Pages Menu
Categories Menu

Posted in QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO

IL BAGNINO DI ERACLITO

IL BAGNINO DI ERACLITO

 

 

L’estate è la mia stagione preferita.
I ragazzi scendono al fiume e giocano con l’acqua, ritrovano la gioia di vivere dopo un inverno passato a studiare e allenarsi.
Anche gli adulti – magari con un po’ di timidezza – si spogliano e si tuffano, riscoprendo il piacere del contatto con la natura.
Sono scene molto belle, a cui io assisto dal mio sasso, controllando ogni momento e intervenendo se c’è da intervenire.
La città mi ha nominato “Guardiano del fiume”, che è un nome un po’ altisonante per dire che sostanzialmente faccio il bagnino. Al di là di tutto, è un lavoro che mi piace, e mi sembra di aver già chiarito perché.
C’è un unico difetto, sul quale, in altre circostanze, si potrebbe forse sorvolare: che al fiume non scendono solo le persone che vogliono giustamente divertirsi o rilassarsi. Nossignore, al fiume scendono anche tutti i matti della città. D’altronde, mica è vietato; e qual è il posto migliore per andare a fare i matti se non dove tutti gli altri vogliono stare in santa pace?
Tra tutti i pazzi, in particolare, ce n’è uno che è il più fastidioso. Si chiama Eraclito, anche se a lui piace farsi chiamare con dei soprannomi, stupidi, ovviamente. Pensate che ad Halloween — questa festa posticcia che ultimamente abbiamo importato dai persiani, niente a che vedere con le nostre sane tradizioni greche — si è vestito con un costume ricamato da sé, una cosa tipo “vendicatore mascherato”, o “giustiziere della notte”. Andava in giro, casa per casa, urlando: «Sono Eraclito l’oscuro! Sono Eraclito l’oscuro». Qualcuno ha proposto di processarlo per empietà e così avere una scusa per cacciarlo dalla polis, ma alla fine non se ne è fatto niente.
«È solo un povero pazzo», dicevano i più.
Sì, sarà pur vero, ma quel povero pazzo, quando scende al fiume, sono io a dovermelo sorbire.
E quando scende al fiume non fa più solo qualche schiamazzo mascherato. Nossignore, quando scende al fiume lui deve fare “il filosofo”. «Devo dimostrare le mie teorie – dice sempre – così la gente di Efeso capirà che dico il vero». E, detto questo, si tuffa nel fiume e comincia a nuotare forsennatamente, a più non posso, cercando di battere la corrente in velocità.
Nuota così forte che sembra sempre sul punto di farsi venire un colpo e affogare, per questo ogni volta che lo vedo arrivare mi preparo, e poi costeggio il fiume assicurandomi che non tracolli, cosa che però, dopo qualche decina di metri, puntualmente fa.
A quel punto tocca a me: mi getto nel fiume, lo acchiappo prima che finisca sott’acqua e lo trascino di peso a riva, mentre lui continua a urlare che ce la farà, prima o dopo, a bagnarsi due volte nello stesso fiume.
«Tu deliri, Eraclito – gli dico, mentre tento di rianimarlo e di fargli sputare l’acqua che ha ingerito –. Non serve che affoghi per dimostrare che ti sei già bagnato ben più di due volte in questo stesso fiume».
«No, bagnino – mi risponde lui –. Il fiume non è lo stesso dell’altra volta, è cambiato».
«Sei confuso per lo spavento. È lo stesso, te lo assicuro».
«No, le acque sono defluite. L’acqua è nuova. Tutto scorre e nulla rimane mai uguale a se stesso. Panta rei!».
«Certo, certo, come vuoi. A me l’acqua pare sempre sporca uguale, sempre la stessa latrina. Ma se tu dici che scorre, mi fido. D’altronde, sei filosofo».
«Sì, appunto».
«Di giorno filosofo e di sera cavaliere oscuro, no?».
«Oscuro e basta. Il cavallo non mi piace».
Questa scena si ripete ormai tutti i giorni. Ho anche scritto al tiranno, Melancoma, chiedendogli di darmi una mano con questo tizio, perché le prime due o tre volte ci può anche stare di salvare un vecchio pazzo dall’annegamento, ma quando lo si deve fare tutti i giorni mi pare lecito chiedere quantomeno un aumento.
Melancoma mi ha detto che l’ha convocato e ci ha parlato a lungo, ma a quanto pare Eraclito non è disposto a cambiare le proprie abitudini. Anzi, sembra aver avuto anche un certo ascendente sul nostro tiranno, che ora ne tesse le lodi in ogni dove e dice di voler cambiare vita per seguire i suoi insegnamenti; speriamo solo che non si metta pure lui a fare bagni a tradimento nel fiume, perché due pazzi per volta sarebbero decisamente troppo.

 

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More

Posted in QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO

I BIOGRAFI DI ARTHUR SCHOPENHAUER

I BIOGRAFI DI ARTHUR SCHOPENHAUER

 

Solitamente, in questa rubrica invento qualche storiella grottesca prendendo spunto da fatti o aneddoti della biografia dei vari filosofi. Lo faccio perché credo sia carino mostrare il lato comico e assurdo della filosofia, ma anche perché i grandi pensatori hanno spesso vite piuttosto banali, e la fantasia può aiutare a renderle più interessanti.

Oggi, per una volta, voglio però fare un’eccezione; c’è, infatti, un filosofo che non ha bisogno di interventi creativi, perché ha vissuto una vita che è già grottesca di suo: Arthur Schopenhauer.

Voi lo ricorderete, probabilmente, come il filosofo del pessimismo cosmico, del dolore e delle vie di liberazione, del velo di Maya e del nirvana. E, in effetti, fu tutto questo. Quello che a volte non si ricorda o non si conosce, però, è la sua vita privata, e soprattutto i suoi problemi con le donne.

Misogino incallito, Schopenhauer doveva sembrare particolarmente burbero, in vita.

Bertrand Russell riferisce che una volta, infastidito da una vecchia che chiacchierava con un’amica davanti alla porta del suo appartamento, la spinse letteralmente giù dalle scale; questa riportò conseguenze permanenti e gli fece causa: il giudice decretò che il filosofo le pagasse un vitalizio di 15 talleri al trimestre, a scopo di risarcimento. Schopenhauer, però, non si pentì affatto del gesto, e quando la vecchia morì, una ventina d’anni dopo, annotò sul suo registro dei conti la formula latina Obit anus, abit onus, cioè «la vecchia muore, il debito cessa».

D’altronde, non aveva nessuna stima delle donne. Scriveva che «il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, poteva essere stato chiamato il bel sesso soltanto dall’intelletto maschile obnubilato dall’istinto sessuale», e che «poiché non esiste l’istituto della poligamia, gli uomini per metà della loro vita sono puttanieri e per l’altra metà cornuti; e le donne si dividono, di conseguenza, in tradite e traditrici. Chi si ammoglia giovane, più tardi si trascina dietro una vecchia; a chi si ammoglia più tardi toccano prima malattie veneree e poi corna. La poligamia avrebbe tra i molti vantaggi anche quello che l’uomo non verrebbe ad avere un legame così stretto con i propri suoceri, il terrore dei quali impedisce ora innumerevoli matrimoni. E però: dieci suocere invece di una!».

Due erano le sole cose che sembrava amare davvero: il suo barboncino e il suo denaro. In difesa del primo, scrisse varie e sentite pagine contro la crudeltà sugli animali, attaccando anche la pratica – che allora non suscitava generalmente grandi dilemmi morali – della vivisezione a scopo scientifico; per quanto riguarda il denaro, invece, litigò per anni con la madre riguardo all’eredità paterna, che era di fatto l’unica questione di cui ormai discutesse con i parenti.

Il padre, d’altro canto, l’aveva per anni istruito all’arte della mercanzia e all’importanza dei conti, e il suo suicidio era stato probabilmente provocato proprio dalla madre di Schopenhauer, a quanto pare troppo distratta dal proprio ego. Freud non avrebbe avuto nessuna difficoltà, insomma, nell’individuare le cause della misoginia del filosofo tedesco.

E se mai avete visto i suoi ritratti più famosi, in cui viene rappresentato con un viso accigliato e un po’ terribile e con delle basette ispide e ampi ciuffi di capelli ai lati della calvizie, probabilmente avrete pensato – come me – che quel filosofo aveva un’aria familiare, magari non riuscendo a identificare chi vi ricordasse. Ebbene, facendo due più due, a me sembra chiaro che i tratti principali di Schopenhauer – avarizia, misoginia, pessimismo e disprezzo, unite a basette improponibili – siano quelli del primo Paperon de’ Paperoni di Carl Barks e quindi anche dell’Ebenzer Scrooge di Charles Dickens.

 07_Schopenhauer_01

Probabilmente né Dickens né Barks pensavano a Schopenhauer, lo so bene: i loro riferimenti erano i capitalisti della loro epoca, non certo un oscuro filosofo tedesco vissuto qualche decennio (nel caso di Dickens) o secolo (nel caso di Barks) prima. Ma io sono convinto che un legame, inconscio e culturale, ci sia. Anche perché, in fondo, la noluntas schopenhaueriana, cioè l’unico modo per uscire dal dolore e raggiungere il nirvana, in parte la si trova realizzata proprio in Paperone: certo, vive e respira solo per il denaro, ma è riuscito, come un asceta del capitalismo, a rinunciare e ad annullare tutti gli altri desideri, cercando ciò che è spiacevole (la scomodità, i vestiti da quattro soldi, il cibo umile).

Zio Paperone, anzi, è forse un esempio di ascesi molto più concreto di quello che fu Schopenhauer. Ancora Russell, in effetti, lo apostrofava così: «Il vangelo schopenhaueriano della rinuncia non è molto coerente né molto sincero. E neppure è sincera la sua dottrina, se ci è lecito giudicare dalla vita di Schopenhauer. Abitualmente pranzava bene, ad un buon ristorante; ebbe molti amori triviali, sensuali, ma non appassionati; era eccezionalmente litigioso ed avaro fuori dal comune. […] Sotto tutti gli altri aspetti era un completo egoista. È difficile credere che un uomo profondamente convinto della virtù dell’ascetismo e della rassegnazione non abbia mai fatto nessun tentativo d’applicare nella pratica le sue convinzioni».

ipad_filosofiasemiseria

 

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More

Posted in In evidenza, QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO, Ultimi Articoli

IL BARBIERE DI GUGLIELMO DI OCKHAM

IL BARBIERE DI GUGLIELMO DI OCKHAM

 

Tagliare barbe e capelli è un’arte. Lo sostengo da sempre. Pochi sanno farlo come si deve, e ancora meno sono quelli che sanno apprezzare un taglio ben fatto.

Io lo so, un giorno inventeranno dei metodi che permetteranno di fare molto prima, degli aggeggi meccanici che velocizzeranno il lavoro di noi barbieri o addirittura permetteranno agli uomini di arrangiarsi; ma per ora le mie lame sono necessarie a tutti gli uomini di Monaco, tedeschi o stranieri che siano.

E poi, sapete, non è che me lo dica da solo, di essere bravo. Ho degli ammiratori. Persone che non solo vengono da me per farsi radere, ma anche per vedermi all’opera. È difficile, dicono, trovare uno come me. In genere questi ammiratori sono simpatici, brava gente che ama un lavoro ben fatto; a volte, però, ce n’è qualcuno di molesto.

Per dire, uno di questi miei ammiratori è un tizio inglese che vive qui in città da qualche tempo, e che non manca di venirmi a trovare di tanto in tanto nella mia bottega. Wilhelm, si chiama, e fa un sacco di strani discorsi. Soprattutto considerando che è un francescano, e che secondo me dovrebbe starsene in convento invece che girare per Monaco a fare quei ragionamenti che spaventano la gente. Anche la mia clientela, quando lo vede arrivare, scappa dalla bottega a gambe filate.

Prendete l’altro giorno. È piombato così, all’improvviso, entrando in negozio senza quasi salutare.

«Buongiorno, messer Wilhelm», gli ho detto, dopo aver aspettato inutilmente che fosse lui ad annunciarsi.

«Oh, sì, buongiorno, mio buon barbiere. Stavo riflettendo sul vostro rasoio».

«E fate bene. È una lama pregiata, che mi son fatto portare dal nord del paese. Non se ne trovano mica tante, in giro».

«Infatti. Quand’ero ad Avignone andavo spesso da un vostro collega che per farmi la barba usava addirittura un grande coltello, pensate. Uno di quelli che si usano per scuoiare gli animali. Mi radeva sempre molto male».

«Che obbrobrio. Ad Avignone non sanno proprio far niente».

«No, infatti. Basta vedere tutta la questione della mia scomunica… Ma non perdiamo il punto».

«Soprattutto non perdiamo clienti. Messer Wilhelm…».

«Guglielmo, vi prego. O al limite William. Ma trovo che la versione italiana del mio nome suoni meglio, anche perché somiglia al latino».

«Comunque vogliate esser chiamato, non potete capitare qui ogni volta con tutti quei vostri discorsi strampalati: mi fate scappare i clienti! Guardate: prima che entraste la bottega era piena, ora ci siamo solo io e voi. Anche il messere a cui stavo facendo la barba è fuggito con metà viso fatto e l’altra metà no».

«Quali discorsi strampalati? Non ricordo di averne mai fatti».

«Ah, davvero? Come quando vi siete messo a chiedere al fabbro che doveva farsi accorciare i baffi se secondo lui la parola “uomo” viene dopo le cose o sta dentro alle cose?».

«Era una domanda innocente».

«O come l’altra volta in cui avete bloccato Sigfrido, il vecchio guerriero, e gli avete chiesto se secondo lui Dio ha creato il mondo per intelletto e volontà o solo per volontà?».

«Mi pareva un quesito interessante. Anche perché ho pensato che a un vecchio guerriero potesse dar fastidio rivangare i ricordi di battaglie e guerre sanguinose, e distrarsi pensando a qualcosa di più leggero gli potesse far bene».

«Voi chiamate “più leggero” il mettersi a disquisire su Dio, soprattutto quando su di voi c’è odor d’eresia?».

«Guardate, messer barbiere, che io non emano alcun odore: mi lavo tutti i giorni in cui c’è necessità. Di più non faccio. Come dico sempre, docciae non sunt multiplicanda praeter necessitatem».

«Certo, certo, tirate pure fuori il vostro latino. Ve la cavate sempre, così, voi prelati. Comunque, sedete. Cosa volete? Barba? Capelli?».

«Tutto, grazie. E usate quel vostro grazioso rasoio, vi prego. Voglio studiarlo. È… affascinante».

«Se lo dite voi…».

06_Ockham_1

Procedono più o meno sempre così, i nostri incontri. Mentre gli taglio la barba lui parla di tantissime dotte questioni, come la distinzione tra conoscenza intuitiva e astrattiva, o il rapporto che ci dovrebbe essere tra potere del papa e dell’imperatore, o il fatto che la chiesa debba avere i beni in usufrutto piuttosto che possederli. Li ho sentiti talmente tante volte, quei discorsi, che ormai li so quasi a memoria.

E poi c’è sempre quella sua frase latina, che ripete come una cantilena: Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora. Una volta, ormai allo sfinimento, gli ho chiesto cosa volesse dire: «Oh, è molto semplice – mi ha spiegato –. Significa che in filosofia si fa inutilmente con molte cose ciò che si può fare con poche. A volte bisognerebbe tagliare, sfoltire».

«Come quello che faccio io col rasoio».

«Esatto. Esattamente. Come quello che fate voi col vostro bel rasoio. Tagliar via tutta quella “barba”».

E poi ricomincia, senza fermarsi mai.

 

Giuro, se continua a farmi scappare i clienti e a farmi una testa così con le sue teorie, una volta o l’altra lo sfoltisco io. Ma non le sue idee, le sue sostanze, il suo latino: lui, direttamente. Zac. Un bel taglio alla gola e via.

 

Mi farà diventare pazzo, un giorno o l’altro.
ipad_filosofiasemiseria

 

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More

Posted in In evidenza, QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO, Ultimi Articoli

IL RAGAZZO DELLE CONSEGNE DI MARX

IL RAGAZZO DELLE CONSEGNE DI MARX

 

 

Uno spettro si aggira per il mio portafoglio: lo spettro della mancia. È uno spettro perché sono mesi che non la vedo. Volatilizzata, scomparsa. E la cosa veramente triste è che il signore per cui lavoro in maniera quasi esclusiva non crede negli spettri: è un materialista. E quindi – dice lui – se non crede negli spettri non crede nemmeno nella mia mancia. È un maestro, con le parole.

Mi presento: mi chiamo Jack e di mestiere faccio le consegne. Teoricamente, mi occuperei delle consegne di tutto il quartiere: alla mattina passo dal fioraio, dall’edicolante, dal panettiere, e chiedo se c’è qualcosa da consegnare; poi trascorro tutto il resto della giornata a portare la loro roba in giro per Londra. Questo, almeno, era quello che accadeva fino a pochi mesi fa, prima che capitassi nelle grinfie di questo Karl Marx.

Mi sono informato parecchio su di lui, in questi mesi: dicono che si è trasferito qui da Parigi nel ’49 o giù di lì, ma che prima non aveva i soldi per comprare nulla; ultimamente, invece, deve aver avuto qualche donazione, o trovato un lavoro, e insomma può permettersi tutta una serie di cose. Il guaio è che non gliene basta una, di rivista: ne legge a decine, a centinaia. Si fa portare quindici gazzette tedesche, che non ho nemmeno idea di cosa parlino; e poi libri in francese, in italiano, in russo, in un sacco di altre lingue che non riesco nemmeno a decifrare. Non so sinceramente che cosa ci possa fare con tutti quei libri: quanti tavoli traballanti può avere, in quella casa così piccola?

L’unica cosa positiva, quando vado a consegnargli la roba, sono le donne di casa: sua moglie, Jenny, è una signora radiosa, bella ed elegante, nonostante per casa di soldi sembrino girarne ben pochi. Lei, quando all’inizio mi apriva da sola, una piccola mancia me la dava. Poi il vecchio Karl se n’è accorto, e addio scellini!

05_Marx_01

Ma la cosa migliore sono le due figlie, Laura ed Eleonor. Giovani, carine, non fidanzate. Un pochino tetre, forse, ma su quello si poteva soprassedere; il guaio vero è che appena ti presenti, ti chiedono subito per chi parteggi. Prendiamo Laura, la più vecchia. Qualche mese fa mi ha fatto entrare in casa, un giorno, perché pioveva forte e non avevo l’ombrello.

«Si sieda – mi fa –. Gradisce un tè?».

«Sì, grazie, miss Laura».

«Bene. La cucina è lì, il tè lo trova là. Se lo faccia».

«Uh? Me lo preparo io?».

«Certo. Non vorrà mica sfruttare qualcuno perché lo faccia al posto suo, no?».

«No, certo che no».

Mi sono messo a scaldare l’acqua.

«Be’? Non mi chiede niente?», mi dice, all’improvviso.

«Cosa?».

«Non mi chiede se gradisco anch’io un tè?».

«Oh, giusto. Gradisce un tè, signorina?».

«Sì, grazie».

«Se lo faccia, allora», le ho detto, ma senza ironia, pensando che quella fosse l’abitudine di casa.

«Che screanzato!», mi ha risposto, e se ne è andata.

È tornata qualche minuto dopo, quando stavo finendo il tè bollente.

«Mi scusi, signorina – ho ripreso –. Non volevo offenderla. Credevo…».

«Credeva…?».

«Che non volesse sfruttarmi».

«Ragazzo mio, lei è proprio giovane. Ancora non capisce la differenza tra sfruttamento e gentilezza».

«No, infatti».

«Per chi parteggia, lei?».

«Cosa?».

«Dico: per chi parteggia?».

«Per nessuno. Per chi dovrei parteggiare?».

«Intendo: comunisti, socialisti utopisti, anarchici, radicali, positivisti, liberali democratici, giovani hegeliani?».

«Non so che cosa siano queste cose… Sono malattie?».

«Alcune sì. Però non può non conoscere queste cose. Si sieda: le chiamo mio padre».

«Suo padre?».

«Sì, le spiegherà alcune cose».

Fu quello il mio primo incontro col vecchio Karl.

«Piacere, signor…?».

«Oh, mi chiami Jack. Lei invece…?».

«Mi chiami Karl, caro amico. Lei è proletario, vero?».

«No, no. Le assicuro che non sono malato. Sano come un pesce».

«Che c’entra? Le ho chiesto se è proletario».

«Ah, non è una delle malattie di prima?».

«Be’, chiaro, da un certo punto di vista è una malattia, l’esser proletari. Lei è discretamente acuto, caro Jack. Mi dica: quante ora lavora, al giorno?».

«Dipende: otto, dieci, dodici, a seconda dei giorni».

«E quanto è pagato? Ha una tariffa oraria?».

«No, mi pagano a giornata. Dieci scellini».

«Quindi dieci scellini se lavora 8 ore e sempre dieci scellini se ne lavora 12».

«Esatto».

«Vede: quelle quattro ore in più che fa in certi giorni sono il più banale plus-lavoro che ci sia. Non servono neanche calcoli. Lei è sfruttato, giovanotto, come minimo per quelle quattro ore in più».

«Lo so bene, Karl. Quelle quattro ore in più le faccio nei giorni in cui devo consegnare roba da voi!».

«Eh? Cosa vorrebbe dire? Che siamo noi a sfruttarla?».

«Forse no. Forse vuol dire che siete gentili. Credo di non saper ben distinguere tra sfruttamento e gentilezza».

«Oh, lei ha bisogno di studiare un po’. Tenga, si legga questo mio manoscritto. L’ho intitolato “Il Capitale”».

«Signor Karl, io non sono andato tanto a scuola, ma credo si dica “La capitale”».

Dopo quella mia uscita – e, giuro, non ho ancora capito perché – mi ha cacciato fuori di casa a calci. Da allora si presenta sempre e solo lui, alla porta, quando arrivo per le consegne. E, come detto, niente mancia.

«La mancia è l’oppio dei ragazzi delle consegne», mi ha perfino detto, una volta. Forse è per questo che non mi dà la mancia: perché crede che me la possa spendere tutta in droga!

 

ipad_filosofiasemiseria

 

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More

Posted in QUELLO CHE I FILOSOFI NON DICONO

L’OROLOGIAIO DI KANT

L’OROLOGIAIO DI KANT

Nuovo giorno, nuovo cliente insoddisfatto. A volte mi chiedo chi me l’abbia fatto fare di continuare il mestiere di mio padre: io, decisamente, non ci sono portato.
Lui sì che era un orologiaio coi fiocchi: in tutta la mia vita non ho mai visto un cliente lamentarsi.
Con me invece è un continuo «Questo cipollotto non tiene bene l’ora», «Il nuovo orologio che mi hai venduto rimane sempre indietro», «Ma che svizzero è se non sa fare i meccanismi di precisione?». Che poi, la mia famiglia vive a Königsberg da cinque generazioni: non so neanche dove stia sulla cartina geografica, la Svizzera.

Il vero problema, però, non sono nemmeno i miei ingranaggi. Il vero problema è lui. Quel dannato filosofo. Se lui non facesse la sua passeggiata ogni giorno, sempre alla stessa ora, nessuno si accorgerebbe che i miei orologi rimangono indietro.

Qualche anno fa avevo anche avuto un’idea formidabile per risolvere la situazione, ma lui, cocciuto come pochi, non ne aveva voluto sapere.
Mi sono presentato a casa sua, una bella mattina di settembre. Mi ha accolto il maggiordomo, un tipo abbastanza scorbutico.
«Il signore è in casa?», ho chiesto.
«Sì», e ha fatto per chiudermi la porta in faccia.
«Aspetti. Potrei vederlo?».
«Mah, tutto è possibile», e ha tentato di nuovo di chiudere il portone.
«Aspetti. Potrei vederlo… ora?».
«Lo ritengo improbabile. Il signore esce sempre verso le sei della sera. Ma magari lei è fortunato e si affaccia a una finestra».
«No, intendo: potrebbe chiamarlo? O farmi entrare e introdurmi?».
«Ah, ma allora vuole parlarci».
«Esatto».
«E non poteva dirlo subito?».

Fui scortato nello studio del filosofo. Faceva un po’ impressione. Mai viste tante carte sparse sul tavolo, tanto disordine creativo. Il signor Kant – questo il suo nome –, invece, era molto elegante ma anche molto schivo.
«Salve, signor…?», mi disse, distogliendo a malapena lo sguardo dai suoi fogli.
«Meier», risposi.
«Svizzero?».
«Di origine».
«Scusi se non le do la mano, ma, sa, il sudore…».
«Oh, non si preoccupi. Immagino che scrivendo così tanto come fa lei le mani possano sudare molto», dissi, cercando di sembrare accondiscendente.
«Non intendevo il mio sudore, ma il suo. Aborro i fluidi corporei».
«Ah. Bene. Ecco. Spero che non aborri anche gli orologi, perché sono qui per farle dono di un esemplare che ho preparato apposta per lei».
«Ah sì?».
«Sì. Ecco», gli dissi mentre lo estraevo dal panciotto e glielo porgevo.
Rimase lì, come impietrito davanti a me, senza muovere muscolo.
«Sembra un pezzo pregevole», disse, dopo un po’.
«Lo è, signor Kant. Lo è. Guardi: ho fatto incidere anche le sue iniziali all’interno».
«Le iniziali?».
«Sì, per personalizzarlo. Ma se preferisce si può anche mettere qualcos’altro. Glielo faccio rifare. Cosa vuole? Una data?».
«Mah, in verità a me date e iniziali dicono poco. Se dovessi scegliere, ci inciderei un motto».
«Un motto? Ah, certo. Benissimo. Si può fare. Solo, bisogna che sia corto perché, vede, sull’interno del cipollotto ci stanno pochi caratteri…».
«Io pensavo a qualcosa tipo “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”».
«Bella frase, forse un tantino lunga. Magari potremmo metterci un bigliettino, eh?, invece di inciderla».
«Ma comunque non si preoccupi, signor Meier. Non ho bisogno di cipollotti».
«Come no? Se ci tiene alla scritta, al cielo dentro di lei o quel che è, riesco a farcela stare. Parlerò con l’incisore. Lei deve avere un mio cipollotto».
«Ma non mi serve. E poi non ho soldi da spendere in queste cose».
«No, che ha capito? È gratis, glielo regalo. Un omaggio».
«Un omaggio?».
«Certo. In segno di buon vicinato».
«Voi svizzeri siete bei tipi, sa? Sempre così pacifici, così amichevoli… Ci dovrò fare un trattato, un giorno, sulla vostra idea di pace. Però no, non voglio cipollotti. Non ne ho bisogno, nemmeno gratis. Si inzuppano di sudore. E poi io l’ora ce l’ho dentro di me, come la legge morale».
«Come la legge morale».
«Uguale».

03_Kant_01

E così il grande Immanuel Kant, la gloria di Königsberg, continua a girare da anni senza un cipollotto, fidandosi solo del suo orologio interiore. Del suo maledettissimo orologio interiore, che tiene il tempo molto meglio dei miei orologi di alta precisione.
E così, ogni volta che passeggia per le vie della città ad un’ora che non è quella indicata dai miei orologi, i miei clienti arrivano da me e protestano, protestano, protestano.

Maledetto Kant, il suo cielo stellato, la sua legge morale e il suo orologio interiore.

 

ipad_filosofiasemiseria

 

Ermanno Ferretti

Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale

Volume 1 I presocratici

Prezzo ebook 4,99€

Acquista su Amazon o Book Republic

Ermanno Ferretti

Ermanno Ferretti – sul web noto anche come “scrip” – ha 35 anni e insegna storia e filosofia da quando ne aveva 21. È da allora che porta stabilmente la barba e ha deciso di farsi crescere la pancetta da impiegato, unicamente con lo scopo di differenziarsi dagli alunni che, all’epoca, erano quasi suoi coetanei; ora che è più vecchio e non avrebbe più bisogno di camuffarsi, si è però affezionato sia alla barba che alla pancia, ed è solo per questo che continua a tenerle. È nato ed è sempre vissuto a Rovigo, una città che può sembrare anonima e provinciale, ma che in realtà ha le caratteristiche delle grandi capitali europee: la nebbia di Londra, la puzza di Parigi, le case in disfacimento di Berlino Est. Tra i titoli di cui va più fiero ci sono quelli di “Mister Asilo 1983”, “Utente Twitter più simpatico dell’anno 2010” e “Profesore dell’anno” (proprio così, col refuso) assegnatogli qualche anno fa dai suoi studenti della bassa. Nel 2011 ha pubblicato con Fazi il libro “Per chi suona la campanella”, racconto di un anno di scuola attraverso 700 tweet che gli è valso l’inclusione addirittura in alcuni libro di testo delle superiori e citazioni da parte di psicologi (per fortuna non come caso clinico). Ha una moglie e tre figli che sta cercando con scarso successo di avviare alla filosofia e cura il sito di approfondimento culturale Cinquecosebelle.it. Il suo sito personale è www.ermannoferretti.it.

More Posts - Website

Read More