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Posted in GLI OSPITI DEL BLOG

DI VOCI, DI SUICIDI, DELLA PANNA

DI VOCI, DI SUICIDI, DELLA PANNA

Pubblichiamo il racconto di Monia Colianni nella sezione Ospiti del blog.

Il progetto intracranico che mi ha condotto su questo sgabello con un cappio al collo è abbastanza fantasioso. Banale, direte voi, perché nella mente dei sopravvissuti il suicidio degli altri si spiega col classico triangolo lavoro-amore-droghe. Vi fa stare meglio, lo so. Del resto, è dolcissimo vedervi proteggere con atavica ostinazione la bollicina dentro la quale state rinchiusi. Sarò onesto: a prima vista i cateti del vostro triangolo-del-giudizio ci sono tutti: non riesco a collocarmi con chiarezza nel mondo perché il mondo non è chiarissimo nemmeno a me, una Lei che poteva interessarmi preferisce una sottospecie di insurrezionalista alla mia ragguardevole condotta da genuino schizotipico, e gli effetti improbabili degli anti psicotici forse (dico forse) non mi hanno aiutato. Da qui a ridurla all’insulso intreccio lavoro-amore-droga ce ne passa comunque. Mi sminuisce e mi offende, se devo dirla tutta.

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Posted in In evidenza, Ultimi Articoli

LO SPRITZ

LO SPRITZ

Ore 17:00. Finalmente al fresco. Sono abbandonato, con gli occhi chiusi, sulla poltroncina in finto vimini di questo bar. Braccia penzoloni e gambe distese, come se mi avessero appena sparato. In bocca sento il salato del mio sudore. Unico mio pensiero: Tè freddo.

Sembra che abbia fatto la doccia vestito. Il venticello sui vestiti madidi di sudore, mi provoca un leggero brivido di piacere. Adesso i raggi del sole, filtrati dall’ombrellone color panna, sembrano quasi una carezza. Sono cullato come un bambino dal vento. Mi sento chiamare:

-Gabriele sei tu?

Riapro piano gli occhi e ti vedo. Sei tu? Non riesco a crederci. Come nulla fosse, continui a parlare e, senza chiedere nulla, ti metti a sedere di fronte a me.

-Da quanto tempo non ci vediamo?

Non rispondo, ma so benissimo da quanto non ci vediamo. Sono quasi tre anni. Ricordo quella sera. Torno dall’ufficio e come apro la porta vedo i tuoi vestiti sparsi per casa, come a tracciare un percorso. Immagino si tratti di una caccia al tesoro, alla fine avrò il premio.  Raccolgo, uno ad uno, gli indumenti: prima il vestito, le calze, il reggiseno. Sulla maniglia della camera da letto le tue mutandine.

Già ti immaginavo sinuosa, distesa sul fianco ad aspettarmi, immaginavo di accarezzare i tuoi lunghi capelli neri, di perdermi nei tuoi occhi blu… immagino il tesoro. Quando apro la porta, c’è quel panzone, peloso a divertirsi col mio premio. I vestiti mi scivolano dalle braccia. Guardo a terra forse per non vedervi, ai piedi del letto la collinetta dei suoi indumenti, spicca sulla vetta un mutandone bianco degno di un lottatore di sumo.

Ancora a cavalcioni su di lui, ti fermi un attimo, mi guardi:

-Ormai siamo troppo distanti.

Effettivamente, lui ti stava molto più vicino di me. Il tuo sguardo sembra dirmi: “Qui abbiamo ancora tanto da fare”. Mi sento esplodere come un vulcano, ma non riesco a dire nulla, come telecomandato Indietreggio fino alla porta ed esco.

A vederti adesso, sembra ti sia mangiato un elefante, i tuoi occhi non sembrano così blu e i capelli non sono più tanto neri.

Il cameriere arriva al tavolo:

-Signori cosa vi porto?

Non faccio in tempo ad aprire bocca che tu:

-l’aperitivo speciale e due Spritz.

-Subito signori.

Mentre il ragazzo si allontana, tu facendomi l’occhiolino:

-Ricordo ancora che amavi lo Spritz.

-I gusti possono cambiare.

Guardo l’ingresso del bar. Attendo il cameriere come si attende il chirurgo fuori dalla sala operatoria. Voglio solo bere e andare via.

Tu invece parli: del tuo lavoro, della tua nuova vita, di quanto sei felice. La tua voce che ricordavo musicale come quella di una sirena, ora mi sembra quella di un ambulanza, stridente come il gesso sulla lavagna.

Spengo l’udito e ti vedo solo muovere la bocca. Sembra di guardare un vecchio film di Chaplin, sopra le labbra rosse, mi sembra quasi di notare l’ombra dei suoi baffetti.

Finalmente vedo il cameriere. Trascina un carrellino. Oltre agli Spritz, ci sono vassoi stracolmi di roba: panini, tartine, olive, patatine e mignon. Sembra debba mangiare un esercito.

Arrivato al nostro tavolo, incastra uno dopo l’altro i vassoi, sembra una partita a Tetris. Non c’è spazio nemmeno per respirare.

-Il vostro aperitivo. Buon appetito.

Poi va via. Non ho nemmeno il tempo di prendere una tartina che inizi a cacciarti in bocca panini, olive e patatine a catena di montaggio. Scoppio a ridere. Tu con la bocca ancora piena:

-Che ridi?

-No niente.

Come dirti che l’anno scorso, parlando di te ad un amico, dissi:

-Era sexy anche quando mangiava.

Il cameriere ti guarda con gli occhi sgranati, mentre spazzoli uno dopo l’altro i vassoi. Faccio cenno di portarli via. Finge di non vedermi, guarda per aria e fischietta.

Credo che abbia paura. Forse pensa che nell’allungare il braccio per prendere i vassoi, nella foga, tu possa addentarglielo. Indisturbata continui a mangiare. Ti avventi su quegli innocenti tartine come un leone sulla sua preda. Mentre vedo le tue mascelle lavorare come schiaccia sassi e il cibo quasi uscirti dalla bocca, penso: ”È proprio vero, I gusti possono cambiare”.

Giangiacomo Tedeschi, allievo della Scuola Omero

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini

Isabella Pedicini, storica dell'arte, lavora a Roma nel campo dell'editoria. Non crede nella minestra riscaldata e odia piangere sul latte versato. Per la casa editrice Contrasto ha pubblicato i saggi "Francesca Woodman. Gli anni romani tra pelle e pellicola" e "Mimmo Jodice. La camera incantata". Nelle Meraviglie le sue "Ricette umorali" e "Ricette umorali il bis".

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Posted in ALICE NELLE MERAVIGLIE

INTERVISTA A FABIO GENOVESI

INTERVISTA A FABIO GENOVESI

 

Fabio Genovesi è nato nel 1974 a Forte dei Marmi. Ha scritto i romanzi Versilia Rock City ed Esche vive (pubblicato nel 2011 e tradotto in dieci Paesi), il saggio cult Morte dei Marmi (per la collana Contromano di Laterza) e Tutti primi sul traguardo del mio cuore, diario on the road della sua avventura al Giro d’Italia.

Con l’ultimo romanzo, Chi manda le onde (Mondadori), già vincitore del Premio Strega Giovani e nella cinquina dei titoli finalisti, è in corsa per il Premio Strega di quest’anno.

Cosa leggi in genere?

Di tutto, quasi. Di solito leggo tanti libri insieme: un romanzo, racconti sparsi spesso dell’orrore o comunque di fantasmi, vecchi diari di viaggio, storie di esploratori, manuali assortiti che vanno dalla navigazione all’allevamento dei canarini. Ne comincio molti di libri, ne finisco pochi, perché se non mi piacciono li lascio per strada e tiro dritto, sperando che qualcun altro li raccolga e li apprezzi di più.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Mark Twain è il primo nome, primissimo. Poi Joseph Conrad, John Fante, Stephen King, Erskine Caldwell, Shirley Jackson, Flaiano, Landolfi, Bianciardi, Collodi… in genere gli autori che non hanno paura di lavorare a temperature altissime, che sanno far ridere e piangere e scaldarti la pelle.

Un libro che ami e che avresti voluto scrivere tu?

La città dei ladri, di David Benioff.

Lo scrittore umoristico preferito?

Mark Twain, appunto. È insuperabile nella singola frase piantata lì, ed è gigantesco alla distanza. E ha vissuto una vita piena di tante cose diversissime e clamorose. Sì, decisamente Mark Twain.

Quando scrivi, quali sono i tuoi modelli?

Quando scrivo, i miei modelli sono gli anziani del mio paese e di tutti i paesi che giro. Adoro mettermi lì ad ascoltarli, e farmi raccontare le loro storie stupende, piene di divagazioni e cambi di rotta spesso irredimibili, partono per dirti una cosa e finiscono da tutt’altra parte, però spesso quest’altra parte è ancora più preziosa. E poi aprono e chiudono parentesi che sono finestre su mondi sfolgoranti, e tu ti innamori di queste finestre ma poi le chiudono per sempre e tu poi ci ripenserai, domandandoti “chissà che fine ha fatto quello lì che si vedeva dalla finestra”, ma non lo saprai mai, e nemmeno loro lo sanno. Non sanno niente, sono solo grandissimi narratori. Sono i miei modelli.

Che tipo di humour prediligi?

Quello che ti fa ridere di cose e situazioni di cui non dovresti ridere per niente. Il colpo di riso per qualcosa di sbilenco, di stridente con una situazione seria o anche drammatica e cupa, il corpo e la mente che nonostante tutto sentono ancora la voglia e lo schizzo di ridere, perché la vita nei suoi momenti più veri è questa cosa qui: che ti fa ridere e piangere insieme.

Le battute: le costruisci o nascono di getto?

Le battute costruite sono come quegli uomini insopportabili che gli piace una e  le chiedono di uscire e passano una giornata a organizzare, pensano al locale giusto, al tavolino con l’illuminazione perfetta per l’aperitivo, al ristorante con l’atmosfera migliore e nel quartiere più suggestivo, alle parole da dire, al tono impostato della voce… poi ci finiscono a letto e non sanno che fare. Ecco, questo sono per me le battute costruite, una triste alternativa al calore della vita.

I personaggi: ti rifai a quello che già conosci?

A volte nascono dalla pura fantasia, più spesso da persone vere. Ma non persone che conosco, sono i volti che incrocio nelle stazioni, quelli che guidano nell’altra direzione in autostrada, a volta persone che stanno ai miei incontri e mentre parlo mi ci fisso: storie e vite che sfioro appena, che non conoscerò forse mai davvero, e allora per compensare questa mancanza mi invento le loro vite, butto su carta quello che fanno secondo me, come mai sono così, dove stanno, cosa fanno, cosa vogliono. Qualcuno non va oltre la carta, altri diventano i personaggi delle mie storie. E così, anche se in realtà non ci conosciamo e non ci vediamo, diventiamo più che amici, molto di più.

Che valore dai nella vita al senso dell’umorismo?

L’umorismo è quasi tutto. Chi non ce l’ha, non posso frequentarlo per più di tre minuti. L’ironia è importante, ma ancor di più l’autoironia, se non sai ridere di te stesso non sai farlo nemmeno del resto, l’umorismo per funzionare ti chiede di stare sempre sulla soglia, sempre pronto a scappare dalla casa del buon senso e della pacatezza e del rispetto, per tuffarti nel mare dello sbilenco e dello strano e dello smisurato.

Il senso dell’umorismo è un’inclinazione naturale o si può coltivare?

Si può coltivare, ma non si può piantare dal nulla. Ci nasci. È più facile nascere col senso dell’umorismo e poi farlo morire con una vita triste e senza slanci. È invece impossibile crearselo, ce l’hai o no.

Pensi che il genere umoristico sia abbastanza considerato in Italia?

No. All’opposto. Abbiamo sempre avuto grandissimi autori, ma l’ambiente è così ingessato e anzi mummificato che gli dei a cui ci si rivolge sono la pacatezza, la raffinatezza, Sua Maestà la Noia. Come se il far stare bene fosse un peccato, o comunque una sciocchezza. Io non amo le storie che fanno solo ridere, e nemmeno quelle che fanno solo piangere. Cerco di fare entrambe le cose, perché la vita nei suoi momenti più intensi è così, ti fa ridere e piangere insieme, questo è quel che mi piace e che cerco di fare nei miei libri. Mi capita ogni tanto qualche lettore che mi dice “spero di non offenderla, ma in certi punti del suo libro ho riso tantissimo”. Come fosse una colpa, stare bene.

Progetti futuri?

Continuare per la mia strada, e continuare a non sapere qual è.

 

Alice

Alice

Dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall'editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio dedicato espressamente alla narrativa umoristica.

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