedente, andrebbe allora cercato in Jonathan Swift: un altro irlandese votato alla satira sociale e dedito a farsi beffe del trombonismo travestito da cultura degli “sputasentenze”. I quali – scrisse l’autore dei “Viaggi di Gulliver” nel “Saggio critico sulle facolta della mente” – “sono come i vasi, i quali suonano tanto più forte quanto più sono vuoti”. In effetti, il mondo disprezzato da Hazlitt – quello degli schiavi dei luoghi comuni, incapaci di formulare un pensiero o un giudizio se non portandosi in tasca il libro da cui li hanno mutuati – assomiglia all’isola volante di Laputa immaginata da Swift. Un luogo abitato da sussiegosi uomini di scienza e inventori, insigni matematici, astronomi, musicisti incapaci di guardare dove mettono i piedi. Se i valletti degli scienziati di Laputa sono costretti a usare un sottile bastone con appesa una vescica gonfiata, con la quale richiamare i loro padroni, con leggere toccatine, alla realtà, Hazlitt si assegna lo stesso compito rispetto ai suoi contemporanei. Solo che decide di non usare sottili bastoni come i valletti di Laputa ma, all’occorrenza, la clava. Lo fece, per esempio, criticando violentemente il “Saggio sui principi della popolazione” di Malthus (primo teorico del controllo delle nascite nelle classi povere), che gli sembrava un perfetto esempio di idiozia.

Nessuno o quasi si salva dalla furia di Hazlitt: né sant’Agostino né il filosofo cinquecentesco Girolamo Cardano, non il teologo anglicano Daniele nemmeno l’umanista cattolico tedesco Caspar Schoppe, autore di una dottissima “Grammatica philosophica” pubblicata a Milano nel 1628: di tutta la carta da loro prodotta, scrive Hazlitt, si potrebbe fare senza alcun danno un bel falò: “Ecco come viene usato il sapere umano. Sembra che i lavoratori di questa vigna abbiano lo scopo di confondere il senso comune e le distinzioni fra il male e il bene per mezzo di massime tradizionali e di nozioni preconcette che diventano sempre più assurde col passare del tempo. Fanno ipotesi su ipotesi, ci innalzano montagne, finche non è più possibile giungere alla più semplice verità su alcunché. Vedono le cose non come sono, ma come le trovano nei libri, e chiudono gli occhi e cancellano i dubbi per non dover scoprire niente che sia in contrasto con i loro pregiudizi, o possa convincerli della loro assurdità. Si direbbe che la forma più alta della saggezza umana consista nel mantenere le contraddizioni e nel rendere sacro ciò che e insensato”.

Ma se non ci si fa respingere dalla sua irruente – e brillantissima – invettiva, nella quale mancano solo la parola “culturame” e la promessa di metter mano alla pistola a sentir nominare la cultura, si arriva al cuore vero del pensiero di Hazlitt: “Le persone più giudiziose che s’incontrano nella società sono gli uomini d’affari e gli uomini di mondo, che ragionano di quel che vedono e sanno, invece di far delle distinzioni sottili su come le cose dovrebbero essere. Le donne hanno spesso più ‘buon senso’ degli uomini. Hanno meno pretese, sono meno impacciate dalle teorie, giudicano le cose più dalla immediata e involontaria impressione e quindi in modo più sincero e naturale. Non possono ragionare male, perché non ragionano affatto. Non pensano o parlano seguendo delle regole perché in genere possiedono più eloquenza, spirito e buon senso, unendo i quali riescono in genere a governare i mariti. Il loro stile, quando scrivono alle loro amiche (e non per i librai), è migliore di quello di molti scrittori. Le persone che non hanno un’istruzione hanno un’inventiva esuberante e sono senz’altro libere dai pregiudizi. Shakespeare fu poco istruito, come risulta chiaro tanto dalla freschezza della sua immaginazione quanto dalla varietà dei suoi concetti. Milton invece sa di accademia, tanto nel pensiero, come nel sentimento. Shakespeare non aveva dovuto svolgere a scuola dei temi in favore della virtù e contro il vizio. Dobbiamo a questa circostanza il tono sano e non affettato del suo teatro. Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare. Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l’istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori”. Quest’ultima affermazione fa perdonare ad Hazlitt qualsiasi malignità: si da il caso che tra i commentatori di Shakespeare (anzi, tra gli iniziatori della moderna critica shakespeariana), ci sia proprio lui, William Hazlitt, con la raccolta di saggi sui “Personaggi dei drammi di Shakespeare”, pubblicata nel 1817.

Più figlio di Swift che di Montaigne, dunque, Hazlitt è debitore dichiarato di Samuel Butler, lo scrittore secentesco famoso soprattutto per il poema satirico “Hudibras”, nel quale si prendeva gioco di fanatismi e pedanterie del puritanesimo. Butler, figlio di un prete di campagna, dopo la King’s School di Worcester aveva avuto accesso alla ricca biblioteca della sua prima padrona, la contessa di Kent, presso la quale serviva come maggiordomo. Di quest’altro clandestino nel tempio della cultura, Hazlitt sceglie una citazione – da “Hudibras”- come esergo all'”Ignoranza delle persone colte”: “Più lingue un uomo apprende più danni arreca al suo talento: e il tempo e la fatica spesi li sconta tutti interi in qualche modo. L’ebraico, il siriaco e il caldeo son lingue che confondon la ragione, e stravolgon la mente che si sforza di funzionare al contrario, in accordo ai loro alfabeti mancini. Eppure chi sa dire solamente assurdità, ma in diverse lingue passerà per più colto di colui che sa ragionar bene nella propria”. E Hazlitt rincara la dose: “Chiunque sia passato per i gradi regolari dell’educazione classica senza esser stato ridotto all’imbecillità si può ritenere salvo per miracolo”.

È la vanità la bestia nera di Hazlitt, soprattutto quando è accompagnata dalla sua sorella gemella, la saccenza, di cui egli riteneva che la società e l’accademia inglese ne fossero pervasi: “L’istruzione è la conoscenza di ciò che gli altri in genere non sanno, e che non possiamo apprendere che di seconda mano per mezzo dei libri, o di altre sorgenti artificiali. La conoscenza di ciò che è davanti o intorno a noi, che fa appello alla nostra esperienza, alle nostri passioni o ai nostri progetti, al cuore e agli affari degli uomini, non è istruzione. L’istruzione è la conoscenza di quello che solo le persone istruite conoscono. Il più istruito di tutti è colui che conosce meglio tutto ciò che vi è di più lontano dalla vita quotidiana, dall’osservazione immediata, che non è di alcuna utilità pratica, che non può essere provato dall’esperienza e che, dopo esser passato attraverso un gran numero di stadi intermedi, resta ancora pieno di incertezza, di difficoltà e di contraddizioni. È vedere e ascoltare con occhi e orecchie altrui, e credere ciecamente al giudizio degli altri. La persona istruita e fiera della sua conoscenza di nomi e di date, non di quella di uomini e cose. Non pensa e non s’interessa ai suoi vicini di casa, ma è al corrente degli usi e costumi delle tribù e delle caste degli indù e dei tartari calmucchi”.

Non è, questo tratteggiato da Hazlitt, il ritratto del classico “esperto”, autorizzato a disprezzare il buon senso in nome di un’investitura accademica, in omaggio a quell’idea ridicola – quasi mai percepita come tale- per cui un contadino o un commesso ne saprebbero meno, di vita e di morte, rispetto a un anatomopatologo o a uno psicologo laureato? “Lo scopo inevitabile di tutte le istituzioni culturali non è di diventare sapienti o d’insegnare la sapienza ad altri, ma d’impedire a chiunque altro di diventare o sembrare più sapiente di loro”, scrive Hazlitt delle università inglesi. Vanità e saccenza, per lui, sono coalizzate per uccidere l’immaginazione, che invece e la vera protagonista positiva dell'”Ignoranza delle persone colte” e che non può che nascere dal vedere “le cose come sono”. È spesso la mancanza di immaginazione a farci credere nella superiorità di chi si da delle arie: “Pili cultura le persone possiedono o pili sono addentro a un certo argomento, tanto pili volentieri comprendono e sono pronte a riconoscere che qualcuno e superiore a loro, cosi come loro si sentono tali nei confronti di altri. Ma dal basso, ottuso livello dell’ignoranza e della volgarità, non può sorgere alcuna idea e alcun amore per le cose elevate. Pensi di comportarti veramente bene con questa gente evitando qualunque sfoggio di pedanteria e di grandezza, credi di passare per un tipo semplice, modesto, alla mano. Non funziona. Mentre tenti questi approcci amichevoli, e ti sforzi di essere naturale, quelli vogliono recuperare lo svantaggio nei tuoi confronti. Puoi benissimo dimenticare di essere uno scrittore, un artista, o che altro: loro non dimenticano mai che non sono nessuno e non perdono mai il desiderio di vederti nella stessa condizione”.

In “William Blake” (da poco pubblicato da Medusa), l’appassionato saggio che Gilbert K. Chesterton nel 1910 dedico al pittore e poeta dei “Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza”, troviamo un elogio dell’immaginazione che sarebbe piaciuto ad Hazlitt. È l’immaginazione che si nutre della realtà, del fatto di vedere le cose per come sono, senza farsi ricattare dal sapere libresco o dalla ricerca cervellotica di originalità. Blake (un altro mezzo irlandese), secondo Chesterton doveva la propria unicità al fatto di essere stato un piccolo borghese “figlio di bottegai”, senza ambizioni intellettuali: “I suoi costumi e la sua morale furono formati alla solita vecchia maniera; nessuno penso mai di formare la sua immaginazione, il che probabilmente fu la maggior fortuna per questo ragazzo trascurato”.

Di vent’anni più giovane di Blake, Hazlitt aveva provato a lungo, a sua volta, a guadagnarsi da vivere dipingendo, sulla scia del successo del fratello John, pittore affermato. Per questo arrivò tardi, con un’erudizione costruita sulla passione, al mestiere di scrittore. Ma non mancò di trasferirvi il gusto per l’osservazione accurata delle persone e delle cose, da ritrattista più attento alla fedeltà al vero che alla gradevolezza dell’effetto finale. Gli riuscì, soprattutto, di non diventare come quelli che criticava: “Mi piace stare a tavola con pochi amici, chiacchierare come viene del più e del meno. Non mi piace essere sempre saggio o mirare sempre alla saggezza. Ho abbastanza da fare con i letterati e i loro intrighi, le questioni, i critici, gli attori, lo scrivere saggi e non voglio portarmeli appresso quando vado fuori per svagarmi in compagnia. In queste occasioni desidero essere considerato una persona di buon umore; e in cambio della mia socievolezza tutto quello che chiedo e un po’ di benevolenza. Non voglio porre continuamente a me stesso e agli altri delle domande sul destino, sul libero arbitrio, sulla prescienza assoluta, ecc. Qualche volta devo rilassarmi un po’. Ogni tanto, come il maggese, devo rimanere incolto”.

Nicoletta Tiliacos, Il Foglio

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LA ZIA DI FREUD

LA ZIA DI FREUD

 
 
La cosa che più non sopporto di noi ebrei è quando tentiamo di imitare i cristiani. Ad esempio adesso: visto che loro festeggiano il Natale, dobbiamo per forza far festa anche noi con ḥănukkāh, una celebrazione che, quand’ero piccola io, quasi nemmeno consideravamo. Così dobbiamo trovarci tutte le sere per accendere le candele e stare in compagnia, anche se magari della religione ce ne importa molto poco.

Oh, per carità, di per sé non sarebbe nemmeno una brutta cosa, festeggiare ogni tanto. Le feste sono belle. Sono certi parenti, più che altro, a rovinartele. Prendete mio nipote Sigmund: durante l’anno ci ignora totalmente, immerso com’è nei suoi studi, nei suoi articoli, nelle sue conferenze; ad ḥănukkāh però, a sorpresa, si presenta alla porta, armato del suo sigaro e del suo sguardo indagatore.

Già quand’era piccolo aveva dato i suoi bei grattacapi, a sua madre e a me. Ricordo ancora quand’era all’asilo e metteva costantemente le bambine in un angolo, si tirava giù i pantaloni e mostrava loro il pistolino, urlando: «Io ce l’ho e tu no! Io ce l’ho e tu no!». Quante volte siamo dovute correre da delle maestre esterrefatte, chiedendo perdono e immaginandoci la loro riprovazione. Già non tutti amano gli ebrei, ma se poi facciamo pure la figura dei maniaci sessuali la vita può diventare davvero molto difficile.

Prendete però quello che è successo l’anno scorso, proprio per la festa di ḥănukkāh. Eravamo tutti a tavola, intenti a parlare del più e del meno, quando ho servito la mia classica minestra di lenticchie. Subito Sigmund se ne è uscito con una delle sue solite frasi enigmatiche: «Lenticchie. Interessante…».

Noi, i vecchi di casa, ci siamo guardati con quel tipico sguardo d’intesa. Non abbiamo aperto bocca, ma tutti abbiamo letto il pensiero l’uno dell’altro: «Nessuno osi chiedergli cosa intende dire!».

Purtroppo a tavola non c’eravamo solo noi vecchi, ma anche i giovani e inesperti nipotini: «Cosa vuoi dire, zio Sigmund?», ha domandato quell’ingenua di Edith.

«Come scriveva lo stoico Artemidoro, sognarle è presagio di lutto. Sembra quasi che qui qualcuno voglia uccidere qualcun altro».

«Grande, zio! Come in un romanzo di Agatha Christie!», ha risposto Edith.

«Agatha chi?».

«Agatha Christie. È una giovane scrittrice inglese. Non hai mai letto niente di suo?».

«No. C’è qualche figlio che uccide suo padre, in questi romanzi?».

«Non lo so. Di omicidi ce ne sono parecchi, se è questo quello che cerchi».

«Sesso ce n’è?».

«Scusa?».

«Sesso. Hai presente? Il pene, la vagina, il fornicare, dentro e fuori, dentro e fuori… tutto l’armamentario…».

In tre secondi l’amabile cena in famiglia si era trasformata in tragedia: nonna Rachel stava per strozzarsi con le lenticchie che le erano andate di traverso (e Sigmund, in sottofondo, commentava: «Visto? L’avevo detto che sarebbe morto qualcuno. La psicoanalisi non sbaglia mai»); la piccola Edith sembrava in trance, incapace di svegliarsi dallo shock; la madre di Edith, Sarah, stava cercando in cucina un coltello per sgozzare Sigmund (urlando: «Hai ragione, Sigmund! Qualcuno oggi morirà!»).

Quell’anno abbiamo evitato il morto per miracolo. E quest’anno rischiava di andare anche peggio: già appena si è iniziato a parlare della festa, sono sorti i problemi.

Nonna Rachel ha avuto un infarto semplicemente guardando il calendario.

Sarah ha subito chiarito: «No, se c’è Sigmund io non vengo. Oppure vengo, ma mi porto dietro quel suo collega che odia tantissimo, quello Jung, e me lo porto a letto nella stanza in cui Sigmund dormiva da bambino, facendo in modo di farmi sorprendere da lui. Sai che colpo! Capace di scriverci cinque libri, su una cosa del genere!».

La giovane Edith invece dall’anno scorso ha dei problemi. Ha smesso di leggere i libri della signora Christie e ora si concede solo cose sconce, come quell’Amante di Lady Chatterley che si è procurata andando di nascosto in certi botteghini della periferia di Vienna, dove spacciano libri proibiti. Ha le occhiaie, il viso emaciato, e le stanno venendo gli stessi chiodi fissi di suo zio: il sesso, il – mi vergogno anche a scriverlo – pene, la libido.

E così ieri sera si è svolta l’ennesima, penosa cena di famiglia.

Già all’entrata Sigmund s’è lanciato nei suoi soliti saluti: «Buonasera a tutti. Oh, guarda, un vaso di fiori rossi al centro del tavolo: cara zia, ti dispiace proprio non aver più il mestruo, eh?». C’è da dire che sa come creare un clima disteso.

«Edith, per favore. Aiuta tuo zio col cappotto», ho quindi detto. La ragazza mi sembrava così assente, cercavo solo di smuoverla. I due si sono avviati verso l’entrata.

«Vuoi darmi il cappotto, zio Sigmund?», ha chiesto lei.

«Dipende. Cosa vuoi farci?».

«Pensavo di appenderlo…».

«Fammi vedere l’attaccapanni. Ce ne sono certi che sono dei poderosi simboli fallici; altri, invece, ricordano la vagina». Forse non era stata una buona idea mandare la povera Edith.

«Il cappotto, allora…?».

«Non so. A dire la verità ho un po’ di freddo…».

«Freddo? Ma se la zia ha messo il riscaldamento al massimo? Ci saranno quasi 30 gradi!».

«Eppure sento freddo».

«Dai, zio, morirai di caldo. Dammi quel cappotto».

«No!».

«Ma perché no? Io… Oh, un attimo! Aspetta! C’è qualcosa in quel cappotto!».

«Cosa? Che intendi?».

«Sì, ho capito. È un meccanismo psicologico. Non me lo vuoi dare perché per te quel cappotto rappresenta qualcosa! Cosa ti hanno fatto col cappotto quando eri piccolo, zio Sigmund? Violenza, mancanza d’affetto, qualcosa che hai visto? Cosa?».

«Ma no, Edith – s’è messo a sussurrarle –. Ci tengo dei cioccolatini pregiati, qui, nella tasca interna. Vedi? Non sopporto le lenticchie della zia, e ogni tanto me ne pappo uno. Se vuoi te ne posso passare qualcuno di nascosto».

«Cioccolatini?».

«Cioccolatini, sì».

«Tutto qua? Niente peni, vagine, strumenti sadomaso?».

«No, solo cioccolatini».

«Zio, certe volte sei una tale delusione…».

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Ermanno Ferretti

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Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

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